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martedì 15 dicembre 2015

La Piccola




Un'altra assemblea dei lavoratori. E oggi mi è toccato il battesimo. Il segretario non c'era, ché siamo a ridosso dello sciopero e le trattative, altrove, si sono moltiplicate e coperte di spine.

I colleghi presenti sono pochi. Ma buoni, e non solo per onorar il detto. 
Non sono intimidita. Ho studiato, conosco gli argomenti e i ragazzi sono preparati; e la controparte, con i soliti, ridicoli, miserevoli giochi, mi ha persino offerto un assist, sfornando un documento mendace e omertoso, così facile da contestare che, quasi quasi, ci si perde il gusto.
Infilo i punti del discorso come perle di fiume. I lavoratori comprendono, si confrontano, partecipano. Qualcuno sbocconcella un mandarino, perché stanno sacrificando la pausa pranzo.
All'improvviso, si apre la porta. Compare un visino bianco e nitido, due grandi occhi chiari, un piercing sotto il labbro. 
È La Piccola. 
È una degli addetti del reparto più grosso. Ha un contratto a tempo determinato, che scadrà tra qualche mese. Ha vent'anni. E siccome ha vent'anni, potrebbe essere mia figlia. 
Chiede se può partecipare all'assemblea. È venuta apposta, ché non era neppure in turno, oggi.
Visto che, dall'ufficio accanto, c'è chi sbircia, per verificare quali formiche facinorose compongano il viavai carbonaro, quello della Piccola è già un gesto coraggioso. No, non coraggioso e basta. Eroico.
Ascolta con attenzione, pone domande, mentre i begli occhi le si allargano come fiori al sole.
Vorrebbe scioperare. Non può farlo. La lascerebbero a casa. Io lo so. Lei lo sa. 
Mi dice "perdonami, io ho paura" e io le rispondo che ci sono pandori di un metro e ottanta, lì dentro, tutelatissimi e con il culo al caldo, che non hanno un quarto della dignità che lei coltiva su un mignolo.
Accidenti! Si scusa, La Piccola, perché subisce un sopruso. E non sa, forse perché non riesco ad abbracciarla come l'avessi partorita sul serio, che la sua sola presenza, in quella stanza, ha restituito a una vecchia ciabatta comunista una cosa preziosa come l'aria: la speranza. 
Non è tutto perduto. Non esistono generazioni allo sbando. Esistono le persone.



L'ho salutata, fuori, al sole, fumando una cicca insieme. E ho spinto il fiato a fatica, giù in gola, perché lei splendeva. Fino a commuovermi.

Grazie, Piccola. Perché hai la tua testa, vent'anni e un piercing sul visino bianco. Perché c'eri.
Perché ci sei. 
Prenderò una barca alle quattro del mattino, il diciannove dicembre. Milano è a Milano e ci si deve arrivare in pullman, per comporre il corteo.
Sfanculerò la sveglia, farò la linguaccia alle palpebre bolse, dinanzi allo specchio. Ma quando il faro del battello fenderà il buio, nella mia direzione, saprò che ho un motivo in più per resistere.
Per continuare a Essere.
Grazie, Piccola. Lotta, finché sei in tempo.

sabato 25 aprile 2015

Grazie, Aldo.



È mattina. Il tabaccaio è aperto. Compro le sigarette e Il Manifesto, ché oggi c'è l'Alias speciale. Prendo anche un giochino per Topodimamma e scelgo un numero per la lotteria, il 19, il giorno in cui è nato lui; magari si vince la cesta con l'olio buono, non si sa mai.
Poi passeggio lungo la riva, diretta alla farmacia. Anche il panificio è aperto. Pane fascista, probabilmente, ma lo abbiamo finito, quindi toccherà fare scorta.
In farmacia, prima di me, c'è un signore di una certa età che parla con Gianni. Gianni se le fa sempre dentro, le feste. Il signore, un uomo di bassa statura, parzialmente calvo e già con una sporta piena di scatoline, gli sta mostrando una foto. "So mi", dice, "gèro a Torino, setantàni fa. Àrime, gèro vestìo da partigiàn!", aggiunge, con un sorriso pieno e fiero. Mi avvicino di qualche passo, in barba alla linea che dovrebbe tutelare la privatezza del cliente precedente. "Posso vardàr anca mi?", dico; e lo faccio in dialetto, ché è più facile chiedere il permesso di sbirciare una foto in bianco e nero se ti presenti come si deve. Il signore volta l'immagine verso di me, felice come quando Topodimamma trova l'ultima figurina dell'album. Il farmacista si limita a ripetere che vi è ritratto "proprio un bel òmo" e io seguo i profili di quel volto. Un viso giovane, con lo sguardo di fuoco. Il signore avrà avuto vent'anni. Imbracciava un fucile. "Gèro in piàssa Vittorio, co i ga da' l'annuncio dea Liberazione. No ve digo che beo, che xe sta'!" e si capisce eccome, quanto deve essere stato bello, per lui, essere in quella piazza. "Xe a me festa, oggi. E so 'ncora vivo". "Per fortuna", dico io, e "Sì, è proprio la sua festa. E anche la mia."

