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sabato 25 aprile 2015

Grazie, Aldo.



È mattina. Il tabaccaio è aperto. Compro le sigarette e Il Manifesto, ché oggi c'è l'Alias speciale. Prendo anche un giochino per Topodimamma e scelgo un numero per la lotteria, il 19, il giorno in cui è nato lui; magari si vince la cesta con l'olio buono, non si sa mai.
Poi passeggio lungo la riva, diretta alla farmacia. Anche il panificio è aperto. Pane fascista, probabilmente, ma lo abbiamo finito, quindi toccherà fare scorta.
In farmacia, prima di me, c'è un signore di una certa età che parla con Gianni. Gianni se le fa sempre dentro, le feste. Il signore, un uomo di bassa statura, parzialmente calvo e già con una sporta piena di scatoline, gli sta mostrando una foto. "So mi", dice, "gèro a Torino, setantàni fa. Àrime, gèro vestìo da partigiàn!", aggiunge, con un sorriso pieno e fiero. Mi avvicino di qualche passo, in barba alla linea che dovrebbe tutelare la privatezza del cliente precedente. "Posso vardàr anca mi?", dico; e lo faccio in dialetto, ché è più facile chiedere il permesso di sbirciare una foto in bianco e nero se ti presenti come si deve. Il signore volta l'immagine verso di me, felice come quando Topodimamma trova l'ultima figurina dell'album. Il farmacista si limita a ripetere che vi è ritratto "proprio un bel òmo" e io seguo i profili di quel volto. Un viso giovane, con lo sguardo di fuoco. Il signore avrà avuto vent'anni. Imbracciava un fucile. "Gèro in piàssa Vittorio, co i ga da' l'annuncio dea Liberazione. No ve digo che beo, che xe sta'!" e si capisce eccome, quanto deve essere stato bello, per lui, essere in quella piazza. "Xe a me festa, oggi. E so 'ncora vivo". "Per fortuna", dico io, e "Sì, è proprio la sua festa. E anche la mia."

Indosso i pantaloni sui quali avevo cucito le toppe rosse, l'anno scorso, costretta a lavorare. Ci avevo ricamato alcuni versi di Bella ciao. E giusto ieri pensavo a quanto sarebbe stato importante parlare con un partigiano, il 25 Aprile.
Uscita dalla farmacia ho raggiunto il panificio. Il partigiano era davanti a me. Ha lasciato la sporta con i medicinali alla panettiera. "Ti me a tièn, finché vado tórme el giornal?", le chiede. "Sì, Aldo", fa lei. "Ma no sta a magnarte tutto...", la mette in guardia. "Mi, 'sta roba, no me a magno de sicuro!", chiosa lei.
Ecco, evviva!, so come si chiama.

Oggi, nonostante tutto, questo è un paese libero. E io sono felice. 

Grazie, Aldo. A te, e a tutti gli uomini che, in bianco e nero, gioivano in piazza, settant'anni fa.


