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martedì 15 dicembre 2015

La Piccola




Un'altra assemblea dei lavoratori. E oggi mi è toccato il battesimo. Il segretario non c'era, ché siamo a ridosso dello sciopero e le trattative, altrove, si sono moltiplicate e coperte di spine.

I colleghi presenti sono pochi. Ma buoni, e non solo per onorar il detto. 
Non sono intimidita. Ho studiato, conosco gli argomenti e i ragazzi sono preparati; e la controparte, con i soliti, ridicoli, miserevoli giochi, mi ha persino offerto un assist, sfornando un documento mendace e omertoso, così facile da contestare che, quasi quasi, ci si perde il gusto.
Infilo i punti del discorso come perle di fiume. I lavoratori comprendono, si confrontano, partecipano. Qualcuno sbocconcella un mandarino, perché stanno sacrificando la pausa pranzo.
All'improvviso, si apre la porta. Compare un visino bianco e nitido, due grandi occhi chiari, un piercing sotto il labbro. 
È La Piccola. 
È una degli addetti del reparto più grosso. Ha un contratto a tempo determinato, che scadrà tra qualche mese. Ha vent'anni. E siccome ha vent'anni, potrebbe essere mia figlia. 
Chiede se può partecipare all'assemblea. È venuta apposta, ché non era neppure in turno, oggi.
Visto che, dall'ufficio accanto, c'è chi sbircia, per verificare quali formiche facinorose compongano il viavai carbonaro, quello della Piccola è già un gesto coraggioso. No, non coraggioso e basta. Eroico.
Ascolta con attenzione, pone domande, mentre i begli occhi le si allargano come fiori al sole.
Vorrebbe scioperare. Non può farlo. La lascerebbero a casa. Io lo so. Lei lo sa. 
Mi dice "perdonami, io ho paura" e io le rispondo che ci sono pandori di un metro e ottanta, lì dentro, tutelatissimi e con il culo al caldo, che non hanno un quarto della dignità che lei coltiva su un mignolo.
Accidenti! Si scusa, La Piccola, perché subisce un sopruso. E non sa, forse perché non riesco ad abbracciarla come l'avessi partorita sul serio, che la sua sola presenza, in quella stanza, ha restituito a una vecchia ciabatta comunista una cosa preziosa come l'aria: la speranza. 
Non è tutto perduto. Non esistono generazioni allo sbando. Esistono le persone.



L'ho salutata, fuori, al sole, fumando una cicca insieme. E ho spinto il fiato a fatica, giù in gola, perché lei splendeva. Fino a commuovermi.

Grazie, Piccola. Perché hai la tua testa, vent'anni e un piercing sul visino bianco. Perché c'eri.
Perché ci sei. 
Prenderò una barca alle quattro del mattino, il diciannove dicembre. Milano è a Milano e ci si deve arrivare in pullman, per comporre il corteo.
Sfanculerò la sveglia, farò la linguaccia alle palpebre bolse, dinanzi allo specchio. Ma quando il faro del battello fenderà il buio, nella mia direzione, saprò che ho un motivo in più per resistere.
Per continuare a Essere.
Grazie, Piccola. Lotta, finché sei in tempo.

domenica 15 novembre 2015

Ama il prossimo tuo

L'immagine ritrae un'opera dell'artista Eva Antonini




Valeria è morta. Anche lei, come i troppi altri del Bataclan. Era veneziana. Aveva vissuto qui, a uno sputo da dove io vivo ancora. Non la conoscevo.
Il peso abbandonato del suo corpo fa più male di quello degli altri ragazzi che assistevano al concerto? Più degli avventori del ristorante? Più dei tifosi allo stadio? Più dei siriani trucidati, degli afgani, dei kenioti, dei russi precipitati con l'abbattimento del volo da Sharm el-Sheikh?

A me sì, fa un po' più male.

Perché avrei potuto conoscerla. Perché abbiamo preso gli stessi autobus, di certo, decine di volte. Perché abbiamo calpestato le stesse vecchie pietre lisce che cantano serenissimi passi. Perché, a entrambe, piace la musica rock. Piaceva.
Perché se fossi stata a Parigi, avrei potuto essere al suo posto, travolta dalla gioia mia e di altri individui, uniti da una passione comune e perfetta.

La pornografia di certi quotidiani, il becero, populista sciacallaggio dei pecoroni leghisti - che cianciano e cianciano, senza pudore alcuno - i passaporti falsi, usati come cartellini rossi di arbitri in malafede, gli affaristi cibernetici, che inventano bandiere sovrapponibili ai volti o t-shirt pre-stampate con la Tour Eiffel, le lacrime, le candele e tutto il corredo di feticci dolosi, di simboli strazianti, di viscere esposte...
tutto questo va oltre. 
Oltre la comprensione, la compassione. Oltre la coscienza: ché una pennellata tricolore, forse così si augurano, laverà le anime e metterà al riparo dalla paura. 

State dimenticando qualcosa. Se Valeria si fosse chiamata Aisha e avesse vissuto qui, a uno sputo da casa vostra? Se ci foste cresciuti, con Aisha? Se fosse stata un'amica, la vostra ragazza, la baby sitter di vostro figlio? Se aveste mangiato una pasta e fagioli insieme, alla Sagra di Qualche Santo, imbarazzati - per i primi cinque minuti - da un tavolaccio di legno da condividere? 

La soluzione è sempre stata lì, a portata di mano. 
Più sentiamo qualcuno vicino, più ne abbiamo cura. Vogliamo il suo bene, tuteliamo la sua vita, la sua opinione. La sua diversità. Più teniamo qualcuno vicino, più egli avrà cura di noi.

Accidenti, non è così difficile da capire. Neppure per gli ovini.
Non ve ne farete granché, delle ruspe, quando i vostri figli cammineranno, con rabbia o per noia, sul sentiero del 'nemico'.

Valeria è morta. E io no. 
E non voglio concedermi di avere una facciata, da difendere. Preferisco il dolore di conservare una faccia. La colpa, l'immonda fortuna di non essermi trovata, per ora, nel posto sbagliato al momento sbagliato.

sabato 25 aprile 2015

Grazie, Aldo.



