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martedì 15 dicembre 2015

La Piccola




Un'altra assemblea dei lavoratori. E oggi mi è toccato il battesimo. Il segretario non c'era, ché siamo a ridosso dello sciopero e le trattative, altrove, si sono moltiplicate e coperte di spine.

I colleghi presenti sono pochi. Ma buoni, e non solo per onorar il detto. 
Non sono intimidita. Ho studiato, conosco gli argomenti e i ragazzi sono preparati; e la controparte, con i soliti, ridicoli, miserevoli giochi, mi ha persino offerto un assist, sfornando un documento mendace e omertoso, così facile da contestare che, quasi quasi, ci si perde il gusto.
Infilo i punti del discorso come perle di fiume. I lavoratori comprendono, si confrontano, partecipano. Qualcuno sbocconcella un mandarino, perché stanno sacrificando la pausa pranzo.
All'improvviso, si apre la porta. Compare un visino bianco e nitido, due grandi occhi chiari, un piercing sotto il labbro. 
È La Piccola. 
È una degli addetti del reparto più grosso. Ha un contratto a tempo determinato, che scadrà tra qualche mese. Ha vent'anni. E siccome ha vent'anni, potrebbe essere mia figlia. 
Chiede se può partecipare all'assemblea. È venuta apposta, ché non era neppure in turno, oggi.
Visto che, dall'ufficio accanto, c'è chi sbircia, per verificare quali formiche facinorose compongano il viavai carbonaro, quello della Piccola è già un gesto coraggioso. No, non coraggioso e basta. Eroico.
Ascolta con attenzione, pone domande, mentre i begli occhi le si allargano come fiori al sole.
Vorrebbe scioperare. Non può farlo. La lascerebbero a casa. Io lo so. Lei lo sa. 
Mi dice "perdonami, io ho paura" e io le rispondo che ci sono pandori di un metro e ottanta, lì dentro, tutelatissimi e con il culo al caldo, che non hanno un quarto della dignità che lei coltiva su un mignolo.
Accidenti! Si scusa, La Piccola, perché subisce un sopruso. E non sa, forse perché non riesco ad abbracciarla come l'avessi partorita sul serio, che la sua sola presenza, in quella stanza, ha restituito a una vecchia ciabatta comunista una cosa preziosa come l'aria: la speranza. 
Non è tutto perduto. Non esistono generazioni allo sbando. Esistono le persone.



L'ho salutata, fuori, al sole, fumando una cicca insieme. E ho spinto il fiato a fatica, giù in gola, perché lei splendeva. Fino a commuovermi.

Grazie, Piccola. Perché hai la tua testa, vent'anni e un piercing sul visino bianco. Perché c'eri.
Perché ci sei. 
Prenderò una barca alle quattro del mattino, il diciannove dicembre. Milano è a Milano e ci si deve arrivare in pullman, per comporre il corteo.
Sfanculerò la sveglia, farò la linguaccia alle palpebre bolse, dinanzi allo specchio. Ma quando il faro del battello fenderà il buio, nella mia direzione, saprò che ho un motivo in più per resistere.
Per continuare a Essere.
Grazie, Piccola. Lotta, finché sei in tempo.

sabato 25 aprile 2015

Grazie, Aldo.



È mattina. Il tabaccaio è aperto. Compro le sigarette e Il Manifesto, ché oggi c'è l'Alias speciale. Prendo anche un giochino per Topodimamma e scelgo un numero per la lotteria, il 19, il giorno in cui è nato lui; magari si vince la cesta con l'olio buono, non si sa mai.
Poi passeggio lungo la riva, diretta alla farmacia. Anche il panificio è aperto. Pane fascista, probabilmente, ma lo abbiamo finito, quindi toccherà fare scorta.
In farmacia, prima di me, c'è un signore di una certa età che parla con Gianni. Gianni se le fa sempre dentro, le feste. Il signore, un uomo di bassa statura, parzialmente calvo e già con una sporta piena di scatoline, gli sta mostrando una foto. "So mi", dice, "gèro a Torino, setantàni fa. Àrime, gèro vestìo da partigiàn!", aggiunge, con un sorriso pieno e fiero. Mi avvicino di qualche passo, in barba alla linea che dovrebbe tutelare la privatezza del cliente precedente. "Posso vardàr anca mi?", dico; e lo faccio in dialetto, ché è più facile chiedere il permesso di sbirciare una foto in bianco e nero se ti presenti come si deve. Il signore volta l'immagine verso di me, felice come quando Topodimamma trova l'ultima figurina dell'album. Il farmacista si limita a ripetere che vi è ritratto "proprio un bel òmo" e io seguo i profili di quel volto. Un viso giovane, con lo sguardo di fuoco. Il signore avrà avuto vent'anni. Imbracciava un fucile. "Gèro in piàssa Vittorio, co i ga da' l'annuncio dea Liberazione. No ve digo che beo, che xe sta'!" e si capisce eccome, quanto deve essere stato bello, per lui, essere in quella piazza. "Xe a me festa, oggi. E so 'ncora vivo". "Per fortuna", dico io, e "Sì, è proprio la sua festa. E anche la mia."