domenica 5 aprile 2015

'Ottanta voglia di Pasqua



La credenza di nonna Vittoria cambiava testa. Una merlatura variopinta e crepitante faceva brillare il noce più di qualsiasi straccio imbevuto di Pronto Legno. Fui l'unica nipote per una decina d'anni e non mi è mancata una benedetta profusione di zii, prozii e secondi cugini, ognuno propenso a farmi alzare, con bonomia, il livello di acetone. Cominciavo a chiedere "quando mangiamo?" più o meno alle nove del mattino, mentre la nonna ungeva le mani di olio, pronta a impastare l'impanata di cavolfiori. Non avevo tutta la fame del mondo, specie dopo una colazione a base di biscotti, marmellate, bidoni di latte e Ovomaltina; volevo si archiviasse la pratica del pranzo rapidamente, ché c'era ben altro, da fare.
L'ultima goccia di caffè, sorbita dal commensale più lento, era il segnale di via: l'industriosa squadra di formiche liberava il tavolo, riponeva bottiglie e forchette, asportava tazzine e briciole. Infine s'infagottava la tovaglia, ripiegandone i lembi secondo una liturgia sempre uguale, perfetta.
Il tavolo era ampio e lucido. Lo zio Carlo metteva le mani a conca all'altezza delle ginocchia, con le dita intrecciate, e mi strizzava l'occhio. Le sue mani erano del mio numero di piedi. Mi issava sino alla cresta della credenza e io, furetto agile e lungo, afferravo un bolo dopo l'altro. Mezzo minuto, e il desco pareva apparecchiato di nuovo. E che bel rumore faceva, tutta quella carta di plastica. Fiori, pallini, strisce, pulcini, agnelli rosa e angioletti. Le confezioni erano meravigliose. 
C'era sempre almeno uno zio ardito che, nella covata al latte, introduceva furtivamente un uovo di cioccolato fondente "e però ne mangi un pezzettino solo, eh, ché questo è amaro!". E no, non era mai amaro, ma gli adulti tutelavano il mio stomaco caricandosi l'onere di spazzolarlo, prima che il pezzettino assumesse dimensioni sconsigliabili.
Nastri tubolari dorati, legati strettamente intorno a ciuffi crepitanti. Cravatte sintetiche e infide, impossibili da sciogliere. Nonna Vittoria lo sapeva e, nella tasca del grembiule, aveva già il solito paio di forbici. "Te lo taglio io, gioia mia! Taglio e basta, poi lo apri tu."
Infine il climax: un pugno da comizio, tutto curiosità e fervore, calato dall'alto e di taglio. Una ghigliottina goffa e ingorda, che si abbatteva sulle curve lisce e sinuose di ogni scrigno.
Ciascuna sorpresa doveva vendicare la pochezza della precedente. "Magari trovi una borsetta!", ammiccava zia Paola. "E se ci fosse un puzzle?" ipotizzava Cristina. "Secondo me, sarebbe meglio che ci fosse un altro uovo, dentro!" sdrammatizzava Claudio.
Io collezionavo portachiavi. Quelli, c'erano. A rondinella, con lo stemma della Juve, a orsetto, a caramella. Di qualsiasi forma e dimensione, nelle uova di Pasqua degli anni Ottanta, c'erano sempre e solo portachiavi.
Ed era bellissimo, fingere di stupirsi.


Topodimamma, nelle sue, ha trovato trottole tecnologiche dei Pinguini del Madagascar, Capitan America che spara affari azzurri contro nemici di cartone, una gomma da cancellare a forma di coccinella e una specie di pecora, cucita a mano, di cotone. 

Orrenda. 
Attaccata a un ciondolino di metallo. 
Devo controllare la data di scadenza, di 'sto cavolo di uovo solidal. 

giovedì 26 febbraio 2015

Grazie.



Dovrei pulire. Togliere il cuscino, la coperta, il panno bianco. Dovrei anche cambiarmi e mettere la maglia e i pantaloni nel cesto della biancheria sporca. Dovrei far sparire i biscotti al ripieno di carne e gli snack anti-tartaro. Dovrei ragionare e capire dove mettere la cuccia, gli asciugamani che usavamo solo per lei, il libretto sanitario, il collare con il nome. 
Perché non servono più.
Invece me ne sto qui. Puzzo di urina e di tutte le situazioni in cui sono stata manchevole.
Resto ferma ancora un po'. Non perché mi piaccia sguazzare in un assai poco dignitoso brodo dolente, né per espiare alcunché; e 'fanpiffero a tutti gli "escusatio non petita..." già in resta. Resto perché ho uno strofinaccio grezzo attorcigliato nello stomaco. Ne sento peso e consistenza, quasi potessi afferrarlo, con le dita piantate sotto le coste. 
E perché mi aveva scelto. Mi era saltata in braccio, con la lingua penzoloni e gli orecchi scomposti dalla corsa. Era la più magra del canile. Ma aveva una voglia di stare al mondo come non ne avevo mai viste.
Mi saltò in braccio, dieci anni fa. E ora è morbidezza nella terra soffice.
Russava come una segheria, di notte. Faceva la faccia da cane magro che più magro non si può, davanti a una coscia di pollo destinata a umano piatto. E, finché le zampe hanno retto, correva come una saetta. Veloce, elegante, sottile.
Qui dentro c'è un silenzio troppo gonfio, ed è anche per questo, che resto. Topodimamma, cui dovrò infinite e perigliose spiegazioni, è all'asilo. Il consorte al lavoro, ma per fortuna abbiamo parlato. Al telefono. Ché in momenti così lui c'è anche quando non c'è.
C'è silenzio, e non solo. Un vuoto simile solo a se stesso. Una voragine d'assenza, scandita dai secondi dell'orologio, che mi pare di udire per la prima volta.