Indosso i pantaloni sui quali avevo cucito le toppe rosse, l'anno scorso, costretta a lavorare. Ci avevo ricamato alcuni versi di Bella ciao. E giusto ieri pensavo a quanto sarebbe stato importante parlare con un partigiano, il 25 Aprile.
Uscita dalla farmacia ho raggiunto il panificio. Il partigiano era davanti a me. Ha lasciato la sporta con i medicinali alla panettiera. "Ti me a tièn, finché vado tórme el giornal?", le chiede. "Sì, Aldo", fa lei. "Ma no sta a magnarte tutto...", la mette in guardia. "Mi, 'sta roba, no me a magno de sicuro!", chiosa lei.
Ecco, evviva!, so come si chiama.

Oggi, nonostante tutto, questo è un paese libero. E io sono felice. 

Grazie, Aldo. A te, e a tutti gli uomini che, in bianco e nero, gioivano in piazza, settant'anni fa.


giovedì 26 febbraio 2015

Grazie.



Dovrei pulire. Togliere il cuscino, la coperta, il panno bianco. Dovrei anche cambiarmi e mettere la maglia e i pantaloni nel cesto della biancheria sporca. Dovrei far sparire i biscotti al ripieno di carne e gli snack anti-tartaro. Dovrei ragionare e capire dove mettere la cuccia, gli asciugamani che usavamo solo per lei, il libretto sanitario, il collare con il nome. 
Perché non servono più.
Invece me ne sto qui. Puzzo di urina e di tutte le situazioni in cui sono stata manchevole.
Resto ferma ancora un po'. Non perché mi piaccia sguazzare in un assai poco dignitoso brodo dolente, né per espiare alcunché; e 'fanpiffero a tutti gli "escusatio non petita..." già in resta. Resto perché ho uno strofinaccio grezzo attorcigliato nello stomaco. Ne sento peso e consistenza, quasi potessi afferrarlo, con le dita piantate sotto le coste. 
E perché mi aveva scelto. Mi era saltata in braccio, con la lingua penzoloni e gli orecchi scomposti dalla corsa. Era la più magra del canile. Ma aveva una voglia di stare al mondo come non ne avevo mai viste.
Mi saltò in braccio, dieci anni fa. E ora è morbidezza nella terra soffice.
Russava come una segheria, di notte. Faceva la faccia da cane magro che più magro non si può, davanti a una coscia di pollo destinata a umano piatto. E, finché le zampe hanno retto, correva come una saetta. Veloce, elegante, sottile.
Qui dentro c'è un silenzio troppo gonfio, ed è anche per questo, che resto. Topodimamma, cui dovrò infinite e perigliose spiegazioni, è all'asilo. Il consorte al lavoro, ma per fortuna abbiamo parlato. Al telefono. Ché in momenti così lui c'è anche quando non c'è.
C'è silenzio, e non solo. Un vuoto simile solo a se stesso. Una voragine d'assenza, scandita dai secondi dell'orologio, che mi pare di udire per la prima volta.

L'ho avvolta in una federa ampia e bianca, di un bel cotone solido. Quelle federe di una volta, non la merda che si trova oggi in giro. L'ho adagiata nella buca, piano, con garbo. Piangendoci sopra.
Aveva ancora la testolina morbida, sotto la stoffa.
Le sono rimasti gli occhi semiaperti. O semichiusi. Sul chi va là, ché magari vale la pena rimanere vigili, non si sa mai: le avventure nascono spesso per caso, e non vanno perse.
Con le mani ho raccolto una terra densa e profumata, piena di sassi, piccole conchiglie, frammenti di vetro smussati dai secoli. E poco per volta la federa non c'era più.
Le mani, poi la pala. Poi sono ricomparsi i ciuffi d'erba, rimossi nottetempo scavando.
E poi basta.

Mi sento orfana di Zena. Il cane "vivente". Il perfetto "cane a forma di cane". La cagna. La cana. 
E di quando il Topo, ancora a caccia delle prime parole, agitava le manine, rideva e la chiamava "Bù!"


Oggi devo preparare un dolce, ché il Topo, sabato, fa la festa di compleanno con gli amici. Lo farò stasera. 
C'è ancora tempo.


giovedì 19 febbraio 2015

Da sei anni, Sei.