Indosso i pantaloni sui quali avevo cucito le toppe rosse, l'anno scorso, costretta a lavorare. Ci avevo ricamato alcuni versi di Bella ciao. E giusto ieri pensavo a quanto sarebbe stato importante parlare con un partigiano, il 25 Aprile.
Uscita dalla farmacia ho raggiunto il panificio. Il partigiano era davanti a me. Ha lasciato la sporta con i medicinali alla panettiera. "Ti me a tièn, finché vado tórme el giornal?", le chiede. "Sì, Aldo", fa lei. "Ma no sta a magnarte tutto...", la mette in guardia. "Mi, 'sta roba, no me a magno de sicuro!", chiosa lei.
Ecco, evviva!, so come si chiama.

Oggi, nonostante tutto, questo è un paese libero. E io sono felice. 

Grazie, Aldo. A te, e a tutti gli uomini che, in bianco e nero, gioivano in piazza, settant'anni fa.


giovedì 19 febbraio 2015

Da sei anni, Sei.




Oggi il Topodimamma compie sei anni. 
Sei. 
Devo ripeterlo, perché suona strano. Appena nato, a suo padre stava in una mano. Ora è alto più di un metro e venti e pesa ventidue chili. Un gigante. Che ride, chiacchiera tutto il giorno (e pure la notte, se i sogni meritano una narrazione) e fa i capricci, ma con una voce meno sottile di ieri. Al supermercato tocca allestire una sporta speciale, ingombrante e leggera, cosicché possa eroicamente dimostrare al mondo quanto sia cresciuto. La regge con tutta la mano, fiero di essere applaudito dal fruttivendolo, dalla fioraia, dalle cassiere della Coop, che gli strizzano l'occhio, gli allungano una caramella, gli accarezzano il capo, mentre ripetono: "Ti xe el putèo più bravo dell'ìsoea!"
Colleziona rane gommose e ne trascrive i nomi sull'apposito foglio, dopo aver letto con pazienza quanto saltino, quanto mangino, quali armi segrete nascondano quelle vere, ritratte nel librino allegato al feticcio.
Comprende e rielabora, da par suo, le Favole al telefono di Rodari. Ne leggiamo una ogni sera, a letto, prima di dormire.
È vivo. Sta bene. Cresce. Da sei anni.
Sei.
Non sottolineerò che "sembra ieri"; ché la banalità travolge la verità assoluta delle frasi lapalissiane. Però è così.
Quando mi fermo, e lo guardo di sguincio mentre canta, o guarda la tv, o costruisce una barca di cartone per il suo nuovo amico millepiedi, mi riprendo il tempo sottratto dalle incombenze. Lo sbircio e non mi capacito dell'enorme fortuna mi sia capitata in sorte. E chi se ne frega della lotteria.
Oh Topo! Sei vivo. E stai bene, per fortuna.
Da sei anni,
Sei.

lunedì 13 ottobre 2014

Buh!



I centri commerciali non sono più pieni come uova. Neppure durante il fine settimana. Ma le risorse per retribuire il personale sono poche e i commessi, decimati dalla crisi, annaspano comunque. Quindi, se malauguratamente si è una quota di quella scarsità, lavorare il sabato resta una maledizione. Gli avventori entrano, passeggiano, si lamentano per i chilometri che sono costretti a macinare tra ingresso e uscita e, nella maggior parte dei casi, non comprano una beata fava. Si limitano a chiedere - grandissimi figli di Lapalisse - se quel coso con su scritto "copri-piumino" contenga, per caso, un copri-piumino; o se il bollone giallo sulla padella antiaderente con stampigliato "-10%" implichi uno sconto sul prodotto del dieci per cento. Non sono più clienti, ma frullatori di ammennicoli bipedi, affetti da labirintite e con capacità cognitive degne di organismi mono-cellulari in via di estinzione.

Sabato, io, ero lì. A lavorare, sia chiaro.
Confermato a un marcantonio africano che sì, glielo avrei portato in cassa, il tappeto, stavo giusto issando quei due metri e quaranta di cannone peloso sulla spalla quando ho rischiato l'infarto. Davo le spalle alla corsia principale e, dietro di me, è riecheggiato un barbarico "Buh!". Per un istante, riposta l'arma impropria, ho pensato "Non-può-essere"; eppure lo conoscevo, quel verso. Era la sua voce. La più adorabile. 
Mi sono voltata e, davanti agli occhi, avevo il Topodimamma in carne e ossa. 

Viviamo a una distanza di circa quattro anni luce, dal centro commerciale. In tre anni, non era mai venuto a trovarmi al lavoro. Papàditopo e Nonnaditopo erano a pochi passi di distanza, divertiti, quasi che le loro bocche fossero balconi ridenti, cui affacciare un'anima curiosa di godersi la scena. 
Ho alzato lo sguardo. Marcantonio Africano mi guardava, come a dire "'mbe'?! Non è che adesso mi tocca portarmelo da solo, il tappeto, vero?". Ché mica è colpa sua, se si è scordato di prendere un carrello! Ho raccattato il cannone - spiegando al Topo che sarei tornata in un batti-baleno - trattenendo a stento la tentazione di sperimentare una nuova specialità olimpica: il lancio della comunità acara, imbalsamata nel modello Greta a pelo lungo. Ché il giavellotto, al confronto, è roba per signorine.