L'ho avvolta in una federa ampia e bianca, di un bel cotone solido. Quelle federe di una volta, non la merda che si trova oggi in giro. L'ho adagiata nella buca, piano, con garbo. Piangendoci sopra.
Aveva ancora la testolina morbida, sotto la stoffa.
Le sono rimasti gli occhi semiaperti. O semichiusi. Sul chi va là, ché magari vale la pena rimanere vigili, non si sa mai: le avventure nascono spesso per caso, e non vanno perse.
Con le mani ho raccolto una terra densa e profumata, piena di sassi, piccole conchiglie, frammenti di vetro smussati dai secoli. E poco per volta la federa non c'era più.
Le mani, poi la pala. Poi sono ricomparsi i ciuffi d'erba, rimossi nottetempo scavando.
E poi basta.

Mi sento orfana di Zena. Il cane "vivente". Il perfetto "cane a forma di cane". La cagna. La cana. 
E di quando il Topo, ancora a caccia delle prime parole, agitava le manine, rideva e la chiamava "Bù!"


Oggi devo preparare un dolce, ché il Topo, sabato, fa la festa di compleanno con gli amici. Lo farò stasera. 
C'è ancora tempo.


giovedì 19 febbraio 2015

Da sei anni, Sei.




Oggi il Topodimamma compie sei anni. 
Sei. 
Devo ripeterlo, perché suona strano. Appena nato, a suo padre stava in una mano. Ora è alto più di un metro e venti e pesa ventidue chili. Un gigante. Che ride, chiacchiera tutto il giorno (e pure la notte, se i sogni meritano una narrazione) e fa i capricci, ma con una voce meno sottile di ieri. Al supermercato tocca allestire una sporta speciale, ingombrante e leggera, cosicché possa eroicamente dimostrare al mondo quanto sia cresciuto. La regge con tutta la mano, fiero di essere applaudito dal fruttivendolo, dalla fioraia, dalle cassiere della Coop, che gli strizzano l'occhio, gli allungano una caramella, gli accarezzano il capo, mentre ripetono: "Ti xe el putèo più bravo dell'ìsoea!"
Colleziona rane gommose e ne trascrive i nomi sull'apposito foglio, dopo aver letto con pazienza quanto saltino, quanto mangino, quali armi segrete nascondano quelle vere, ritratte nel librino allegato al feticcio.
Comprende e rielabora, da par suo, le Favole al telefono di Rodari. Ne leggiamo una ogni sera, a letto, prima di dormire.
È vivo. Sta bene. Cresce. Da sei anni.
Sei.
Non sottolineerò che "sembra ieri"; ché la banalità travolge la verità assoluta delle frasi lapalissiane. Però è così.
Quando mi fermo, e lo guardo di sguincio mentre canta, o guarda la tv, o costruisce una barca di cartone per il suo nuovo amico millepiedi, mi riprendo il tempo sottratto dalle incombenze. Lo sbircio e non mi capacito dell'enorme fortuna mi sia capitata in sorte. E chi se ne frega della lotteria.
Oh Topo! Sei vivo. E stai bene, per fortuna.
Da sei anni,
Sei.

mercoledì 31 dicembre 2014

Tra un'ora


È stato un anno strano. Durante il quale ho imparato alcune cose e, di certo, me ne sono fatta sfuggire migliaia. Un anno di passaggio, fatto di bandiere che garrivano al vento e banderuole piene di fiato. Di parole nuove e cancrene. 
Topodimamma ha voluto sapere - per bene, 'stavolta - come nascono i bambini e ha scoperto il piacere di dire "delizioso".
Ho finito il romanzo. Be', due delle tre versioni quasi definitive. 
Papàditopo ha sorriso spesso, inventato nuovi giochi, portato a casa una mostra difficile.