È mattina. Il tabaccaio è aperto. Compro le sigarette e Il Manifesto, ché oggi c'è l'Alias speciale. Prendo anche un giochino per Topodimamma e scelgo un numero per la lotteria, il 19, il giorno in cui è nato lui; magari si vince la cesta con l'olio buono, non si sa mai.
Poi passeggio lungo la riva, diretta alla farmacia. Anche il panificio è aperto. Pane fascista, probabilmente, ma lo abbiamo finito, quindi toccherà fare scorta.
In farmacia, prima di me, c'è un signore di una certa età che parla con Gianni. Gianni se le fa sempre dentro, le feste. Il signore, un uomo di bassa statura, parzialmente calvo e già con una sporta piena di scatoline, gli sta mostrando una foto. "So mi", dice, "gèro a Torino, setantàni fa. Àrime, gèro vestìo da partigiàn!", aggiunge, con un sorriso pieno e fiero. Mi avvicino di qualche passo, in barba alla linea che dovrebbe tutelare la privatezza del cliente precedente. "Posso vardàr anca mi?", dico; e lo faccio in dialetto, ché è più facile chiedere il permesso di sbirciare una foto in bianco e nero se ti presenti come si deve. Il signore volta l'immagine verso di me, felice come quando Topodimamma trova l'ultima figurina dell'album. Il farmacista si limita a ripetere che vi è ritratto "proprio un bel òmo" e io seguo i profili di quel volto. Un viso giovane, con lo sguardo di fuoco. Il signore avrà avuto vent'anni. Imbracciava un fucile. "Gèro in piàssa Vittorio, co i ga da' l'annuncio dea Liberazione. No ve digo che beo, che xe sta'!" e si capisce eccome, quanto deve essere stato bello, per lui, essere in quella piazza. "Xe a me festa, oggi. E so 'ncora vivo". "Per fortuna", dico io, e "Sì, è proprio la sua festa. E anche la mia."

Indosso i pantaloni sui quali avevo cucito le toppe rosse, l'anno scorso, costretta a lavorare. Ci avevo ricamato alcuni versi di Bella ciao. E giusto ieri pensavo a quanto sarebbe stato importante parlare con un partigiano, il 25 Aprile.
Uscita dalla farmacia ho raggiunto il panificio. Il partigiano era davanti a me. Ha lasciato la sporta con i medicinali alla panettiera. "Ti me a tièn, finché vado tórme el giornal?", le chiede. "Sì, Aldo", fa lei. "Ma no sta a magnarte tutto...", la mette in guardia. "Mi, 'sta roba, no me a magno de sicuro!", chiosa lei.
Ecco, evviva!, so come si chiama.

Oggi, nonostante tutto, questo è un paese libero. E io sono felice. 

Grazie, Aldo. A te, e a tutti gli uomini che, in bianco e nero, gioivano in piazza, settant'anni fa.


martedì 21 aprile 2015

Stand straight





Ascolto Jigsaw, in auto, a volume alto, ché diversamente non si deve fare. Davanti, il cancello azzurro e sbiadito del magazzino. Ancora chiuso. L'azienda ha investito un po' di denaro, in mia assenza. Ci sono nuovi striscioni, cartelli bianchi e rossi con il logo e gli orari per il ritiro delle merci.

Non so perché sono qui. Per lavorare, certo. Colli, scatole, involti da stipare, ordinare, aprire, chiudere, spostare. Continuamente. Ottusamente.
Ho sprecato quasi quarant'anni della mia esistenza. Potevo cantare. Potevo scrivere. Potevo fare l'artista. E invece niente. Forse perché è fondamentale accorgersi per tempo della somma differenza che intercorre tra essere o fare qualcosa. 
Questo disco dei Marillion catalizza l'ansia. Non sempre. In alcuni precisi momenti: quando gli arti somigliano a rami agitati dal vento, prima del temporale. Gli acuti e i bassi, le rullate furiose e le armonie struggenti - come solo qualche visionario sognatore può attribuire a un kimono di seta - vibrano. Stordiscono. Trascinano in un gorgo. 
Vorrei avere una mazza tra le mani. Di quelle pesanti da sollevare. Vorrei demolire gli spigoli di ogni tempio eretto per orrore del vuoto. Un vuoto contemporaneo, fatto di necessità non necessarie.
Non ho il nodo alla gola. È più un bolo aspro; un riccio puntuto che scortica le mucose mentre gode nel farsi inghiottire e inghiottire, inutilmente. 
Ieri ero ancora a Lecce. La sabbia gialla e compatta della pietra, delle volute, dei festoni. Brillava contro le merlature blu del cielo. Un cielo terso e profondo spezzato, di quando in quando, dal volo spericolato e perfetto delle rondini. Il centro storico, piazza Sant'Oronzo e il Teatro greco, il caffè in ghiaccio con il latte di mandorla al posto dello zucchero, il gelato al pistacchio, così pieno di scaglie che toccava masticarlo.
Poi nove ore di treno e di pioggia battente, e le lande ampie e desolate della pianura padana sono tornate ad allargarsi indicibilmente.
Probabilmente io non sono qui. Perché non ha senso essere questo. Né trovarsi in un luogo che, in ogni spaccatura di cemento, in ogni timbratrice, in ogni riflesso stanco del sole, sembra ridere del coraggio che non ho avuto, di tutte le strade vecchie onorate a sfavore di sentieri ritorti e possibili, della forza che mi è mancata quando, sotto la fune, non ho avuto la certezza della rete.
Ora ci sono dentro, alla rete. 
Un pesce mal cresciuto, catturato a strascico con altri orribilmente simili a me e, insieme, dolorosamente diversi. 



domenica 19 aprile 2015

Non ci siamo più



Non è la guerra, dalla quale fuggono. Non sono i folli, gli estremisti, gli assassini. Non è la prospettiva di una vita diversa, solo immaginata. È l'irrazionalità, a generare sgomento. 
Almeno settecento persone, su una barcaccia malandata; in pericolo, infreddolite, spaventate. 
Poi appare una nave, che si avvicina con cautela, per prestare soccorso. E molte, di quelle settecento persone, non riescono a inghiottire il panico. Così si sporgono, tutte dallo stesso lato, all'unisono, ché il terrore è una nota lunga che non si domina, che appartiene all'umano quanto all'animale. Si sbracciano, si agitano, pesano. Pesano troppo. E la barcaccia si rovescia, zattera funesta, come un mezz'uovo abbandonato in una pozza nera. 
E non c'è più, il panico. 
Perché manca l'aria. Manca il tepore.


E non ci sono più, quelle settecento persone. 

Bambini, ragazzi, uomini e donne in fuga dai soprusi, dalla viltà, dalla fame, dall'indecenza della dignità violata.