Poi, finalmente, ho portato Topo a spasso, in braccio, correndo da tutte le parti, uffici inclusi. Le leggende del Topo Narratore sono ben note, a colleghe e colleghi. E mi è presa la smania di mostrare a tutti che esisteva sul serio quell'essere mitico, mezzo Voltaire e mezzo Piccolo Principe.
Finiti i minuti a disposizione, rubati in modo assai poco ortodosso al turno, ho salutato il papà, la nonna e Topo, sbaciucchiandolo fino a consumarlo. Le ore successive mi sono volate. Ho lavorato serena. Anche se era sabato. Anche se i copri-piumino giacevano nelle debite confezioni e le padelle costavano il dieci per cento in meno.
I due belli, messa la nonna sul bus, mi hanno aspettato, gironzolando nell'area commerciale fino all'ora di chiusura. Siamo tornati a casa insieme e Topo non ha vomitato in macchina, né in autobus. Raggiunta Venezia, abbiamo pure mangiato fuori. Pioveva. Abbiamo comprato un ombrello da un giovane ambulante che cantava.
E io ero più felice che mai. Nonostante i piedi distrutti e le mille sporte cariche di qualsiasi cosa.

Felice come la cosa più felice che possiate immaginare. Per la giornata risollevata miracolosamente. Perché Papàditopo odia frequentare i centri commerciali, eppure ha resistito. Per me. Per farmi un regalo infinitamente grande. 
Perché il "Buh!" del Topo non era mai stato altrettanto spaventoso.
Né mai, prima, altrettanto sublime.

giovedì 27 febbraio 2014

Solo chiacchiere e imperativo




La visita chirurgica di controllo ce l’ho alle undici e trenta. Bene, c’è tempo. Faccio il bagno, abbandono la vasca con una certa riluttanza, mi vesto e asciugo i capelli. Alle dieci meno un quarto esco di casa. Nella sporta appesa al polso sinistro giace il costume da Superman per Topodimamma. Avevano la festa in maschera, oggi, all’asilo. Ma sono una genitrice distratta e mezza orba e no, il cartello non l’avevo visto. O l’ho visto e non l’ho guardato. O l’ho guardato e non l’ho letto, e se preparate ‘sto cavolo di rogo ad arte, mi ci sdraio su per lungo e la finiamo, va bene? Il piccolo, inguainato nella pingue, eroica tuta blu e rossa, è felice. Dei suoi muscoli posticci, della cintura gialla, di non essere più diverso dagli altri, come gli era capitato da tre quarti d’ora a questa parte.

Varco l’ingresso dell’ospedale che non sono neppure le dieci e mezza. L’infermiera a guardia degli ambulatori mi conferma che sì, devo pagarlo, il ticket, ché i trenta giorni dall’intervento sono trascorsi e la pacchia delle visite gratis è finita. Torno al pianterreno. Meglio evitare la cassa automatica dalla parte del Pronto Soccorso, penso, visto che prima c’era una coda da formicaio. E poi, penso ancora, nell’atrio vicino al patio ce ne sono due; si farà più presto, no?!
Ottimo, sono entrambe operative, ri-penso, e la sala è vuota. Davanti a me ci sono soltanto un signore che pigia tasti virtuali sul monitor a sinistra e una signora, a destra, che sfila impegnative dalla borsa a ciclo continuo; per un istante mi viene il sospetto che, in quella finta Calvin Klein, ci sia un allegro chirurgo grafomane in carne e ossa.
Io attendo, due passi indietro, sulla piastrella perfettamente in mezzo ai due sportelli automatici.
Il digitatore a sinistra ritira la ricevuta e se ne va, mentre la donna a destra pesca ancora dalla solita zip. Mi avvicino al monitor libero sbirciando l’ombra di una tizia, capitata lì chissà come, farsi inspiegabilmente sempre più ampia.
«E ciò! Xe rivada éa, sa!» strilla la fonte dell’ombra a una seconda obesa fonte, squacquarata su una povera sediola.
«Scusi, guardi che toccava a me...» replico io.
«No, cara! Éa gèra in cóa su ‘staltra machineta!»
«Sì, d’accordo, mi sono leggermente spostata dal centro, perché pensavo che la signora avesse finito, ma...»
«E de qua ghe g’ero mi!»
«Ma io ero qui dentro prima di lei! Si seguirà l’ordine di arrivo, no? Cosa cambia quale sportello si sia liberato, nel frattempo?»
«Lei è una maleducata! Se i faxesse tuti cussì!»
«Io, sarei maleducata?! È lei che sta strillando... per nulla, poi!»
«Io ero qua prima!»
«No, guardi: qui dentro, oltre ai due signori che già pagavano i ticket, c’ero solo io.»
«No xe vero!»