Oggi il Topodimamma compie sei anni. 
Sei. 
Devo ripeterlo, perché suona strano. Appena nato, a suo padre stava in una mano. Ora è alto più di un metro e venti e pesa ventidue chili. Un gigante. Che ride, chiacchiera tutto il giorno (e pure la notte, se i sogni meritano una narrazione) e fa i capricci, ma con una voce meno sottile di ieri. Al supermercato tocca allestire una sporta speciale, ingombrante e leggera, cosicché possa eroicamente dimostrare al mondo quanto sia cresciuto. La regge con tutta la mano, fiero di essere applaudito dal fruttivendolo, dalla fioraia, dalle cassiere della Coop, che gli strizzano l'occhio, gli allungano una caramella, gli accarezzano il capo, mentre ripetono: "Ti xe el putèo più bravo dell'ìsoea!"
Colleziona rane gommose e ne trascrive i nomi sull'apposito foglio, dopo aver letto con pazienza quanto saltino, quanto mangino, quali armi segrete nascondano quelle vere, ritratte nel librino allegato al feticcio.
Comprende e rielabora, da par suo, le Favole al telefono di Rodari. Ne leggiamo una ogni sera, a letto, prima di dormire.
È vivo. Sta bene. Cresce. Da sei anni.
Sei.
Non sottolineerò che "sembra ieri"; ché la banalità travolge la verità assoluta delle frasi lapalissiane. Però è così.
Quando mi fermo, e lo guardo di sguincio mentre canta, o guarda la tv, o costruisce una barca di cartone per il suo nuovo amico millepiedi, mi riprendo il tempo sottratto dalle incombenze. Lo sbircio e non mi capacito dell'enorme fortuna mi sia capitata in sorte. E chi se ne frega della lotteria.
Oh Topo! Sei vivo. E stai bene, per fortuna.
Da sei anni,
Sei.

lunedì 13 ottobre 2014

Buh!



I centri commerciali non sono più pieni come uova. Neppure durante il fine settimana. Ma le risorse per retribuire il personale sono poche e i commessi, decimati dalla crisi, annaspano comunque. Quindi, se malauguratamente si è una quota di quella scarsità, lavorare il sabato resta una maledizione. Gli avventori entrano, passeggiano, si lamentano per i chilometri che sono costretti a macinare tra ingresso e uscita e, nella maggior parte dei casi, non comprano una beata fava. Si limitano a chiedere - grandissimi figli di Lapalisse - se quel coso con su scritto "copri-piumino" contenga, per caso, un copri-piumino; o se il bollone giallo sulla padella antiaderente con stampigliato "-10%" implichi uno sconto sul prodotto del dieci per cento. Non sono più clienti, ma frullatori di ammennicoli bipedi, affetti da labirintite e con capacità cognitive degne di organismi mono-cellulari in via di estinzione.

Sabato, io, ero lì. A lavorare, sia chiaro.
Confermato a un marcantonio africano che sì, glielo avrei portato in cassa, il tappeto, stavo giusto issando quei due metri e quaranta di cannone peloso sulla spalla quando ho rischiato l'infarto. Davo le spalle alla corsia principale e, dietro di me, è riecheggiato un barbarico "Buh!". Per un istante, riposta l'arma impropria, ho pensato "Non-può-essere"; eppure lo conoscevo, quel verso. Era la sua voce. La più adorabile. 
Mi sono voltata e, davanti agli occhi, avevo il Topodimamma in carne e ossa. 

Viviamo a una distanza di circa quattro anni luce, dal centro commerciale. In tre anni, non era mai venuto a trovarmi al lavoro. Papàditopo e Nonnaditopo erano a pochi passi di distanza, divertiti, quasi che le loro bocche fossero balconi ridenti, cui affacciare un'anima curiosa di godersi la scena. 
Ho alzato lo sguardo. Marcantonio Africano mi guardava, come a dire "'mbe'?! Non è che adesso mi tocca portarmelo da solo, il tappeto, vero?". Ché mica è colpa sua, se si è scordato di prendere un carrello! Ho raccattato il cannone - spiegando al Topo che sarei tornata in un batti-baleno - trattenendo a stento la tentazione di sperimentare una nuova specialità olimpica: il lancio della comunità acara, imbalsamata nel modello Greta a pelo lungo. Ché il giavellotto, al confronto, è roba per signorine.

Poi, finalmente, ho portato Topo a spasso, in braccio, correndo da tutte le parti, uffici inclusi. Le leggende del Topo Narratore sono ben note, a colleghe e colleghi. E mi è presa la smania di mostrare a tutti che esisteva sul serio quell'essere mitico, mezzo Voltaire e mezzo Piccolo Principe.
Finiti i minuti a disposizione, rubati in modo assai poco ortodosso al turno, ho salutato il papà, la nonna e Topo, sbaciucchiandolo fino a consumarlo. Le ore successive mi sono volate. Ho lavorato serena. Anche se era sabato. Anche se i copri-piumino giacevano nelle debite confezioni e le padelle costavano il dieci per cento in meno.
I due belli, messa la nonna sul bus, mi hanno aspettato, gironzolando nell'area commerciale fino all'ora di chiusura. Siamo tornati a casa insieme e Topo non ha vomitato in macchina, né in autobus. Raggiunta Venezia, abbiamo pure mangiato fuori. Pioveva. Abbiamo comprato un ombrello da un giovane ambulante che cantava.
E io ero più felice che mai. Nonostante i piedi distrutti e le mille sporte cariche di qualsiasi cosa.