E non ci siamo più neppure noi. Da quando abbiamo iniziato a scordare tutto. A dimenticare il sapore dell'acqua salata. Quella che, da bambini, per un istante, per sbaglio, ci entrava nel naso. Un secondo prima che qualcuno avesse cura di noi.


domenica 5 aprile 2015

'Ottanta voglia di Pasqua



La credenza di nonna Vittoria cambiava testa. Una merlatura variopinta e crepitante faceva brillare il noce più di qualsiasi straccio imbevuto di Pronto Legno. Fui l'unica nipote per una decina d'anni e non mi è mancata una benedetta profusione di zii, prozii e secondi cugini, ognuno propenso a farmi alzare, con bonomia, il livello di acetone. Cominciavo a chiedere "quando mangiamo?" più o meno alle nove del mattino, mentre la nonna ungeva le mani di olio, pronta a impastare l'impanata di cavolfiori. Non avevo tutta la fame del mondo, specie dopo una colazione a base di biscotti, marmellate, bidoni di latte e Ovomaltina; volevo si archiviasse la pratica del pranzo rapidamente, ché c'era ben altro, da fare.
L'ultima goccia di caffè, sorbita dal commensale più lento, era il segnale di via: l'industriosa squadra di formiche liberava il tavolo, riponeva bottiglie e forchette, asportava tazzine e briciole. Infine s'infagottava la tovaglia, ripiegandone i lembi secondo una liturgia sempre uguale, perfetta.
Il tavolo era ampio e lucido. Lo zio Carlo metteva le mani a conca all'altezza delle ginocchia, con le dita intrecciate, e mi strizzava l'occhio. Le sue mani erano del mio numero di piedi. Mi issava sino alla cresta della credenza e io, furetto agile e lungo, afferravo un bolo dopo l'altro. Mezzo minuto, e il desco pareva apparecchiato di nuovo. E che bel rumore faceva, tutta quella carta di plastica. Fiori, pallini, strisce, pulcini, agnelli rosa e angioletti. Le confezioni erano meravigliose. 
C'era sempre almeno uno zio ardito che, nella covata al latte, introduceva furtivamente un uovo di cioccolato fondente "e però ne mangi un pezzettino solo, eh, ché questo è amaro!". E no, non era mai amaro, ma gli adulti tutelavano il mio stomaco caricandosi l'onere di spazzolarlo, prima che il pezzettino assumesse dimensioni sconsigliabili.
Nastri tubolari dorati, legati strettamente intorno a ciuffi crepitanti. Cravatte sintetiche e infide, impossibili da sciogliere. Nonna Vittoria lo sapeva e, nella tasca del grembiule, aveva già il solito paio di forbici. "Te lo taglio io, gioia mia! Taglio e basta, poi lo apri tu."
Infine il climax: un pugno da comizio, tutto curiosità e fervore, calato dall'alto e di taglio. Una ghigliottina goffa e ingorda, che si abbatteva sulle curve lisce e sinuose di ogni scrigno.
Ciascuna sorpresa doveva vendicare la pochezza della precedente. "Magari trovi una borsetta!", ammiccava zia Paola. "E se ci fosse un puzzle?" ipotizzava Cristina. "Secondo me, sarebbe meglio che ci fosse un altro uovo, dentro!" sdrammatizzava Claudio.
Io collezionavo portachiavi. Quelli, c'erano. A rondinella, con lo stemma della Juve, a orsetto, a caramella. Di qualsiasi forma e dimensione, nelle uova di Pasqua degli anni Ottanta, c'erano sempre e solo portachiavi.
Ed era bellissimo, fingere di stupirsi.


Topodimamma, nelle sue, ha trovato trottole tecnologiche dei Pinguini del Madagascar, Capitan America che spara affari azzurri contro nemici di cartone, una gomma da cancellare a forma di coccinella e una specie di pecora, cucita a mano, di cotone. 

Orrenda. 
Attaccata a un ciondolino di metallo. 
Devo controllare la data di scadenza, di 'sto cavolo di uovo solidal. 

giovedì 26 febbraio 2015

Grazie.



Dovrei pulire. Togliere il cuscino, la coperta, il panno bianco. Dovrei anche cambiarmi e mettere la maglia e i pantaloni nel cesto della biancheria sporca. Dovrei far sparire i biscotti al ripieno di carne e gli snack anti-tartaro. Dovrei ragionare e capire dove mettere la cuccia, gli asciugamani che usavamo solo per lei, il libretto sanitario, il collare con il nome. 
Perché non servono più.
Invece me ne sto qui. Puzzo di urina e di tutte le situazioni in cui sono stata manchevole.
Resto ferma ancora un po'. Non perché mi piaccia sguazzare in un assai poco dignitoso brodo dolente, né per espiare alcunché; e 'fanpiffero a tutti gli "escusatio non petita..." già in resta. Resto perché ho uno strofinaccio grezzo attorcigliato nello stomaco. Ne sento peso e consistenza, quasi potessi afferrarlo, con le dita piantate sotto le coste. 
E perché mi aveva scelto. Mi era saltata in braccio, con la lingua penzoloni e gli orecchi scomposti dalla corsa. Era la più magra del canile. Ma aveva una voglia di stare al mondo come non ne avevo mai viste.
Mi saltò in braccio, dieci anni fa. E ora è morbidezza nella terra soffice.
Russava come una segheria, di notte. Faceva la faccia da cane magro che più magro non si può, davanti a una coscia di pollo destinata a umano piatto. E, finché le zampe hanno retto, correva come una saetta. Veloce, elegante, sottile.
Qui dentro c'è un silenzio troppo gonfio, ed è anche per questo, che resto. Topodimamma, cui dovrò infinite e perigliose spiegazioni, è all'asilo. Il consorte al lavoro, ma per fortuna abbiamo parlato. Al telefono. Ché in momenti così lui c'è anche quando non c'è.
C'è silenzio, e non solo. Un vuoto simile solo a se stesso. Una voragine d'assenza, scandita dai secondi dell'orologio, che mi pare di udire per la prima volta.

L'ho avvolta in una federa ampia e bianca, di un bel cotone solido. Quelle federe di una volta, non la merda che si trova oggi in giro. L'ho adagiata nella buca, piano, con garbo. Piangendoci sopra.
Aveva ancora la testolina morbida, sotto la stoffa.
Le sono rimasti gli occhi semiaperti. O semichiusi. Sul chi va là, ché magari vale la pena rimanere vigili, non si sa mai: le avventure nascono spesso per caso, e non vanno perse.
Con le mani ho raccolto una terra densa e profumata, piena di sassi, piccole conchiglie, frammenti di vetro smussati dai secoli. E poco per volta la federa non c'era più.
Le mani, poi la pala. Poi sono ricomparsi i ciuffi d'erba, rimossi nottetempo scavando.
E poi basta.

Mi sento orfana di Zena. Il cane "vivente". Il perfetto "cane a forma di cane". La cagna. La cana. 
E di quando il Topo, ancora a caccia delle prime parole, agitava le manine, rideva e la chiamava "Bù!"