Nel frattempo, rapida e indolore, termino l’operazione telematica. Mentre estraggo la ricevuta dall’apposita boccuccia rigida, Fonte D’Ombra continua a blaterare, con un tono di voce sempre più stridulo e aggressivo.
Mi volto verso il latrato. Fisso gli occhi di quella strana bestia con il piglio più fiero e minaccioso di cui dispongo.
«Lasci perdere,» ringhio, «ha fatto la prepotente per niente e, per di più, con la persona sbagliata.»
«Tanto ghe tornarà tuto indrìo!» mi risponde, novella Cassandra in salsa veneta.
«Togliti-di-mezzo-ragazzina.» sibilo. Ho così tante fiamme nelle pupille che, per spegnerle, servirebbe una cisterna di collirio.
«Ah sì?» fa quella, «Allora sa che cosa le dico?»
«Cosa?»
«Vadi a fare in culo, le dico!»

Ebbene: non ci ho più visto. Ho sferzato la stronzetta con un’ala del giaccone per liberare il passaggio, le ho sputato in faccia la risata più sarcastica del creato e ho preso la porta, ululando che manco un lupo delle steppe. Cosa le ho gridato?
«Si dice vadA, a fare in culo! VadA, con la A, cazzo! L’imperativo, testa di rapa! Terza persona dell’imperativo, porco cane! VadAAAAA!»

La visita l’ho fatta. Alle undici e trentadue. Non c’era il solito chirurgo. Il sostituto era il primario. Cordiale, preciso e persino scherzoso. Aveva una mano di piuma, e pure inguantata, in senso lato. Non ho sentito nemmeno un po’ di male. Mentre uscivo dall’ambulatorio, una volontaria dell’AVAPO mi ha regalato una caramella. Al pompelmo rosa. 
Buonissima, alla faccia di Cassandra.


giovedì 16 maggio 2013

Tette e Blub




Novantasette! Ma no, era ottantasette! Macché, novantadue! O forse Ottantadue? No, aspetta, quello era l’anno dei mondiali di Tardelli, Cabrini e Scirea; forse il novantaquattro! 
Non è una canzonetta sui numeri da giocare al Lotto, ma il fiorire di percentuali relative alla possibile incidenza cancerogena sulle tette di Angelina Jolie. Sui social network la discussione imperversa: è giusto, è sbagliato, è una santa, ha esagerato, è una buona madre, è un’ipocondriaca... Se ne parla perché la maggior parte dei quotidiani ha piazzato la notizia in prima pagina: l’attrice, di fronte a un rischio provato di ereditare dalla madre un tumore mortale al seno, ha optato per una mastectomia totale. 
Su, ripetete con me: tette-prima pagina-attrice (be’, vabbe’, facciamo finta)-cancro. 
E che sarà mai?! Non se l’era già rifatta una volta, la carrozzeria? Le basterà tornare all’officina, schiudere il bolso portafogli e rimpolpare il povero petto azzerato e perfettamente ricamato con adeguate protesi, no? Insomma: fare quello che ad altre centinaia di donne è negato dalle contingenze.

La crisi economica sta sfondando la suola del vecchio e già logoro stivale; il suicidio degli imprenditori del Fu Ricco Nordest, per il numero di adesioni, potrebbe entrare nel novero delle discipline olimpiche; si ciancia di riforme del mercato del lavoro in totale assenza di materia prima, con buona pace dei sindacalisti incazzati e per la gioia inerte di quelli lassisti; la deceduta sinistra va a braccetto con una destra becera, affarista e manigolda; alcune cariche dello stato protestano in piazza contro altre cariche dello stato; e il solito anziano e bavoso satiro continua a farne una più di Bertoldo, tanto chi lo ammazza?!
Chiedo venia, ma viviamo in un paese di decerebrati. Io posso pure imparare a farci il bagno, nella merda. Ormai lo stile libero, il dorso, il delfino e la rana mi vengono una bellezza. Ho ancora qualche problema a nuotare a farfalla, ché il liquido è vischioso e mi toglie la polverina dalle ali, ma con il fiato residuo mi piacerebbe espellere l’ultimo commento acido, se permettete: delle tette della Jolie, dei suoi millemila figli, di quel bel tomo da profumieri che ha per marito, delle dolenti note familiari di ricchi divi patinati, a me, non frega proprio un accidente. 

Ecco, adesso posso finalmente sprofondare.
Blub.

mercoledì 1 maggio 2013

Primo Maggio




È il primo maggio, festa dei lavoratori.
Un cameraman del tiggì regionale punta l’obiettivo contro lo specchio della porta a vetro; quella si apre, ché la fotocellula, da brava, obbedisce. L’operatore entra. Chiede al direttore di poter girare qualche immagine all’interno del centro commerciale. Qualche telefonata, una breve riflessione, e la telecamera può ficcare il naso tra gli scaffali.
È il primo maggio, festa dei lavoratori.
Da oggi indossiamo la divisa estiva; jeans e polo rossa, con il solito monito ricamato in blu, che invita il cliente a farsi servire e riverire come e per quanto tempo crede. L’occhio meccanico si posa furtivo su qualche volto, sulle mani operose dei colleghi stanchi, sulle mille carte che svolazzano inesorabilmente sui tappeti mobili delle casse.
È il primo maggio, festa dei lavoratori.
1) Un telo da spiaggia con l’effigie della bandiera americana. 
2) Uno scolapiatti, una presina, un guanto da forno.
3) Tre maxi-cuscini da divano color arancione.
4) Un telefono cellulare da quaranta euro.
5) Un telefono cellulare da sessanta euro.
6) Un materasso auto-gonfiabile.
7) Un completo da letto, un ferro da stiro.
8) Un set di copri-sedia, una presina di silicone.
9) Un dispenser per il sapone liquido e due bicchieri porta-spazzolini.
10) Due scatole porta-cianfrusaglie di plastica.
11) Una tovaglia, un grembiule da cucina, un diffusore di fragranze.
12) Un accappatoio, un set di asciugamani lilla.