Felice come la cosa più felice che possiate immaginare. Per la giornata risollevata miracolosamente. Perché Papàditopo odia frequentare i centri commerciali, eppure ha resistito. Per me. Per farmi un regalo infinitamente grande. 
Perché il "Buh!" del Topo non era mai stato altrettanto spaventoso.
Né mai, prima, altrettanto sublime.

martedì 12 agosto 2014

Estinzione di un poeta



Nel Settantanove avevo tre anni. Eppure mi ricordo l'uovo, lo sguardo rivolto verso l'alto, poco prima del contatto con Orson e quella meravigliosa tutina rossa con il triangolo argentato, che pareva il mio pigiama di ciniglia.
Quando, al liceo, studiando la storia dell'arte m'imbattei in uno degli infiniti autoritratti di Schiele, non seppi trattenere le risa: anche il buon Egon, come Mork, faceva Na-no-Na-no con la mano. 

Durante una verifica, l'insegnante di lettere ci assegnò il tema da svolgere. Dovevamo scrivere brevemente la trama di un film che ci aveva colpito e approfondire, durante lo svolgimento, gli aspetti psicologici caratterizzanti della pellicola. Quasi tutti descrissero le gesta del professor Keating. Un goal a porta vuota, ecco. l'Attimo fuggente sembrava fatto apposta per folgorare le anime di quindicenni straziati dalla fatica di esistere. Io no. Volevo fare l'originale, tanto per cambiare. E non rivelai mai a nessuno quanto suonasse barbarico il mio, di yawp, quando non c'erano orecchi nei paraggi. Tacqui, ché conoscevo quella fatica più di quanto gli altri sospettassero.
Piansi quando morì Neil e quando i suoi compagni salirono sui banchi. Piansi, in rima con quegli occhi bonari, mentre De Niro tornava catatonico in Awakenings. Piansi per l'infinita poesia di Al di là dei sogni. Piansi quando Patch Adams si mise il primo naso rosso. Piansi allo scoppio della bomba al bar in Goodmorning Vietnam. Piansi persino quando a Mrs Doubtfire andarono a fuoco le tette.
Piansi perché ero una frignona, probabilmente. O forse perché Robin Williams era vero. Niente dialoghi smozzicati ed espressioni da triglia sdoganate dalla fiction italiana, né pose plastiche e aloni fluo da telenovela. Quando recitava lui era impossibile distinguere persona e personaggio. Riusciva a sollevare lo spettatore come un panno sporco e a metterlo in ammollo in acqua saponata, impastandolo e strizzandolo, senza che lui se ne rendesse conto. Alla fine di ogni film si era costretti ad annusarsi, per scoprire un odore nuovo sulla propria pelle, fatto di consapevolezza, di visioni che avrebbero avuto uno strascico, di nostalgia istantanea, di languore.

Robin Williams è morto. 
Pare si tratti di suicidio.

E spuntano come funghi i soliti stronzi. Quelli che devono ribadire quanto sia inopportuna una simile scelta per un miliardario. E, parimenti, quelli che devono spiegarti che anche i ricchi piangono (ma solo dopo aver elencato lunghe liste di problemi legati a droga e alcol).
La faccenda è più semplice: il mondo, tra i tetti e l'erba, fa schifo. C'è chi cerca di cambiarlo come può. Quando si accorge di non riuscirci può decidere di adeguarsi o di darsi alla fuga. Di scorticarsi le nocche contro il muro o mollare la cima. «Ma su, c'è lagggènte, lì fuori!», blaterano i soliti stronzi. Non capiscono che il problema è esattamente quello. Se il mondo fosse fatto solo di tetti, per i sogni ci sarebbe un sacco di spazio.
Ora partirà la rincorsa delle emittenti televisive: faranno a gara per sfornare l'intera filmografia dell'attore. È pure estate, quindi una replica vale l'altra. Ci voleva proprio, un bel lutto corposo, per alzare gli ascolti. 
E io, sciocca, orfana e triste, non saprò far altro che rimpinguare l'audience.

Buon ritorno, Mork. E salutami Orson.

domenica 4 maggio 2014

Di fatine, edere e problemi oftalmici




Papà, mamma, Il Topo e La Cana: la famiglia al completo, ieri, è andata in missione. Recuperate le radiografie della Cana, la meta era l’ambulatorio del vecchio veterinario, un omone rude e barbuto che vive e opera - è il caso di dirlo - sulla terraferma. Fatta la visita, in tasca fitte ricette di cortisonici, antiepilettici e complessi schemi di posologie a scalare, i quattro moschettieri hanno deciso di addentrarsi nel dedalo di viuzze disegnato dai banchi del mercato rionale. Tre boxer dieci euro, calzini dell’Uomo Ragno, calzini di un anonimo blu, pantaloni per l’asilo e una cuccia con doppia imbottitura: un buon malloppo, in tempi di crisi. Dopo la sosta al parco giochi, con annesso congruo numero di acrobazie topiche (espletato con fervore tra proboscidi giganti di vetro-resina e metallici anelli rotanti), il drappello ha occupato un piccolo desco all’aperto, per rifocillare stomachi languenti con toast, patate e seppie arrostite.
Siamo rientrati alle quattro, appena in tempo per evitare l’ennesimo piovasco della settimana.