Oggi devo preparare un dolce, ché il Topo, sabato, fa la festa di compleanno con gli amici. Lo farò stasera. 
C'è ancora tempo.


giovedì 19 febbraio 2015

Da sei anni, Sei.




Oggi il Topodimamma compie sei anni. 
Sei. 
Devo ripeterlo, perché suona strano. Appena nato, a suo padre stava in una mano. Ora è alto più di un metro e venti e pesa ventidue chili. Un gigante. Che ride, chiacchiera tutto il giorno (e pure la notte, se i sogni meritano una narrazione) e fa i capricci, ma con una voce meno sottile di ieri. Al supermercato tocca allestire una sporta speciale, ingombrante e leggera, cosicché possa eroicamente dimostrare al mondo quanto sia cresciuto. La regge con tutta la mano, fiero di essere applaudito dal fruttivendolo, dalla fioraia, dalle cassiere della Coop, che gli strizzano l'occhio, gli allungano una caramella, gli accarezzano il capo, mentre ripetono: "Ti xe el putèo più bravo dell'ìsoea!"
Colleziona rane gommose e ne trascrive i nomi sull'apposito foglio, dopo aver letto con pazienza quanto saltino, quanto mangino, quali armi segrete nascondano quelle vere, ritratte nel librino allegato al feticcio.
Comprende e rielabora, da par suo, le Favole al telefono di Rodari. Ne leggiamo una ogni sera, a letto, prima di dormire.
È vivo. Sta bene. Cresce. Da sei anni.
Sei.
Non sottolineerò che "sembra ieri"; ché la banalità travolge la verità assoluta delle frasi lapalissiane. Però è così.
Quando mi fermo, e lo guardo di sguincio mentre canta, o guarda la tv, o costruisce una barca di cartone per il suo nuovo amico millepiedi, mi riprendo il tempo sottratto dalle incombenze. Lo sbircio e non mi capacito dell'enorme fortuna mi sia capitata in sorte. E chi se ne frega della lotteria.
Oh Topo! Sei vivo. E stai bene, per fortuna.
Da sei anni,
Sei.

lunedì 12 gennaio 2015

Ma Charlie, chi?



Parole. Molte. Scritte, dette, berciate qualche volta. Il giorno degli attentati a Parigi ero a lavoro. Nel purgatorio del magazzino, al freddo, a scaricare, spacchettare, contare, ricaricare e archiviare scatoloni di cartone. Pieni e vuoti insieme. Ingombranti. Taglienti. Pesanti.

Ho saputo cosa fosse accaduto durante la pausa pranzo, quando ho chiamato casa per sentire un po' di tepore.
Un giornale satirico del quale nulla sapevo. Morti. Estremisti islamici. E poi il supermercato, gli ebrei, un bambino nascosto in un frigorifero.
Più tardi, la rete. Il 2.0 che s'indigna, estrude il mento, solidarizza con tasti e fibra ottica e corrente elettrica; e in un istante, indossando un hashtag come fosse il saio dei giusti, ecco tutti diventare Charlie.
Ma Charlie, chi? Tutti francesi? Tutti umoristi? Tutti buddisti (per non sbagliare)? Tutti europei, coraggiosi, pacifisti, difensori della libertà di stampa, delle idee, di culto?
La questione è complessa. Complicata dalle ciance, dalle architetture di carta dei complottisti, dal fanatismo; dalle ideologie preconfezionate, assunte come confetti all'anice e alitate di bocca in bocca, digerite, riproposte in forma di vessillo o di monito.
Si moltiplicano gli esperti; di Isis, di Islam, di Maometto, di politica, di storia. Di disegno, persino. Tutti a caccia dello slogan vincente, dell'immagine più azzeccata, della suggestione più struggente.
Io non sono Charlie. 
Non ho mai fatto satira e, se anche la facessi, vivo in Italia: non saprei essere abbastanza "stupida e cattiva". O forse sì, ma con il sedere al caldo in una nicchia di salvifico anonimato. Ché qui preferiamo essere inoffensivi o, al massimo, spregiudicati fino al limite dell'ammenda, del buffetto, dello stigma da talk-show pomeridiano.
Sono atea. I libri sacri, per me, sono libri. Libri e basta. Che contengono storie. Affascinanti, talvolta. Incomprensibili, persino inquietanti, talaltra. Il sapore oppiaceo delle religioni mi fa stare alla larga dai riti, dai bagni catartici, dagli ostensori, dalle campane tibetane e dagli inginocchiatoi, siano essi a pelo raso o di legno sbalzato.
Non sono francese. E, a dirla tutta, di solito i gallici non mi stanno particolarmente simpatici. Nazionalisti, snob, mangialumache a tradimento e viziati da quell'orribile erre moscia, invadono le città d'arte, chiedono informazioni nella loro lingua madre e pretendono risposte e, se ti sogni di comprare un pacchetto di sigarette in Provenza, dopo aver finto di non capire il tuo francese, alzano un sopracciglio e sbuffano: "Italienne?"
E sì, sono italiana. Abituata a giudicare per conto terzi, assuefatta al conflitto verbale, alle misurazioni da chi ce l'ha più lungo, agli idioti da stadio, ai dispettucci delle comari, alla prostituzione intellettuale.
Aborrisco la violenza. Quella degli altri, ché la mia è giustificata, se mi sorpassi a destra, se mi manchi di rispetto, se offendi la mia stirpe.
Sostengo la libertà di stampa. La mia e quella di chi mi aggrada, ché a Sallusti e Belpietro darei fuoco al tesserino da giornalista senza neppure passare dal via e ritirare le ventimila.
Io rispetto le religioni. Ma se mi suonano i testimoni di Geova alle otto di mattina, se la vicina neocat strilla i suoi "Hai capito?!?" ogni dieci secondi, un vaffa rotondo e grasso se lo beccano anzichenò. Con la rincorsa, se lo beccano.
Io non sono Charlie. Perché Parigi è a Parigi. Perché sono pigra e riottosa. Perché della Nigeria non frega niente a nessuno. Me inclusa.
Non sono Charlie, perché le parole sono come gli scatoloni: ingombranti, taglienti, pesanti.
Non sono Charlie. 
Ma, mi piacerebbe poterlo dire, nemmeno il suo contrario.



mercoledì 31 dicembre 2014

Tra un'ora


È stato un anno strano. Durante il quale ho imparato alcune cose e, di certo, me ne sono fatta sfuggire migliaia. Un anno di passaggio, fatto di bandiere che garrivano al vento e banderuole piene di fiato. Di parole nuove e cancrene. 
Topodimamma ha voluto sapere - per bene, 'stavolta - come nascono i bambini e ha scoperto il piacere di dire "delizioso".
Ho finito il romanzo. Be', due delle tre versioni quasi definitive. 
Papàditopo ha sorriso spesso, inventato nuovi giochi, portato a casa una mostra difficile.