È il primo maggio, festa dei lavoratori; e alla sporca dozzina, si aggiungono i vincitori assoluti: gli acquirenti di, rispettivamente, un set di sei grucce di plastica rossa e una cornice di finto-legno di quindici centimetri per diciotto. 
Non potevano vivere senza quegli oggetti. Neppure per un giorno. Ché le scuole sono chiuse e loro, al lavoro, mica ci sono andati! “Dove li trasciniamo, maledizione, ‘sti figli?! Al parco, con questo tempo incerto? Alla sagra della zucchina, che poi magari ce li rapiscono e ce li farciscono con il gorgonzola?”. Come dar loro torto, in effetti...

È il primo maggio, festa dei lavoratori.
Noi non siamo numeri. Tali, siete stati voi. Voi clienti, infastiditi perché gli altri centri commerciali della zona erano chiusi - ‘sti stronzi! - il giorno della festa dei lavoratori.
E ho sorriso, e ho detto buongiorno e ho invitato a fare una copia dello scontrino, per cristallizzare garanzie volatili.
Appuntata sulla polo, però, avevo una spilla, che recitava “Chiedimi se sono felce”. Avete letto bene: FELCE, non felice. L’opera ingegnosa e buffa di Elisa Sartori, una giovane artista cresciuta nel bosco curioso dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, proprio come me.
Ed è stato uno spasso rispondere “NO” ai clienti che ci sono cascati. Uscivano certi che io fossi triste, non che affermassi la mia appartenenza al genere umano.
È il primo maggio, festa dei lavoratori. E delle non-felci in incognito.

Lo ha detto anche il tiggì, che oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori; anche se noi non ce ne siamo quasi accorti.

sabato 16 marzo 2013

La Zecca preferisce il cane




In un mondo parallelo a questo, c’erano una zecca e un gatto annoiato. La zecca faceva la zecca: succhiava il sangue per i fatti suoi, placida e beata. Il gatto, fingendo bonomia, desiderava avvicinarla, per arginare il tedio della propria esistenza, ma quella pareva sorda e cieca. In realtà, l’ematofaga conosceva bene quel bolso felino spelacchiato e non aveva intenzione di dargli corda; ché errare è acaro, perseverare è da idioti.
Bolso Felino le inviava lettere, commentava le notizie che la riguardavano, cercava d’infilarsi tra i pelami prediletti di Zecca, ma non c’era verso: continuava a essere bellamente ignorato, bloccato, rifiutato. E, uno come lui, mica poteva subire una tale onta senza reagire! Cominciò a insultarla pubblicamente, sottolineandone l’innegabile bruttezza fisica, citando film preziosi a casaccio, per farle torto (lei era una cinefila), prendendosela con il suo ambiente (lei era una cinofila), accusandola di essere di facili costumi (una zecca zoccola?!). Ma Zecca fece spallucce, per l’ennesima volta. Una riflessione, per un breve istante, le passò per la testa: considerata la progenie, avrebbe proprio dovuto consultare la madre di Bolso Felino; la Signora Micia, di certo, avrebbe potuto fornire numerose dritte, per affinar l’arte più antica. Sai com’è, in tempi di crisi...
Ma quel pensiero fu tosto ricacciato nell’ombra, ché Zecca aveva cose ben più importanti cui dedicare il proprio tempo: un’ottima cineteca, un habitat delizioso, un diario da aggiornare. Privatissimo.

giovedì 14 marzo 2013

Guru




Mi si è aperto un mondo: un sostantivo, un aggettivo stropicciato, e i miei piedi virtuali fermi lì, a un millimetro dal baratro. Chrome, poi Google, click sulla banda di ricerca, “frasi+motivazionali”, enter. 
Ah, però! Siti specifici, testi acrobatici, sguardi magnetici a profusione. Chi l’avrebbe mai detto?! Ci sono un sacco di illuminati che, per professione, fanno i life-coach (eh?!), i guru-telematici, i consiglieri delle dive. Pare anche che guadagnino dignitosamente, questi strani personaggi. Be’, d’accordo, “dignitosamente” non è l’avverbio più consono alle suddette attività, ma chiudetelo, quell’occhio bizzoso!
Un tizio, per farla breve, dopo aver passato buona parte del proprio tempo a spulciare raccolte di aforismi, aver effettuato una gioiosa cernita a caccia dei potabili, aver memorizzato il nome di ogni autore più o meno celebre, corre ad acquistare un bel gessato. Una puntatina dal barbiere, una dal dentista per lo sbiancamento degli incisivi, et voilà!, Tizio si trasforma in un Esperto di Qualcosa. Fascinosissimo. Scafatissimo. Tutto certezze, bicchieri mezzi pieni e pollici sollevati che manco Fonzie.
Un numero impressionante di aziende ricorre a questi Tizi. Spesso, addirittura, si utilizzano i loro servigi per formare altri Tizi. Gli allievi Top, i migliori, con una bella medaglia sul risvolto della giacca e un diplomino con su scritto “Automotivato Certificato” finiscono per dirigerle, le aziende. Perché hanno capito che la vita è bella, che la-mia-casa-è-la-tua-casa, che non conta quante volte cadi ma quante ti rialzi, e via cianciando.
I Tizi di seconda generazione, rampanti e sorridenti quanto basta, sembrano essere convinti che, al mondo, non esistano che Tizi come loro. 
Forse è per questo che si sentono in dovere di prodigarsi, di darsi al proselitismo. 
Forse è per questo che spulciano libri pieni di aforismi. 
Forse è per questo che si concedono un lessico approssimativo.
Forse è per questo che spiegano ad altri, spappagallando i maestri-Tizi, come fare ciò che loro stessi evitano come la peste bubbonica.
Forse è per questo che camminano così impettiti, nel tragitto porta-poltrona, mentre ti raccontano che la ramazza è fondamentale, per rimanere eretti; o che i negri hanno la musica nel sangue, specie quando non ci sono più le mezze stagioni, ché si stava meglio quando si stava peggio.