Stamattina c’è il sole. Ho lavato i piatti rimasti nell’acquaio da ieri sera. Poi, con la tazza grande tra pollice e indice, sono uscita nell’orto, a bere il caffè all’aperto. La neve dei pioppi svolazza sin qui. Il fico s’è fatto frondoso: un’armonica cascata verde che manco nell’Eden. Il finocchietto selvatico, vaporoso e profumato, solletica il minuto vitigno di non sappiamo bene quale uva. Le pianticelle di pomodoro sono cresciute di una spanna, a un metro dall’albicocco nano, che produce frutti altrettanto nani, ma succosi e dolcissimi. Gelsomino, passiflora e glicine rivaleggiano sul graticcio del portico, con sommo disinteresse del limone e del melo radicati - noncuranza e arborescenze - nei pressi della vasca dei pesci.

È lì, che mi cade l’occhio. Poco sopra il muretto a secco che delimita il nostro giardino.
Ieri, mentre eravamo in trasferta, le fatine delle cinta, alacremente e in gran segreto, devono essersi date parecchio da fare: tra il nostro rigoglioso fazzoletto di terra e il bigio, lastricato scoperto dei vicini, è apparsa una nuova rete fiammante. Alta, densa, compatta, impenetrabile. Siamo al secondo episodio: il primo, provvidenziale intervento per rimpolpare la recinzione sospettammo fosse stato messo in atto a causa di impudiche vangate a torso incanottato del Papàditopo. Operazioni agricole considerate, evidentemente, ad alto tasso pornografico.
«Così i nostri figli non vi disturbano», ci dissero allora.
Stavolta, l’impegno profuso è aumentato: sulla vergine e smeraldina trama metallica s’è inerpicata, magicamente, un’edera. Un’edera di plastica. Un’edera di plastica che fa molto natura, si coordina adorabilmente con il parquet da esterno e con le zanzariere, e non attira formiche, tutte zampette e antenne nere e cheschifocazzo.
«Così i nostri figli non vi disturbano», ribadirebbero, se fossimo tanto screanzati da dichiarare i nostri dubbi circa l’esistenza delle fatine delle cinta.
Il linguaggio è un fattaccio acquisito, e persino in una casa timorata di Dio la profusione, gridata e costante, di coglioni e vaffanculi si propaga dalle lingue dei padri a quelle dei figli. La prole cui si fa riferimento, per una paletta rubata o un paio di orecchini fucsia sfoggiati con troppa civetteria, sa rendere onore agli insegnamenti genitoriali e farsi molesta anzichenò. Eppure a me continua a risultare difficile credere che, annaffiando una verzura di polietilene, essa possa tramutarsi in una barriera fonoassorbente. Probabilmente, dunque, il problema non è otorinolaringoiatrico, bensì oftalmico. E vai a capire se, in quel povero occhio offeso, si sia infilata una pagliuzza o una trave! 
Questi bravi cristiani non devono essere spiati. E, soprattutto, non devono cadere nella tentazione di spiare, specie i più giovani. Non sia mai che capiti loro di intercettare dell’autentica gioia su volti dichiaratamente miscredenti, di assistere a sregolati gesti di gentilezza, di veder fiorire piante vere, di sapere che ci sono bambini che giocano con il fango senza rischiare la decapitazione, di sospettare che i dogmi possono non essere assoluti. Certe patologie oculari sono contagiosissime, e le fatine delle cinta lo sanno meglio di ogni altro. Per questo, instancabili barricadere, si schermiscono dietro l’allusione a un puerile «Lo facciamo per voi». 
Excusatio non petita, accusatio manifesta, dicevano gli antichi; ma le fatine, da quando la Chiesa s’è modernizzata, non lo parlano più, il latino. 
Poco male, in ogni caso. Quest’estate ci faremo sontuosi bagni nella piscina autoportante in costume adamitico, dopo ogni temporale salteremo nelle pozzanghere di fango più rosei e ridanciani di Peppa Pig, pisceremo sull’erba a favore di vento e daremo il via al più clamoroso campionato mondiale di rutto libero.

E vedremo come se la cavano, le fatine, con malta e cazzuola.


giovedì 10 aprile 2014

A forma di cane




L’ho scelta perché era in una gabbia di due metri per tre. Occhi grandi e lunghe leve, se ne stava zitta in un angolo, circondata da altri esemplari minuscoli e ringhiosi. Era di una magrezza imbarazzante; le si potevano contare le ossa del costato a distanza. Era l’unica a somigliare al mio ideale cinomorfo: un cane a forma di cane. Nera, taglia media, niente eccessi epiteliali, orecchi a strascico, coda mozzata o lingua blu. E, dato fondamentale, muso e sedere perfettamente distinguibili, in quel corpo sottile e nervoso. Aveva circa sei mesi. Così mi dissero, al canile, nove anni fa.
Volevo avesse un nome breve e vitale. La chiamai Zena. Un’eco ellenica e quel tanto di Svevo.
Festeggiamo il compleanno insieme. Torta per me, un ossobuco per lei. 