Ma il Cane A Forma Di Cane (che poi è una cagna) si è ammalato. Oggi la veterinaria (benedetta donna, che suona al campanello il 31 dicembre) ci ha detto che resterà abbastanza in forze per non più di quattro, cinque mesi. E io mi sento già male.
Sono affondate navi, scomparsi aerei, scoppiate epidemie, esplose nuove guerre.
Ho perso fiducia nei lavoratori, fiaccati dalle minacce, dall'inedia, dall'accidia, da portatori insani di camicie bianche e dalle odi al proprio deretano.

Ma ho guadagnato alcuni amici. Altri mi hanno stupito. Altri, qualche volta, addirittura commosso.
Ho mangiato caramelle, fumato a tradimento, sperato di farcela.

Non amo i bilanci, ma ne stilo continuamente.
Non amo il servilismo, ma vi assisto. Ringhiando, magari. Ma a che serve?
Non amo le sconfitte, ma so essere indulgente con la mia fallibilità. Quasi sempre. Spesso. D'accordo: qualche volta (e non se ne parli più).
È stato un anno strano. Sospeso. Forse l'ha deciso Saturno. O la mia indolenza.

Ho la sensazione che, tra un'ora, si affaccerà un anno diverso. Dispari e fertile. E io ci sarò.
Ancora viva.

Dispari e fertile.
Dispari e fertile.
Dispari e fertile. 


lunedì 27 ottobre 2014

Odio ottobre




Odio la tosse secca. Muco debole e fuggitivo che allunga le zampe oltre l'ugola così, giusto per farsi fastidioso oltremodo. Odio nebulizzare le nari per riaprire un minuscolo varco in tutto quell'immobile ottundimento. E odio dormire, in simili condizioni; ché se riposi di lato il naso si tappa da una parte sola, costringendoti a girarti e voltarti come una fettina impanata. L'unica alternativa sarebbe il sonno a pancia in su che, è risaputo, provvede alla par condicio mucolitica. E dormirei pure, in quella posizione, se non odiassi farlo. E se non odiassi la gola secca e riarsa del mattino dopo. Dopo la russata del secolo.
Odio il raffreddore, ecco. Specie quando si sovrappone al ciclo mestruale. Specie quando, quest'ultimo, è già in compagnia di svariate affezioni neurologiche.
Odio il raffreddore, il ciclo e i nervi. E odio le Leopolde. E i neo-yuppies in camicia bianca e lauto conto in banca, amici di scrittori furbi, divenuti ricchi spacciando sogni di gloria. E assenti, che fa più fico se emozionano a distanza. Odio anche le anziane sindacaliste che mi rendono difficile spiegare ai colleghi di lavoro che il sindacato ha ancora un senso, che s'ha da fare, che l'individualismo è una piaga insopportabile. E odio pure spiegare che l'individualismo è un boomerang e che avevano ragione Tozzi, Ruggeri e Morandi: "tanto, prima o poi, gli altri siamo noi".
Odio il metodo al servizio del dolo. Boffo o non Boffo, ti licenzio e non ti reintegro. Ché togliersi un rompiballe dai piedi, sborsando poche migliaia di euro, è comunque una forma di investimento. Odio le minacce velate e quelle svelate. Odio gli abusi di potere e gli scacchi di un colore solo. Odio gli slogan, le parole che sanno di muffa, ma pure quelle troppo, troppo nuove. Così nuove da suonare ottocentesche. E odio il bue che dice cornuto all'asino. Tacesse, porco cane! Che è quasi ora di alitare sul rinato bambinello e poi vediamo se non gli serve, il supporto del bistrattato ciuccio.
Ecco. È semplice, in fondo.

Odio ottobre. E oggi è ottobre.

E ho il raffreddore, il ciclo e i nervi.

lunedì 13 ottobre 2014

Buh!



I centri commerciali non sono più pieni come uova. Neppure durante il fine settimana. Ma le risorse per retribuire il personale sono poche e i commessi, decimati dalla crisi, annaspano comunque. Quindi, se malauguratamente si è una quota di quella scarsità, lavorare il sabato resta una maledizione. Gli avventori entrano, passeggiano, si lamentano per i chilometri che sono costretti a macinare tra ingresso e uscita e, nella maggior parte dei casi, non comprano una beata fava. Si limitano a chiedere - grandissimi figli di Lapalisse - se quel coso con su scritto "copri-piumino" contenga, per caso, un copri-piumino; o se il bollone giallo sulla padella antiaderente con stampigliato "-10%" implichi uno sconto sul prodotto del dieci per cento. Non sono più clienti, ma frullatori di ammennicoli bipedi, affetti da labirintite e con capacità cognitive degne di organismi mono-cellulari in via di estinzione.

Sabato, io, ero lì. A lavorare, sia chiaro.
Confermato a un marcantonio africano che sì, glielo avrei portato in cassa, il tappeto, stavo giusto issando quei due metri e quaranta di cannone peloso sulla spalla quando ho rischiato l'infarto. Davo le spalle alla corsia principale e, dietro di me, è riecheggiato un barbarico "Buh!". Per un istante, riposta l'arma impropria, ho pensato "Non-può-essere"; eppure lo conoscevo, quel verso. Era la sua voce. La più adorabile. 
Mi sono voltata e, davanti agli occhi, avevo il Topodimamma in carne e ossa. 

Viviamo a una distanza di circa quattro anni luce, dal centro commerciale. In tre anni, non era mai venuto a trovarmi al lavoro. Papàditopo e Nonnaditopo erano a pochi passi di distanza, divertiti, quasi che le loro bocche fossero balconi ridenti, cui affacciare un'anima curiosa di godersi la scena. 
Ho alzato lo sguardo. Marcantonio Africano mi guardava, come a dire "'mbe'?! Non è che adesso mi tocca portarmelo da solo, il tappeto, vero?". Ché mica è colpa sua, se si è scordato di prendere un carrello! Ho raccattato il cannone - spiegando al Topo che sarei tornata in un batti-baleno - trattenendo a stento la tentazione di sperimentare una nuova specialità olimpica: il lancio della comunità acara, imbalsamata nel modello Greta a pelo lungo. Ché il giavellotto, al confronto, è roba per signorine.