Ma il Cane A Forma Di Cane (che poi è una cagna) si è ammalato. Oggi la veterinaria (benedetta donna, che suona al campanello il 31 dicembre) ci ha detto che resterà abbastanza in forze per non più di quattro, cinque mesi. E io mi sento già male.
Sono affondate navi, scomparsi aerei, scoppiate epidemie, esplose nuove guerre.
Ho perso fiducia nei lavoratori, fiaccati dalle minacce, dall'inedia, dall'accidia, da portatori insani di camicie bianche e dalle odi al proprio deretano.

Ma ho guadagnato alcuni amici. Altri mi hanno stupito. Altri, qualche volta, addirittura commosso.
Ho mangiato caramelle, fumato a tradimento, sperato di farcela.

Non amo i bilanci, ma ne stilo continuamente.
Non amo il servilismo, ma vi assisto. Ringhiando, magari. Ma a che serve?
Non amo le sconfitte, ma so essere indulgente con la mia fallibilità. Quasi sempre. Spesso. D'accordo: qualche volta (e non se ne parli più).
È stato un anno strano. Sospeso. Forse l'ha deciso Saturno. O la mia indolenza.

Ho la sensazione che, tra un'ora, si affaccerà un anno diverso. Dispari e fertile. E io ci sarò.
Ancora viva.

Dispari e fertile.
Dispari e fertile.
Dispari e fertile. 


lunedì 27 ottobre 2014

Odio ottobre




Odio la tosse secca. Muco debole e fuggitivo che allunga le zampe oltre l'ugola così, giusto per farsi fastidioso oltremodo. Odio nebulizzare le nari per riaprire un minuscolo varco in tutto quell'immobile ottundimento. E odio dormire, in simili condizioni; ché se riposi di lato il naso si tappa da una parte sola, costringendoti a girarti e voltarti come una fettina impanata. L'unica alternativa sarebbe il sonno a pancia in su che, è risaputo, provvede alla par condicio mucolitica. E dormirei pure, in quella posizione, se non odiassi farlo. E se non odiassi la gola secca e riarsa del mattino dopo. Dopo la russata del secolo.
Odio il raffreddore, ecco. Specie quando si sovrappone al ciclo mestruale. Specie quando, quest'ultimo, è già in compagnia di svariate affezioni neurologiche.
Odio il raffreddore, il ciclo e i nervi. E odio le Leopolde. E i neo-yuppies in camicia bianca e lauto conto in banca, amici di scrittori furbi, divenuti ricchi spacciando sogni di gloria. E assenti, che fa più fico se emozionano a distanza. Odio anche le anziane sindacaliste che mi rendono difficile spiegare ai colleghi di lavoro che il sindacato ha ancora un senso, che s'ha da fare, che l'individualismo è una piaga insopportabile. E odio pure spiegare che l'individualismo è un boomerang e che avevano ragione Tozzi, Ruggeri e Morandi: "tanto, prima o poi, gli altri siamo noi".
Odio il metodo al servizio del dolo. Boffo o non Boffo, ti licenzio e non ti reintegro. Ché togliersi un rompiballe dai piedi, sborsando poche migliaia di euro, è comunque una forma di investimento. Odio le minacce velate e quelle svelate. Odio gli abusi di potere e gli scacchi di un colore solo. Odio gli slogan, le parole che sanno di muffa, ma pure quelle troppo, troppo nuove. Così nuove da suonare ottocentesche. E odio il bue che dice cornuto all'asino. Tacesse, porco cane! Che è quasi ora di alitare sul rinato bambinello e poi vediamo se non gli serve, il supporto del bistrattato ciuccio.
Ecco. È semplice, in fondo.

Odio ottobre. E oggi è ottobre.

E ho il raffreddore, il ciclo e i nervi.

lunedì 13 ottobre 2014

Buh!



I centri commerciali non sono più pieni come uova. Neppure durante il fine settimana. Ma le risorse per retribuire il personale sono poche e i commessi, decimati dalla crisi, annaspano comunque. Quindi, se malauguratamente si è una quota di quella scarsità, lavorare il sabato resta una maledizione. Gli avventori entrano, passeggiano, si lamentano per i chilometri che sono costretti a macinare tra ingresso e uscita e, nella maggior parte dei casi, non comprano una beata fava. Si limitano a chiedere - grandissimi figli di Lapalisse - se quel coso con su scritto "copri-piumino" contenga, per caso, un copri-piumino; o se il bollone giallo sulla padella antiaderente con stampigliato "-10%" implichi uno sconto sul prodotto del dieci per cento. Non sono più clienti, ma frullatori di ammennicoli bipedi, affetti da labirintite e con capacità cognitive degne di organismi mono-cellulari in via di estinzione.