Il piccolo, interrogato sulla propria famiglia, suole rispondere che, qui, siamo in quattro: lui, mamma, papà e La Zena; e poco importa che, i più, si convincano che Il Topo abbia una sorellina segregata nell’armadio. Dopo cena, infilati nei pigiami e a denti lindi, cantiamo la canzone della buonanotte, storpiando inquietanti faccende di befane e uomini neri, e La Zena è tra i primi cari - destinatari dell’adorato moccioso - a essere nominata.
Quando Il Topo cominciò a frequentare l’asilo, la casa mi apparve improvvisamente vuota: silenziosissima, troppo ampia. Ma Zena sorvegliava le mie uscite e i miei rientri, lappava l’acqua fresca dalla ciotola, zompettava goffamente tra la sala e la cucina, improvvisando spericolati slalom tra le mie gambe. Pareva voler allestire un buffo teatro per farmi sapere che “Oh, bipede cosa lunga! Io sono qui, eh! Mica potrai appellarti a una solitudine inesistente!”

Ora, non si regge sulle zampe. Cerca di raggiungere la porta per sfoggiare, come ha sempre fatto, il consueto campionario di feste; ma scivola, derapa, si affrittella a terra. In quegli occhi sembra di leggere la contrizione. Forse è dolore, ed è impossibile averne conferma, ché non è canide da guaiti sofferenti; forse è frustrazione, per una dignità offesa tanto odiosamente.

Primo veterinario e primo salasso economico. Secondo veterinario (Lo Specialista) e secondo salasso. Di nuovo primo veterinario, per gli esami del sangue e terzo salasso. Entrambi i medici annunciano un’incombente quanto necessaria risonanza magnetica. E sarà il quarto, inarrivabile salasso.

C’è chi mi chiede se io sia pazza: “Tutti quei soldi per un cane?”
Io mi volto, faccio spallucce e invoco tutti gli dèi della sacra pazienza. In fondo, il dubbioso di turno ignora per definizione, no? Non sa che, questo, non è un quadrupede qualsiasi.
La Zena è una di noi: un cane a forma di cane.

lunedì 17 marzo 2014

Un euro




Era venerdì. Viaggiavo sul solito diretto delle otto e diciotto, con il naso tuffato tra le pagine di Saramago. 
Il ponte delle Guglie alle spalle, appena imboccato il tratto di canale che bagna Riva de Biasio, il brusio assonnato delle comari, in un istante, s’interrompe. Un uomo, quarant’anni e una fitta barba scura, si alza a stento dal sedile riservato ai disabili e alle donne gravide. È alto. Con il capo sfiora il tetto dell’imbarcazione. Sembra guardare un punto lontano, perso oltre le lastre luride dei finestrini. Prende fiato e si rivolge ai passeggeri: «Signori, scusate il disturbo,» dice, «mi dispiace importunarvi, ma ho bisogno del vostro aiuto. L’equipaggio mi ha spiegato che non potrei farlo, ché rischio una multa. Rispetterei questa regola, se potessi, ma sono costretto a infrangerla... ho perso il lavoro e percepisco una pensione d’invalidità di duecentocinquanta euro al mese. Non so come acquistare il cibo. Vi chiedo se potete darmi qualcosa, prima di scendere. Nessun obbligo, ma vi prego: se deciderete di regalarmi una moneta, cercate di non farvi vedere: l’ho promesso al capitano. Vi ringrazio. Scusate ancora.»
Il silenzio pare una nuvola bassa. Una di quelle che lasciano intatte chiome e radici degli alberi, per fagocitarne i tronchi. Dei passeggeri, si muovono i capelli, solleticati dalla brezza primaverile; e le dita. Alcune corrono a intrecciarsi, altre a scorticare pellicine intorno a lunette sbiancate; la maggior parte, a pescare portafogli dalla borsa, dallo zaino, dalla tasca dei jeans, schiacciata tra sedere e sedile.

Gli ho dato un euro. Mi ha ringraziato. Mi ha sorriso. Mi ha augurato una buona giornata. Sono scesa dal battello e non riuscivo a deglutire. Ho chiamato il consorte e gli ho raccontato tutto. E si è parlato di cause ed effetti e derive. E non riuscivo a deglutire. Sono salita sull’autobus. Un minuto prima di partire, si è riempito di studenti. Giovani musicisti che parlavano in inglese, incastrati tra custodie vezzose e brevi di violini, austere e ingombranti di contrabbassi, lievi e sottili di flauti e clarini. Mi sembrava di essere stata catapultata su un altro pianeta. O negli spazi bianchi tra le righe più annichilenti di Kafka. E, ancora, non riuscivo a deglutire.
Ho prenotato la fermata Sansovino. Sono sgusciata dalla massa di occhi grandi, spartiti e fermagli adolescenziali per guadagnare il marciapiede. Ho raggiunto l’auto. Messa in moto e innestata la marcia. Sono riuscita a inghiottire una compressa di saliva, ma solo dopo aver pianto un po’. La giusta quantità di lacrime, funzionale alla dissolvenza parziale del groppo.