Be', forse.

O forse hanno soltanto una scopa nel culo.

giovedì 21 febbraio 2013

Elsa e Il Muto




Elsa ama starsene lì, a pochi centimetri dalla propria salvezza. Elsa si sente forte: chi prevede e giustifica la sua esistenza ha una voce baritonale e possenti spalle anti-pioggia. Anti-tutto, per essere precisi. 
Elsa ghigna; non sa trattenere la smorfia in gola. Se ben avvitata, può persino permettersi qualche sberleffo, da inviare non troppo regalmente all’interlocutore che, muto e disarmato, resta fermo di fronte al suo amico. L’unico, prepotente amico di Elsa. 
Elsa è piccola, sottile e fragile ma, immersa nel brodo del “Mo’ chiamo mio cuggino”, è certa di essere indistruttibile. 
Elsa ha grandi occhi. 
Ciechi.
Potrebbero vedere, ma preferiscono non farlo, perché sanno che Elsa è fatta così; che coltiva il proprio orto a rape, e guai a chi gliele tocca.
Elsa gongola quando, chi per lei, coglie in fallo - o è convinto di farlo - l’Interlocutore Muto.
Elsa ignora. 
Un sacco di cose. Inclusa l’ovvietà del fatto che un Manico, senza lama, valga assai poco. E pure che lei stessa, in un istante di distrazione di massa, potrebbe finire nelle mani sbagliate. Magari quelle di un Interlocutore, rimasto potenzialmente tale e Muto, sino a un secondo prima; quando, più o meno casualmente, si è accorto di avere tra le dita un’intera spada.

martedì 12 febbraio 2013

Too cool




Temo di essere un tantino snob. Probabilmente anche la saccenteria non mi fa difetto. Lo ammetto a priori; così, se dovessi inciampare, sul selciato finirebbero i palmi delle mani, piuttosto che il lungo mento che mi ritrovo. Perché sospetto di avere il tipico naso all’insù di chi schiva nauseabondi afrori? Mi succede, sempre più spesso, di provare una vischiosa sensazione di disagio: la vergogna. 
Per gli altri. Quegli altri che, evidentemente, sono sguarniti della ghiandola che la secerne.
Avete presente, giusto? È quel magma ardente e bituminoso che sembra squagliare ogni cellula del corpo in un brodo denso, ove galleggiano infiniti Oh, my god! - ché stranirsi in inglese è tutta un’altra musica - cui appigliarsi, disperatamente, tra marosi superlativi. Ci avete fatto caso? Ogni “issimo”, nella bocca di alcuni stolti, si fa chicco di riso, assai poco raffinato e moltiplicato all’ennesima potenza, vettore di una sequela di aggettivi martoriati. La tardona seminuda e stivalata in una discoteca di sedicenni non è goffa e fuori tempo massimo, ma “sexissima”. Il collega tonto e ciarliero non è tale, ma “divertentissimo”. La tizia che sfoggia un lessico da portuale iracondo, non è volgare, ma “scafatissima”. 
Le stesse labbra, solitamente, dopo aver pronunciato l’insopprimibile battuta del secolo, modulano una risata sguaiata tutta gola e denti - inversamente proporzionale al livello della gag - impermeabile ad altrui mascelle serrate, bulbi oculari estrusi, sobri rossori di gote.
Perciò facciamocene una ragione: siccome, per noi snob fanatici della forma, tentare di spiegare il profondo significato del termine “opportuno” a un fichissimo sarebbe utile quanto un loden addosso a un cinghiale, non ci resta che perpetuare in sordina, le dita tra i capelli, la vergogna per conto terzi. Che, tra l’altro, è cool da matti. Anzi, coolissima.