Poi, finalmente, ho portato Topo a spasso, in braccio, correndo da tutte le parti, uffici inclusi. Le leggende del Topo Narratore sono ben note, a colleghe e colleghi. E mi è presa la smania di mostrare a tutti che esisteva sul serio quell'essere mitico, mezzo Voltaire e mezzo Piccolo Principe.
Finiti i minuti a disposizione, rubati in modo assai poco ortodosso al turno, ho salutato il papà, la nonna e Topo, sbaciucchiandolo fino a consumarlo. Le ore successive mi sono volate. Ho lavorato serena. Anche se era sabato. Anche se i copri-piumino giacevano nelle debite confezioni e le padelle costavano il dieci per cento in meno.
I due belli, messa la nonna sul bus, mi hanno aspettato, gironzolando nell'area commerciale fino all'ora di chiusura. Siamo tornati a casa insieme e Topo non ha vomitato in macchina, né in autobus. Raggiunta Venezia, abbiamo pure mangiato fuori. Pioveva. Abbiamo comprato un ombrello da un giovane ambulante che cantava.
E io ero più felice che mai. Nonostante i piedi distrutti e le mille sporte cariche di qualsiasi cosa.

Felice come la cosa più felice che possiate immaginare. Per la giornata risollevata miracolosamente. Perché Papàditopo odia frequentare i centri commerciali, eppure ha resistito. Per me. Per farmi un regalo infinitamente grande. 
Perché il "Buh!" del Topo non era mai stato altrettanto spaventoso.
Né mai, prima, altrettanto sublime.

sabato 20 settembre 2014

Funeral party



Gli ultimi quattro gradini del ponte e ho guadagnato le riva che si stende dietro l'abside del duomo. Una stola mi è svolazzata davanti al naso, svelando un crocifisso di legno. Un bacio casto e leggero, posato dal celebrante sulla guancia rigata di una signora. Era viola, la stola. E la signora, bianchissima. Neppure il tempo di dare forma al debito "accidenti" ed eccola lì, la bara. Di un bel noce, levigata, lucida. Scendeva piano verso il guscio della barca, guidata da abili Caronte silenziosi.
Dovevo fare la spesa. Trascinavo un carrettino blu e azzurro attraverso la piccola folla mesta, assembrata a pochi metri dal canale.
Mi sento sempre in enorme imbarazzo compiendo gesti quotidiani e sfacciatamente vitali durante un funerale. 
Ma l'impaccio, d'un fiato, è scomparso, travolto dall'orrore. 
Tre turiste orientali, cinesi o giapponesi o chissà di dove cavolo, sostavano accanto al ferale capannello. Indicavano la barca. E la bara. 
E ridevano
Ridevano, scattando foto ricordo.

Forse credevano che qui fossimo tutti immortali. O che facessimo a pezzettini i defunti e li schiaffassimo nei tramezzini dei bar di piazza San Marco. O che, in una città d'acqua, vigesse l'abitudine di scaraventare i trapassati dalle finestre, attendendo un salvifico splash.

Comprendo lo stupore per la particolarità del servizio funebre. Pur deglutendo un bolo di disgusto, arrivo quasi a capire la foto, ché a Quel Paese uno scatto simile desterà scalpore, probabilmente. Ma nella scomparsa definitiva di qualcuno, nelle lacrime degli astanti, nella compostezza dei becchini, che ci sarà mai, di tanto esilarante?
Avrei voluto schiaffeggiarle. O correre a casa loro e danzare su tutte le sacre olle cinerarie, le lapidi, i roghi catartici.
Non l'ho fatto. Mi chiudeva la Coop.

E comunque è vero, sono la solita polemica: magari quelle tre scimmiette sghignazzanti provenivano davvero dalla Terra di Mezzo; non erano mancanza di rispetto, immoralità, idiozia, le loro. 
Semplicemente, non potevano capire. 
Ché, i cinesi, non muoiono mai.


martedì 12 agosto 2014

Estinzione di un poeta



Nel Settantanove avevo tre anni. Eppure mi ricordo l'uovo, lo sguardo rivolto verso l'alto, poco prima del contatto con Orson e quella meravigliosa tutina rossa con il triangolo argentato, che pareva il mio pigiama di ciniglia.
Quando, al liceo, studiando la storia dell'arte m'imbattei in uno degli infiniti autoritratti di Schiele, non seppi trattenere le risa: anche il buon Egon, come Mork, faceva Na-no-Na-no con la mano. 

Durante una verifica, l'insegnante di lettere ci assegnò il tema da svolgere. Dovevamo scrivere brevemente la trama di un film che ci aveva colpito e approfondire, durante lo svolgimento, gli aspetti psicologici caratterizzanti della pellicola. Quasi tutti descrissero le gesta del professor Keating. Un goal a porta vuota, ecco. l'Attimo fuggente sembrava fatto apposta per folgorare le anime di quindicenni straziati dalla fatica di esistere. Io no. Volevo fare l'originale, tanto per cambiare. E non rivelai mai a nessuno quanto suonasse barbarico il mio, di yawp, quando non c'erano orecchi nei paraggi. Tacqui, ché conoscevo quella fatica più di quanto gli altri sospettassero.
Piansi quando morì Neil e quando i suoi compagni salirono sui banchi. Piansi, in rima con quegli occhi bonari, mentre De Niro tornava catatonico in Awakenings. Piansi per l'infinita poesia di Al di là dei sogni. Piansi quando Patch Adams si mise il primo naso rosso. Piansi allo scoppio della bomba al bar in Goodmorning Vietnam. Piansi persino quando a Mrs Doubtfire andarono a fuoco le tette.
Piansi perché ero una frignona, probabilmente. O forse perché Robin Williams era vero. Niente dialoghi smozzicati ed espressioni da triglia sdoganate dalla fiction italiana, né pose plastiche e aloni fluo da telenovela. Quando recitava lui era impossibile distinguere persona e personaggio. Riusciva a sollevare lo spettatore come un panno sporco e a metterlo in ammollo in acqua saponata, impastandolo e strizzandolo, senza che lui se ne rendesse conto. Alla fine di ogni film si era costretti ad annusarsi, per scoprire un odore nuovo sulla propria pelle, fatto di consapevolezza, di visioni che avrebbero avuto uno strascico, di nostalgia istantanea, di languore.

Robin Williams è morto. 
Pare si tratti di suicidio.

E spuntano come funghi i soliti stronzi. Quelli che devono ribadire quanto sia inopportuna una simile scelta per un miliardario. E, parimenti, quelli che devono spiegarti che anche i ricchi piangono (ma solo dopo aver elencato lunghe liste di problemi legati a droga e alcol).
La faccenda è più semplice: il mondo, tra i tetti e l'erba, fa schifo. C'è chi cerca di cambiarlo come può. Quando si accorge di non riuscirci può decidere di adeguarsi o di darsi alla fuga. Di scorticarsi le nocche contro il muro o mollare la cima. «Ma su, c'è lagggènte, lì fuori!», blaterano i soliti stronzi. Non capiscono che il problema è esattamente quello. Se il mondo fosse fatto solo di tetti, per i sogni ci sarebbe un sacco di spazio.
Ora partirà la rincorsa delle emittenti televisive: faranno a gara per sfornare l'intera filmografia dell'attore. È pure estate, quindi una replica vale l'altra. Ci voleva proprio, un bel lutto corposo, per alzare gli ascolti. 
E io, sciocca, orfana e triste, non saprò far altro che rimpinguare l'audience.