Sabato, io, ero lì. A lavorare, sia chiaro.
Confermato a un marcantonio africano che sì, glielo avrei portato in cassa, il tappeto, stavo giusto issando quei due metri e quaranta di cannone peloso sulla spalla quando ho rischiato l'infarto. Davo le spalle alla corsia principale e, dietro di me, è riecheggiato un barbarico "Buh!". Per un istante, riposta l'arma impropria, ho pensato "Non-può-essere"; eppure lo conoscevo, quel verso. Era la sua voce. La più adorabile. 
Mi sono voltata e, davanti agli occhi, avevo il Topodimamma in carne e ossa. 

Viviamo a una distanza di circa quattro anni luce, dal centro commerciale. In tre anni, non era mai venuto a trovarmi al lavoro. Papàditopo e Nonnaditopo erano a pochi passi di distanza, divertiti, quasi che le loro bocche fossero balconi ridenti, cui affacciare un'anima curiosa di godersi la scena. 
Ho alzato lo sguardo. Marcantonio Africano mi guardava, come a dire "'mbe'?! Non è che adesso mi tocca portarmelo da solo, il tappeto, vero?". Ché mica è colpa sua, se si è scordato di prendere un carrello! Ho raccattato il cannone - spiegando al Topo che sarei tornata in un batti-baleno - trattenendo a stento la tentazione di sperimentare una nuova specialità olimpica: il lancio della comunità acara, imbalsamata nel modello Greta a pelo lungo. Ché il giavellotto, al confronto, è roba per signorine.

Poi, finalmente, ho portato Topo a spasso, in braccio, correndo da tutte le parti, uffici inclusi. Le leggende del Topo Narratore sono ben note, a colleghe e colleghi. E mi è presa la smania di mostrare a tutti che esisteva sul serio quell'essere mitico, mezzo Voltaire e mezzo Piccolo Principe.
Finiti i minuti a disposizione, rubati in modo assai poco ortodosso al turno, ho salutato il papà, la nonna e Topo, sbaciucchiandolo fino a consumarlo. Le ore successive mi sono volate. Ho lavorato serena. Anche se era sabato. Anche se i copri-piumino giacevano nelle debite confezioni e le padelle costavano il dieci per cento in meno.
I due belli, messa la nonna sul bus, mi hanno aspettato, gironzolando nell'area commerciale fino all'ora di chiusura. Siamo tornati a casa insieme e Topo non ha vomitato in macchina, né in autobus. Raggiunta Venezia, abbiamo pure mangiato fuori. Pioveva. Abbiamo comprato un ombrello da un giovane ambulante che cantava.
E io ero più felice che mai. Nonostante i piedi distrutti e le mille sporte cariche di qualsiasi cosa.

Felice come la cosa più felice che possiate immaginare. Per la giornata risollevata miracolosamente. Perché Papàditopo odia frequentare i centri commerciali, eppure ha resistito. Per me. Per farmi un regalo infinitamente grande. 
Perché il "Buh!" del Topo non era mai stato altrettanto spaventoso.
Né mai, prima, altrettanto sublime.

sabato 20 settembre 2014

Funeral party



Gli ultimi quattro gradini del ponte e ho guadagnato le riva che si stende dietro l'abside del duomo. Una stola mi è svolazzata davanti al naso, svelando un crocifisso di legno. Un bacio casto e leggero, posato dal celebrante sulla guancia rigata di una signora. Era viola, la stola. E la signora, bianchissima. Neppure il tempo di dare forma al debito "accidenti" ed eccola lì, la bara. Di un bel noce, levigata, lucida. Scendeva piano verso il guscio della barca, guidata da abili Caronte silenziosi.
Dovevo fare la spesa. Trascinavo un carrettino blu e azzurro attraverso la piccola folla mesta, assembrata a pochi metri dal canale.
Mi sento sempre in enorme imbarazzo compiendo gesti quotidiani e sfacciatamente vitali durante un funerale. 
Ma l'impaccio, d'un fiato, è scomparso, travolto dall'orrore. 
Tre turiste orientali, cinesi o giapponesi o chissà di dove cavolo, sostavano accanto al ferale capannello. Indicavano la barca. E la bara. 
E ridevano
Ridevano, scattando foto ricordo.