giovedì 17 gennaio 2013

Chewingum blues



L’occupazione, quest’anno più che mai, pare un chewingum: una robaccia sintetica da non ingerire, ma che si allunga, si lascia plasmare ed è perfetta per ruminare, restaurare l’alito e riempire la bocca di qualcosa. Impastato dalle solite lingue raspose, tutto quell’ipotetico lavoro - ossimoro per sofisti? - pare traboccare oltre i denti sbiancati di glauchi colletti. E sono zanne aguzze, le loro, affilate come asce da quercia. Autobus rivestiti, cartelloni seipertré, manifesti da marciapiede, volantini distribuiti - ne dubitavate? - da volontari (pronti all’agguato dietro ogni angolo di strada), da giorni mostrano incisivi e canini a profusione; accanto a simboli più o meno convincenti, corredati da slogan ruffiani, facili, italianissimi.
Poi c’è l’impiego, quello vero. Che manca al trentasette per cento dei giovani. Che, quando c’è, si fa flessibile, elastico, poco o per nulla retribuito, a tempo, doppio, triplo, carpiato; persino mortale, giusto per non farsi mancare niente. Un lavoro da proteggere e conservare anche quando scapperebbe di cantare un blues, facendo tintinnare la catena alla caviglia; da tutelare dai monsoni della crisi, da salvare a qualsiasi costo, magari sventolando antiche, solidali bandiere, per sentirsi rispondere “Be’, dammelo più avanti, il modulo. Magari mi c’iscriverò al sindacato, prima o poi, se ne avrò bisogno”. 
Il morbo si è insediato. Ha attraversato la pelle dei sudditi, rendendo l’espressione dei loro volti del tutto simile a quella del faraone. E non c’è richiamo alla coscienza che tenga: è impossibile seminare bulbi di gladioli nel deserto.
Le braccia lungo i fianchi, torno sui miei passi, ad auspicare una reale discesa in campo della vetta piramidale; un bel venti-acri coltivato a patate, possibilmente. 
Intanto me ne resto qui, davanti a un seipertré che mi spiega come dilatare meglio i pori, a rileggere 1984, di quella buon’anima di Orwell, sperando di tenere vivi gli anticorpi.

martedì 18 dicembre 2012

Pufffffff




E poi, qualche volta, succede di accorgersene. Persino a me. 
Già, perché io sono un’idiota doc. Una di quelle che, raccolta una serie di dati, si costruisce un’opinione granitica, e chissenefrega se le informazioni sono parziali o confuse o, addirittura, fraintese. Mi capita di sputare sentenze; e di provare una certa ebbrezza da fiera convinzione di consapevolezza. È come se ci fosse una specie di aerostato, gonfio di gas letale, sul quale issarsi per prendere quota. E salire e salire. E piantare occhi e indice verso qualcosa o qualcuno, mimando pose da irati dèi con l’anatema in punta d’unghia.
E poi Boom!, lo zeppelin si fessura e, in un istante, esplode; ché la caduta ha da essere verticale, rovinosa e storica.
E lo è, per fortuna.
Ho sbagliato. A presumere e prevedere. A stizzirmi e giudicare. A credere di essere nata con le soluzioni in tasca. A presentarmi, con il mio naso all’insù, di fronte a chi, da anni e con la perizia di uno sminatore, si arrovella intorno a infidi gineprai, forandosi le dita, sfilando le vesti all’ennesima tenace spina appena scoperta.
Il contenuto delle mie tasche era un flop. E l’umiltà mi fa talmente difetto che non sono ancora riuscita ad ammetterlo.
Figuriamoci a scusarmene.
Ma provvederò. E capirò che non serve mordersi la lingua, perché non esistono argomenti tabù; solo persone che amano i palloni gonfiati o che, semplicemente, tali sono.
Puffffffffffff.

giovedì 4 ottobre 2012

Autumn leaves




L’altro ieri ho comprato i primi cachi. Sguardo al calendario: ottobre. 
È che i ritmi frenetici, le telefonate ferali - raccolte e mancate, i temporali nostalgici e le maniche corte mi avevano distratto. Per carità, l’orecchio già da un po’ poteva dirsi orfano di risate cristalline tutte alito e anguria, del tintinnar di palette e secchielli, di cocchi strillati e brrrip-brrrop di braccioli sdrucciolevoli. Ma me ne stavo lì, ad attraversare le giornate con il foglio dei turni appeso al frigo, i soliti pantaloni addosso, la lista della spesa nella tasca esterna della borsa.
Poi ho riposto i sandali e le scarpe di corda, in favore di calzature chiuse e gommate; ho sfilato dall’armadio la giacca di pelle; ho guardato il cielo abbassarsi, scuro e stellato dall’ora del tè. E oh! Quelle maledette foglie! Rosso, marrone, giallo, arancione... Avrei dovuto capire, no?!
Niente. Non pensavo a niente. Testa svaporata e quotidianità da allestire.
Stamane, lo schiaffo.
“Fa’ colazione!-scappa pipì?-dài, co’sti denti!-lo zainetto è sulla sedia-papà ha già i piedi nelle scarpe...-lo so che c’hai sonno-infila il giubbino!-andiamo con il monopattino?-presto, ch’è tardi!”. Poi, la porta d’ingresso: scatto della serratura, lamento dei cardini, swosh del para-spifferi, luce.
Luce bianca. Diffusa. Lattiginosa. Umida.
«Mamma! Perché c’è la nebbia, stamattina?»
«Amore, dobbiamo farcene una ragione, temo. Siamo in autunno!»
«E perché?»
«Perché tutte le cose finiscono, prima o poi...»
«Come la marmellata?»
«Esatto. Ehi! Corri più vicino al muro, ché non ho voglia di venire a pescarti dal canale!»
«Ma tanto è bassa!»
È vero. Lo scirocco non si è ancora fatto vivo. Salvi dall’acqua alta! Per ora, almeno.
«Nano! Vi-ci-no al mu-ro! Insomma, come te lo devo dire?!»
«In turco, mamma?»