Buon ritorno, Mork. E salutami Orson.

martedì 22 luglio 2014

Gaza, la carta, le baguettes



A quindici anni frequentavo un liceo pieno di gente che, a tutti i costi, sentiva di dover apparire diversa. Dai propri coetanei, dalla prole ordinata e ordinaria che genitori avvocati o impiegati di banca avrebbero desiderato avere. Per non somigliare a chicchessia, gli studenti finivano nel gorgo dello stereotipo del ribelle, sfoggiando infinite paia di anfibi viola, cotonature rasta, padiglioni auricolari sforacchiati senza ritegno, bomber e chiodi da combattimento. Quando scoppiò la Guerra del Golfo, tutti noi implumi boccaloni avemmo un nuovo, ottimo motivo per modificare temporaneamente il look. Ai nostri stracci borghesi, aggiungemmo in massa il bianco e nero - qualche impavido, il bianco e rosso - della kefiah, a sostegno del popolo del Kuwait, annichilito dal dittatore iracheno. Molti ragazzi neppure sapevano dove fosse collocato, sulla carta geografica, quel povero staterello. E neppure l'Iraq, a dirla tutta. Ma il bisogno di cavalcare una causa giusta, di manifestare per qualcosa di più dignitoso della mancanza di carta igienica nei bagni, la necessità di schierarsi con il debole oppresso, la pigrizia di accontentarsi di qualche slogan, bastavano e avanzavano. La kefiah finiva attorcigliata al collo, sfoggiata, mostrata come un vessillo, meglio ancora se in pendant con una copia del Manifesto, che nessuno leggeva, ma faceva un sacco fico portare a spasso come una baguette.
La storia non ci appassionava. E i paesi arabi erano un po' troppo in Africa per destare il nostro interesse. A scuola si arrivava a studiare, e solo all'ultimo anno, la prima guerra mondiale; quindi il '48, con l'istituzione dello Stato d'Israele, rimaneva una vaga eco mutuata da genitori comunisti o poco più. Eppure quel conflitto ardeva, lungo la striscia di Gaza, da quasi un secolo. Ebrei cattivi, arabi buoni. Ebrei ricchi, arabi poveri. Ebrei prepotenti, arabi schiacciati. Il succo era quello. Tutto il resto, navigava in un brodo lento di inutili dettagli religiosi, politici, pseudo-culturali. Africani. 
Non sapevamo nulla e non ce ne fregava un tubo. La kefiah bastava, per mostrarci solidali.
Oggi, quasi venticinque anni dopo, ho imparato a leggere un quotidiano fino in fondo. Ascolto il telegiornale con un orecchio terrorizzato e l'altro sfiancato dall'accidia. Mi documento. Ho persino rivalutato lo studio della storia e ammetto una certa vergogna per quel libro del liceo lasciato pressoché intonso. Non indosso più la kefiah. Prima di smarrirsi durante l'ultimo trasloco, quella che avevo finì a foderare il cuscino della mia sedia da scrivania.
Oggi so quale potere abbia lo Stato di Israele, quanto siano pericolosi e indispensabili i tunnel scavati dai palestinesi per aggirare l'embargo, quanto sia strategico l'Egitto, quanto siano affamati gli Stati Uniti, quanto siano potenti i dispositivi anti-razzo degli israeliani e quanto sia vile, da una parte e dall'altra, l'uso degli esseri umani come scudi, come scuse.
Ma continuo a non capirci nulla.
Non comprendo i cadaveri ammassati. I "civili" plaudenti che assistono ai bombardamenti sgranocchiando popcorn. I bambini che scrivono messaggi sui missili, prima che essi vengano lanciati contro il nemico. Non comprendo il concetto stesso di nemico. Sono confusa, troppo e, come dice il cinquenne Topodimamma, mio figlio, lo sono talmente che "mi fa perfino un po' male il cervello". Forse basterebbe imitarlo mentre, strizzando gli occhi, afferma di mettere in atto la "cancellazione della memoria"; e lo farei pure, se non fossi convinta che il problema sia proprio lì. La storia, al liceo, mi ammorbava, perché mi sembrava uno sterile elenco di date e guerre e nomi di generali. Che si ripetevano all'infinito.
Non capivo, non sapevo che una baguette non è mai innocua.

Topodimamma mi guarda, sbircia la tavoletta tecnologica e mi dice "ma l'hai scritto tu, quello? Tutto da sola, così lungo?", indicando il testo. Alla mia risposta affermativa, spalanca gli occhi ed esclama "Wow!" ché, a cinque anni, già una sola parola di otto lettere è lunghissima. Poi piega un foglio di carta e realizza "il mio aereo da guerra! Wuuum!", ignaro dell'inquietante coerenza. Per fortuna, dopo il primo lancio, ci tiene a chiarire che lo aprirà e lo ripiegherà per farci qualcos'altro, "ché se uso tanti fogli devono tagliare troppi alberi, e poi respiriamo male!"
Hai ragione, Topo: la carta serve. Per i libri, per Il Manifesto, per i bagni.