Forse credevano che qui fossimo tutti immortali. O che facessimo a pezzettini i defunti e li schiaffassimo nei tramezzini dei bar di piazza San Marco. O che, in una città d'acqua, vigesse l'abitudine di scaraventare i trapassati dalle finestre, attendendo un salvifico splash.

Comprendo lo stupore per la particolarità del servizio funebre. Pur deglutendo un bolo di disgusto, arrivo quasi a capire la foto, ché a Quel Paese uno scatto simile desterà scalpore, probabilmente. Ma nella scomparsa definitiva di qualcuno, nelle lacrime degli astanti, nella compostezza dei becchini, che ci sarà mai, di tanto esilarante?
Avrei voluto schiaffeggiarle. O correre a casa loro e danzare su tutte le sacre olle cinerarie, le lapidi, i roghi catartici.
Non l'ho fatto. Mi chiudeva la Coop.

E comunque è vero, sono la solita polemica: magari quelle tre scimmiette sghignazzanti provenivano davvero dalla Terra di Mezzo; non erano mancanza di rispetto, immoralità, idiozia, le loro. 
Semplicemente, non potevano capire. 
Ché, i cinesi, non muoiono mai.


martedì 22 luglio 2014

Gaza, la carta, le baguettes



A quindici anni frequentavo un liceo pieno di gente che, a tutti i costi, sentiva di dover apparire diversa. Dai propri coetanei, dalla prole ordinata e ordinaria che genitori avvocati o impiegati di banca avrebbero desiderato avere. Per non somigliare a chicchessia, gli studenti finivano nel gorgo dello stereotipo del ribelle, sfoggiando infinite paia di anfibi viola, cotonature rasta, padiglioni auricolari sforacchiati senza ritegno, bomber e chiodi da combattimento. Quando scoppiò la Guerra del Golfo, tutti noi implumi boccaloni avemmo un nuovo, ottimo motivo per modificare temporaneamente il look. Ai nostri stracci borghesi, aggiungemmo in massa il bianco e nero - qualche impavido, il bianco e rosso - della kefiah, a sostegno del popolo del Kuwait, annichilito dal dittatore iracheno. Molti ragazzi neppure sapevano dove fosse collocato, sulla carta geografica, quel povero staterello. E neppure l'Iraq, a dirla tutta. Ma il bisogno di cavalcare una causa giusta, di manifestare per qualcosa di più dignitoso della mancanza di carta igienica nei bagni, la necessità di schierarsi con il debole oppresso, la pigrizia di accontentarsi di qualche slogan, bastavano e avanzavano. La kefiah finiva attorcigliata al collo, sfoggiata, mostrata come un vessillo, meglio ancora se in pendant con una copia del Manifesto, che nessuno leggeva, ma faceva un sacco fico portare a spasso come una baguette.
La storia non ci appassionava. E i paesi arabi erano un po' troppo in Africa per destare il nostro interesse. A scuola si arrivava a studiare, e solo all'ultimo anno, la prima guerra mondiale; quindi il '48, con l'istituzione dello Stato d'Israele, rimaneva una vaga eco mutuata da genitori comunisti o poco più. Eppure quel conflitto ardeva, lungo la striscia di Gaza, da quasi un secolo. Ebrei cattivi, arabi buoni. Ebrei ricchi, arabi poveri. Ebrei prepotenti, arabi schiacciati. Il succo era quello. Tutto il resto, navigava in un brodo lento di inutili dettagli religiosi, politici, pseudo-culturali. Africani. 
Non sapevamo nulla e non ce ne fregava un tubo. La kefiah bastava, per mostrarci solidali.
Oggi, quasi venticinque anni dopo, ho imparato a leggere un quotidiano fino in fondo. Ascolto il telegiornale con un orecchio terrorizzato e l'altro sfiancato dall'accidia. Mi documento. Ho persino rivalutato lo studio della storia e ammetto una certa vergogna per quel libro del liceo lasciato pressoché intonso. Non indosso più la kefiah. Prima di smarrirsi durante l'ultimo trasloco, quella che avevo finì a foderare il cuscino della mia sedia da scrivania.
Oggi so quale potere abbia lo Stato di Israele, quanto siano pericolosi e indispensabili i tunnel scavati dai palestinesi per aggirare l'embargo, quanto sia strategico l'Egitto, quanto siano affamati gli Stati Uniti, quanto siano potenti i dispositivi anti-razzo degli israeliani e quanto sia vile, da una parte e dall'altra, l'uso degli esseri umani come scudi, come scuse.
Ma continuo a non capirci nulla.
Non comprendo i cadaveri ammassati. I "civili" plaudenti che assistono ai bombardamenti sgranocchiando popcorn. I bambini che scrivono messaggi sui missili, prima che essi vengano lanciati contro il nemico. Non comprendo il concetto stesso di nemico. Sono confusa, troppo e, come dice il cinquenne Topodimamma, mio figlio, lo sono talmente che "mi fa perfino un po' male il cervello". Forse basterebbe imitarlo mentre, strizzando gli occhi, afferma di mettere in atto la "cancellazione della memoria"; e lo farei pure, se non fossi convinta che il problema sia proprio lì. La storia, al liceo, mi ammorbava, perché mi sembrava uno sterile elenco di date e guerre e nomi di generali. Che si ripetevano all'infinito.
Non capivo, non sapevo che una baguette non è mai innocua.