Stavo andando a lavorare. Io ce l’ho ancora, un impiego. 
Vendo aria fritta a signore danarose e annoiate, che chiedono consiglio per abbinare il tappeto al divano, mentre sbuffano e picchiettano le unghie su superfici a caso. Sbuffano perché aspettano più di quanto ritengono sia appropriato, per l’imballaggio di un paio di abat-jour e, per ingannare l’attesa - cagionata dalla manifesta inettitudine della sottoscritta - mi raccontano quanto sia seccante riarredare un appartamento a Venezia, specie se non si riesce, entro i termini dettati dalla tabella di marcia, a disfarsi dell’inquilino che ne occupa i locali. Non annuisco. Nemmeno mi sforzo di fingere: non ho gomiti solidali da far schioccare contro i loro.
«Che cazzo ci faccio, qui?» mi chiedo, Mantra interiore e muto. «Ti ci dovresti arrotolare dentro, al tappeto, e poi buttarti nel primo fiume, stronza» sentenzio. Sempre nella mia testa, sempre in silenzio.

La nuvola bassa mi è rimasta attaccata al cappottino verde. Mi sfuggono le dinamiche dell’ineguaglianza e il peso di quello che è scomparso: il perimetro di ciò che, dai capelli alle mani, fa della gente ciò che la gente è. O è diventata.

Un euro. E non ho risolto niente. E ho avuto una pessima giornata. E non so dove trovare labbra e denti compiacenti da incollarmi alla faccia per il prossimo turno, per il prossimo viaggio, per il prossimo anno.
Non riuscirò mai più a deglutire.

domenica 14 luglio 2013

Orfana come un brutto bagarospo





Schifo di anno! Se n’è andato pure Accolla. Epporcocane, porco.
Mia madre ha sempre cianciato di parentele sicure, con il marchio Doc, ma non si è mai capito quale ramo della famiglia allungasse le propaggini verso di lui. Forse un secondo o terzo nipote dello zio Pino, cognato di nonna; o magari un cugino della nuora della sorella di Vattelappesca. Non importa. A me l’ipotesi, per quanto remota o evanescente, galvanizzava comunque. Appartenere - più o meno - allo stesso ceppo di una delle voci nazionali più poliedriche, multiformi, modellabili, faceva sperare di riuscire a entrare, in un qualche futuro stellato, nell’incantevole universo del doppiaggio. E d’accordo che siamo in Italia, ma mi riferisco alla genia (o, per lo meno, alla contiguità); non ai soliti, familiari favoritismi.
Non è perché detesto poche cose al mondo quanto guardare un film sottotitolato. Né perché, quando lo incontrai, mentre le mie corde vocali - reduci dai corsi di ortoepia e pronuncia - si strizzavano intorno al refrain per uno spot di articoli sportivi lui, oltre il vetro isolante piantò un “Ok” con il pollice a mezz’aria. Passava da quelle parti e non negò un mimo d’incoraggiamento all’attempata novellina chiusa nell’imbottitura dello studio.
Il fatto, semplicemente, è che Tonino era il migliore. 
Che il “Doh!” piagnucolato da Homer Simpson di fronte alla scatola vuota delle ciambelle, da oggi, suonerà alieno.
Che i suoi redazionali, piani e mai noiosi, si riconoscevano a un chilometro di distanza.
Che lasciamo perdere Tom Hanks, Kenneth Branagh, e il resto della compagnia recitante. Avete presente Eddie Murphy? Continuerà a sghignazzare, mostrando le sue infinite centinaia di denti in qualche dirigibile, digeribile, digitale americanata. 
Con la voce di un altro.

E io non so immaginare chi avrà in sé quel corposo bolo di gioia capace di avviare, nella mia lingua, l’esilarante contagio. 