lunedì 9 giugno 2014

Il domenicale






Caro cliente della domenica,
sarò chiara e onesta sin dalle prime battute: io non ti capisco. Mi sono sforzata, parecchio e con impegno, eppure niente, non ne vengo a capo. Se io vendessi latte e tu avessi, a casa, un figlio denutrito e piangente, se spacciassi pillole magiche e tu soffrissi d’insonnia più di Napoleone, se io vendessi prodotti postali e tu dovessi spedire un’irrimandabile raccomandata, ecco, probabilmente comprenderti sarebbe più facile.
Per carità, non mi ributta prendere undici euro e quaranta l’ora, anziché i soliti sette (scialiamo!) per il lavoro festivo, né raggiungere il posto di lavoro veleggiando lungo strade pressoché deserte, ma spiegami: cosa ti porta, una domenica torrida di giugno, con un’umidità media del novanta per cento e un sole che spacca un’intera cava di pietre, a infilarti in un centro commerciale? Ah, l’aria condizionata, dici. 
Be’, da noi è rotta. Te ne sarai pure accorto mentre, dopo il secondo chilometro di zig-zag tra i divani, la tua fronte cominciava a squagliarsi, gocciolando mestamente sulla camicia grigia, già finemente damascata dal sale della tua povera pelle riarsa. Dunque? Non avresti saputo come domare la brama di possedere un porta-saponetta fucsia? Hai accidentalmente dato fuoco a tutti gli strofinacci della cucina? Ti è finito l’inchiostro della stampante laser allo scoccare della mezzanotte del sabato, ché manco Cenerentola colorista?
Un posto così resiste solo se fa incassi, lo so. E io continuerò ad avere un impiego solo se tu non smetterai di desiderare uno zerbino con i gufi, una tazza che ritrae un ferale cane incravattato o un copriletto tutto rose e lillà. 
E sia, come vuoi. Benvenuto e mille grazie.
Ma un dubbio amletico, chiedo venia, a me resta: perché acquisti la borsa frigo da spiaggia, la sedia pieghevole da spiaggia, il telo-mare da spiaggia, il kit caraffa&bicchieri di plastica da spiaggia e il fine settimana lo trascorri qui?
Ma, in fondo, io che ne so? Magari da noi c’è una specie di buco nero, un magnete settario, che attrae a sé esclusivamente torme di parrucchieri amanti dei gufi; acconciatori senza infamia e senza dimora che al lido ci vanno, eccome. 
Ma solo il lunedì.

domenica 4 maggio 2014

Di fatine, edere e problemi oftalmici




Papà, mamma, Il Topo e La Cana: la famiglia al completo, ieri, è andata in missione. Recuperate le radiografie della Cana, la meta era l’ambulatorio del vecchio veterinario, un omone rude e barbuto che vive e opera - è il caso di dirlo - sulla terraferma. Fatta la visita, in tasca fitte ricette di cortisonici, antiepilettici e complessi schemi di posologie a scalare, i quattro moschettieri hanno deciso di addentrarsi nel dedalo di viuzze disegnato dai banchi del mercato rionale. Tre boxer dieci euro, calzini dell’Uomo Ragno, calzini di un anonimo blu, pantaloni per l’asilo e una cuccia con doppia imbottitura: un buon malloppo, in tempi di crisi. Dopo la sosta al parco giochi, con annesso congruo numero di acrobazie topiche (espletato con fervore tra proboscidi giganti di vetro-resina e metallici anelli rotanti), il drappello ha occupato un piccolo desco all’aperto, per rifocillare stomachi languenti con toast, patate e seppie arrostite.
Siamo rientrati alle quattro, appena in tempo per evitare l’ennesimo piovasco della settimana.


Stamattina c’è il sole. Ho lavato i piatti rimasti nell’acquaio da ieri sera. Poi, con la tazza grande tra pollice e indice, sono uscita nell’orto, a bere il caffè all’aperto. La neve dei pioppi svolazza sin qui. Il fico s’è fatto frondoso: un’armonica cascata verde che manco nell’Eden. Il finocchietto selvatico, vaporoso e profumato, solletica il minuto vitigno di non sappiamo bene quale uva. Le pianticelle di pomodoro sono cresciute di una spanna, a un metro dall’albicocco nano, che produce frutti altrettanto nani, ma succosi e dolcissimi. Gelsomino, passiflora e glicine rivaleggiano sul graticcio del portico, con sommo disinteresse del limone e del melo radicati - noncuranza e arborescenze - nei pressi della vasca dei pesci.

È lì, che mi cade l’occhio. Poco sopra il muretto a secco che delimita il nostro giardino.
Ieri, mentre eravamo in trasferta, le fatine delle cinta, alacremente e in gran segreto, devono essersi date parecchio da fare: tra il nostro rigoglioso fazzoletto di terra e il bigio, lastricato scoperto dei vicini, è apparsa una nuova rete fiammante. Alta, densa, compatta, impenetrabile. Siamo al secondo episodio: il primo, provvidenziale intervento per rimpolpare la recinzione sospettammo fosse stato messo in atto a causa di impudiche vangate a torso incanottato del Papàditopo. Operazioni agricole considerate, evidentemente, ad alto tasso pornografico.
«Così i nostri figli non vi disturbano», ci dissero allora.
Stavolta, l’impegno profuso è aumentato: sulla vergine e smeraldina trama metallica s’è inerpicata, magicamente, un’edera. Un’edera di plastica. Un’edera di plastica che fa molto natura, si coordina adorabilmente con il parquet da esterno e con le zanzariere, e non attira formiche, tutte zampette e antenne nere e cheschifocazzo.
«Così i nostri figli non vi disturbano», ribadirebbero, se fossimo tanto screanzati da dichiarare i nostri dubbi circa l’esistenza delle fatine delle cinta.
Il linguaggio è un fattaccio acquisito, e persino in una casa timorata di Dio la profusione, gridata e costante, di coglioni e vaffanculi si propaga dalle lingue dei padri a quelle dei figli. La prole cui si fa riferimento, per una paletta rubata o un paio di orecchini fucsia sfoggiati con troppa civetteria, sa rendere onore agli insegnamenti genitoriali e farsi molesta anzichenò. Eppure a me continua a risultare difficile credere che, annaffiando una verzura di polietilene, essa possa tramutarsi in una barriera fonoassorbente. Probabilmente, dunque, il problema non è otorinolaringoiatrico, bensì oftalmico. E vai a capire se, in quel povero occhio offeso, si sia infilata una pagliuzza o una trave! 
Questi bravi cristiani non devono essere spiati. E, soprattutto, non devono cadere nella tentazione di spiare, specie i più giovani. Non sia mai che capiti loro di intercettare dell’autentica gioia su volti dichiaratamente miscredenti, di assistere a sregolati gesti di gentilezza, di veder fiorire piante vere, di sapere che ci sono bambini che giocano con il fango senza rischiare la decapitazione, di sospettare che i dogmi possono non essere assoluti. Certe patologie oculari sono contagiosissime, e le fatine delle cinta lo sanno meglio di ogni altro. Per questo, instancabili barricadere, si schermiscono dietro l’allusione a un puerile «Lo facciamo per voi». 
Excusatio non petita, accusatio manifesta, dicevano gli antichi; ma le fatine, da quando la Chiesa s’è modernizzata, non lo parlano più, il latino. 
Poco male, in ogni caso. Quest’estate ci faremo sontuosi bagni nella piscina autoportante in costume adamitico, dopo ogni temporale salteremo nelle pozzanghere di fango più rosei e ridanciani di Peppa Pig, pisceremo sull’erba a favore di vento e daremo il via al più clamoroso campionato mondiale di rutto libero.

E vedremo come se la cavano, le fatine, con malta e cazzuola.