Topodimamma mi guarda, sbircia la tavoletta tecnologica e mi dice "ma l'hai scritto tu, quello? Tutto da sola, così lungo?", indicando il testo. Alla mia risposta affermativa, spalanca gli occhi ed esclama "Wow!" ché, a cinque anni, già una sola parola di otto lettere è lunghissima. Poi piega un foglio di carta e realizza "il mio aereo da guerra! Wuuum!", ignaro dell'inquietante coerenza. Per fortuna, dopo il primo lancio, ci tiene a chiarire che lo aprirà e lo ripiegherà per farci qualcos'altro, "ché se uso tanti fogli devono tagliare troppi alberi, e poi respiriamo male!"
Hai ragione, Topo: la carta serve. Per i libri, per Il Manifesto, per i bagni.

domenica 4 maggio 2014

Di fatine, edere e problemi oftalmici




Papà, mamma, Il Topo e La Cana: la famiglia al completo, ieri, è andata in missione. Recuperate le radiografie della Cana, la meta era l’ambulatorio del vecchio veterinario, un omone rude e barbuto che vive e opera - è il caso di dirlo - sulla terraferma. Fatta la visita, in tasca fitte ricette di cortisonici, antiepilettici e complessi schemi di posologie a scalare, i quattro moschettieri hanno deciso di addentrarsi nel dedalo di viuzze disegnato dai banchi del mercato rionale. Tre boxer dieci euro, calzini dell’Uomo Ragno, calzini di un anonimo blu, pantaloni per l’asilo e una cuccia con doppia imbottitura: un buon malloppo, in tempi di crisi. Dopo la sosta al parco giochi, con annesso congruo numero di acrobazie topiche (espletato con fervore tra proboscidi giganti di vetro-resina e metallici anelli rotanti), il drappello ha occupato un piccolo desco all’aperto, per rifocillare stomachi languenti con toast, patate e seppie arrostite.
Siamo rientrati alle quattro, appena in tempo per evitare l’ennesimo piovasco della settimana.


Stamattina c’è il sole. Ho lavato i piatti rimasti nell’acquaio da ieri sera. Poi, con la tazza grande tra pollice e indice, sono uscita nell’orto, a bere il caffè all’aperto. La neve dei pioppi svolazza sin qui. Il fico s’è fatto frondoso: un’armonica cascata verde che manco nell’Eden. Il finocchietto selvatico, vaporoso e profumato, solletica il minuto vitigno di non sappiamo bene quale uva. Le pianticelle di pomodoro sono cresciute di una spanna, a un metro dall’albicocco nano, che produce frutti altrettanto nani, ma succosi e dolcissimi. Gelsomino, passiflora e glicine rivaleggiano sul graticcio del portico, con sommo disinteresse del limone e del melo radicati - noncuranza e arborescenze - nei pressi della vasca dei pesci.