Eh. Mi sa che devo rimettere in moto il cervello. E starci attenta - mannaggia a me! - con ‘sto vizio delle frasi fatte.

giovedì 23 agosto 2012

Che ci vuole?




I medici salvano la vita alla gente, quindi è giusto siano pagati profumatamente. 
Be’, andiamoci piano. Ci sono anche medici che le stroncano, le vite; per distrazione, banali errori, stanchezza o Saturno contro. Eppure nessuno si sognerebbe di dire a un chirurgo: “Sì, ci interessa il tuo lavoro. Operi con cura, rattoppi adeguatamente, ma sfortunatamente non possiamo pagarti. Se ti va bene lo stesso, sei dei nostri, altrimenti va’ pure, tanto c’è la coda, qui fuori, per questo posto”. 
E provate a chiamare un idraulico per una perdita al lavandino, magari di sabato, chiarendo che per risolvere il problema non riceverà retribuzione alcuna. Ecco, nemmeno nel castello di Hogwarts, giusto?!
E allora perché i musicisti che vi allietano l’aperitivo, per due ore di concerto, dovrebbero accontentarsi di una birra e un panino scarsamente imbottito? Perché all’artista che progetta il recupero di una fabbrica abbandonata tocca null’altro che la proverbiale pacca sulla spalla? Perché un giovane regista è costretto a realizzare film a costo zero? E perché - muoiano gli editori e tutti i filistei! - chi scrive deve sentirsi onorato di leggere la propria firma in calce all’articolo che ha sfornato (preparandosi sull’argomento, impiegando tempo, energie, concentrazione) e chissenefrega della solita voragine nel portafogli? Al mio fruttivendolo, dell’onore, importa assai poco. Se non pago il chilo di patate o le quattro melanzane, mi fa un melone così. 
E vabbe’, quanto la fai lunga! In fondo siamo tutti un po’ creativi! Pure io riesco a fare un taglio in una tela, come Coso, Massìquellolì! Che ci vuole?
Ci vuole la capacità di vedere ciò che, ad altri, non appare. Ci vuole passione per il mondo e sfrontatezza. Ci vuole il coraggio di superare i dogmi della propria epoca.
Ma che parlo a fare? Tanto è un fatto: a bocce ferme, son tutti Fontana.


martedì 5 giugno 2012

Italia Pulit...a..ah..ahahahahahahah!




Più che all’ordine, sembra si tratti di un ritorno di fiamma per la famigerata casalinga di Voghera. Ecco perché la deceduta Forza Italia - e, con essa, l’antico scippo ai tifosi della nazionale - triturata nel macina-carne improduttivo del Pdl, pare sia pronta a rinascere dalla proprie ceneri, araba fenice cialtrona, nelle nuove, linde vesti di “Italia Pulita”. Forse rapito da un moto di nostalgia per i bei tempi andati, quando i pool antimafia andavano a caccia di mani luride da mondare - ché pecunia non olet, ma a’ voglia se insozza! - con evidente sprezzo del pericolo, il noto vecchietto si è seduto sul consueto trono (sì, è suo pure quello, ma non parlo del seggiolone di Uomini e Donne versione âgé) e, con il sempre fedele Dell’Utri (ehm... sì, proprio quel Dell’Utri) ha sfornato il gioioso brainstorming. Appena centrato il nome, si è aperta la questione “facce”. 
- Bene, chi ci mettiamo, Marcellino? 
- Eh, porca merda, Mike, Sandra e Raimondo sono cibo per vermi da un po’... proviamo con delle cere sostitutive? 
- No, dài, sai che io sono un uomo di buon gusto!
- Eh, ho capito, ma scordati le solite smandrappone, che sennò ricomincia il circo, e poi la sciùra Maria non ci vota!
Ma neanche una tetta della Barale?
- Silvio, le tette stanno a zero, occhèi? E pure cosce, culatelli, lonze e via dicendo.
- D’accordo, va bene. Ripeschiamo Emilio?
- Ma che, sei scemo? Ormai quello s’è sputtanato! Pensavo, che ne so, a un Salvo Sottile, un Gabibbo... qualcosa del genere!
- Ce-l’ho! Sei pronto?
- Spara!
- È come un gabibbo, ma meno rosso-comunista. Ha un muso rassicurante, perfetto. Ha la parlantina sciolta e piace alle mamme e alle nonne. È un po' il babbo natale de noaltri. Ha iniziato con uno Smile sulle labbra, è timorato da me e da Dio (che poi è un po’ lo stesso) e pur avendo la bocca piena di riso, lo stronzo cereale non fa di lui un cretino...
- Gerry Scotti! Cazzo, capo, sei un genio!
Lo so, lo so... che dici, l’accendiamo?