giovedì 21 marzo 2013

Ciao ciao, Pietro


Molto prima di Forrest Gump, prima di “stupido è, chi lo stupido fa” e di “sono un po’ stanchino”, io correvo. Era il 1986 e lo Squadrone della quinta elementare era composto quasi esclusivamente da maschi. Quasi. Non avevo leziose trecciuole infiocchettate, né gonne plissettate, né camicie rosa a far capolino da sotto il grembiule inamidato. Io, il grembiule, non lo mettevo mai. Finiva appallottolato nella cartella un minuto dopo il trillo della campanella d’ingresso. 
A ricreazione, mentre le femmine - glauche, acconciate e ricamate - giocavano a mamma-casetta sotto il pesco, lo Squadrone guadagnava il margine del cortile, pronto a tagliare l’asfalto a tutta velocità. C’erano Carlo, Mario e Sandro; qualche volta Davide, Stefano ed Emanuele. Andrea era troppo alto, ma ci provava lo stesso. E poi c’ero io. Pantaloni da battaglia, il muso di Topolino sulla T-shirt, zazzera appena sopra gli orecchi e scarpe da ginnastica. Grigie e con lo ssstrap, Così, se serve, te le togli in un secondo, diceva mio padre. All’immaginario nastro di partenza eravamo tutti uguali. Magri-grassi-alti-bassi-pallidi-scuri-timidi-spaccamondo. 
E maschi. E una femmina che sapeva arrampicarsi sugli alberi.
Poi qualcuno fischiava e la corsa aveva inizio. Si arriva fino alla rete verde e si torna indietro: il primo che tocca questa macchia a forma di patata, vince la gara!
Mandria di piccoli bisonti. Scalpiccio. Fiatoni. Grida guerriere.
Io non riuscivo a tenere ferma la lingua. La spostavo freneticamente da sinistra a destra e viceversa, tra le labbra a fessura. Forse il mio motore era lì. Corri!, ripetevo, Corri e non pensare a niente. Non alla milza dolente, non alla gola asciutta, non al calzino con il buco che strozza l’alluce, non al compagno che sta gridando Cavoli! Va come Mennea!
Raggiunta la chiazzapatata, in debito d’ossigeno, finivo puntualmente sulle ginocchia. 
Non vincevo sempre e poco m’importava. Quelli, erano i migliori diecimetristi da Squadrone dell’universo. Perché non si limitavano a includermi nel branco con tutta la naturalezza della bonomia infantile; grazie a loro era gioia allo stato brado, quella che risaliva dai polpacci agli zigomi. 

Credo non lo abbiano mai capito, i ragazzi, quanto mi facessero sentire dio, quando mi chiamavano Pietro.


mercoledì 8 agosto 2012

Dopocena




D’estate si usava l’Autan, non ancora in versione a spruzzo, senza alcol, per pelli sensibili o al gelsomino. Era un cilindretto pesante, con la rotella sul fondo che permetteva a un monoblocco giallo dall’odore inconfondibile di fare capolino ed entrare in azione. Ad applicazione effettuata, la pelle - nessun centimetro escluso - rimaneva unta e lucente per ore. Ma funzionava! ché le zanzare erano solo zanzare, mica tigri, leopardi o coccodrilli. 
Il fresco della sera, l’inebriante aroma delle costine alla Festa dell’Unità, la partitella scapoli-ammogliati di papà a sole tramontato, il gelato dopo una giornata di mare, si potevano godere senza incappare in coatte donazioni di sangue ai soliti elicotteri ronzanti.
Quando i miei esaurivano le ferie, trascorrevo un paio di settimane in trasferta. Mi piaceva stare a casa della nonna. Potevo pattinare con i calzini sul marmo scuro della sala da pranzo, giocare con centinaia di elastici raccolti in un cassetto dedicato, colorare con i pennarelli a pancia in giù sul parquet, contare le piastrelle rosa del bagno, ascoltare Superclassifica Show con mia zia, mentre la testa stroboscopica di quel tizio con cuffie e occhiali si agitava davanti al microfono.
Dopo cena nonna usciva sul balcone, pronta al rito serale; io, paperella implume, la seguivo con un entusiasmo e una fiducia assoluti, roba da fare invidia a Konrad. Lei passava le mani sulle foglie nuove di prezzemolo, menta e basilico, controllava il vigore dei garofani, ammucchiava in un angolo i petali dei gerani - ché bisogna stare attenti, sai: macchiano! - per poi allungare la mano fino alla parete tra le due porte-finestre, a caccia del trono. Con delicatezza, trascinava la poltrona pieghevole al centro del terrazzino. Dieci centimetri dal muro, altrettanti dalla ringhiera grigia. Infine, la magia: ben comoda sulla sedia imbottita, aperta e funzionale, nonna appoggiava i palmi delle mani sui braccioli di plastica e rat-ta-ta-tà!, li faceva scorrere lungo il binario dentellato fino a raggiungere la posizione ideale, con lo schienale reclinato e il poggia-gambe sollevato da terra di quasi mezzo metro. Mi prendeva in braccio e il mio naso andava in festa. Gli odori piantati nei vasi, il gelsomino rampicante, le rose e i peperoncini di nonno Gianni, il glicine dell’appartamento accanto, mischiavano la propria scia con il talco Felce Azzurra nevicato con grazia sul collo della nonna e, a me, pareva di stare in paradiso. 
Era l’ora della calma, dell’ozio saggio, del respiro profondo in un tripudio di profumi. Abbandonata sul grembiule a fiori di nonna, chiudevo gli occhi e ascoltavo le cicale. Nulla avrebbe potuto disturbare quella quiete. 
In ogni lieve brezza gonfia di silenzio, persino l’Autan, ancora aggrappato ai peli delle braccia e a quelli delle nari, sembrava avere il suo perché.