È lì, che mi cade l’occhio. Poco sopra il muretto a secco che delimita il nostro giardino.
Ieri, mentre eravamo in trasferta, le fatine delle cinta, alacremente e in gran segreto, devono essersi date parecchio da fare: tra il nostro rigoglioso fazzoletto di terra e il bigio, lastricato scoperto dei vicini, è apparsa una nuova rete fiammante. Alta, densa, compatta, impenetrabile. Siamo al secondo episodio: il primo, provvidenziale intervento per rimpolpare la recinzione sospettammo fosse stato messo in atto a causa di impudiche vangate a torso incanottato del Papàditopo. Operazioni agricole considerate, evidentemente, ad alto tasso pornografico.
«Così i nostri figli non vi disturbano», ci dissero allora.
Stavolta, l’impegno profuso è aumentato: sulla vergine e smeraldina trama metallica s’è inerpicata, magicamente, un’edera. Un’edera di plastica. Un’edera di plastica che fa molto natura, si coordina adorabilmente con il parquet da esterno e con le zanzariere, e non attira formiche, tutte zampette e antenne nere e cheschifocazzo.
«Così i nostri figli non vi disturbano», ribadirebbero, se fossimo tanto screanzati da dichiarare i nostri dubbi circa l’esistenza delle fatine delle cinta.
Il linguaggio è un fattaccio acquisito, e persino in una casa timorata di Dio la profusione, gridata e costante, di coglioni e vaffanculi si propaga dalle lingue dei padri a quelle dei figli. La prole cui si fa riferimento, per una paletta rubata o un paio di orecchini fucsia sfoggiati con troppa civetteria, sa rendere onore agli insegnamenti genitoriali e farsi molesta anzichenò. Eppure a me continua a risultare difficile credere che, annaffiando una verzura di polietilene, essa possa tramutarsi in una barriera fonoassorbente. Probabilmente, dunque, il problema non è otorinolaringoiatrico, bensì oftalmico. E vai a capire se, in quel povero occhio offeso, si sia infilata una pagliuzza o una trave! 
Questi bravi cristiani non devono essere spiati. E, soprattutto, non devono cadere nella tentazione di spiare, specie i più giovani. Non sia mai che capiti loro di intercettare dell’autentica gioia su volti dichiaratamente miscredenti, di assistere a sregolati gesti di gentilezza, di veder fiorire piante vere, di sapere che ci sono bambini che giocano con il fango senza rischiare la decapitazione, di sospettare che i dogmi possono non essere assoluti. Certe patologie oculari sono contagiosissime, e le fatine delle cinta lo sanno meglio di ogni altro. Per questo, instancabili barricadere, si schermiscono dietro l’allusione a un puerile «Lo facciamo per voi». 
Excusatio non petita, accusatio manifesta, dicevano gli antichi; ma le fatine, da quando la Chiesa s’è modernizzata, non lo parlano più, il latino. 
Poco male, in ogni caso. Quest’estate ci faremo sontuosi bagni nella piscina autoportante in costume adamitico, dopo ogni temporale salteremo nelle pozzanghere di fango più rosei e ridanciani di Peppa Pig, pisceremo sull’erba a favore di vento e daremo il via al più clamoroso campionato mondiale di rutto libero.

E vedremo come se la cavano, le fatine, con malta e cazzuola.


giovedì 10 aprile 2014

A forma di cane




L’ho scelta perché era in una gabbia di due metri per tre. Occhi grandi e lunghe leve, se ne stava zitta in un angolo, circondata da altri esemplari minuscoli e ringhiosi. Era di una magrezza imbarazzante; le si potevano contare le ossa del costato a distanza. Era l’unica a somigliare al mio ideale cinomorfo: un cane a forma di cane. Nera, taglia media, niente eccessi epiteliali, orecchi a strascico, coda mozzata o lingua blu. E, dato fondamentale, muso e sedere perfettamente distinguibili, in quel corpo sottile e nervoso. Aveva circa sei mesi. Così mi dissero, al canile, nove anni fa.
Volevo avesse un nome breve e vitale. La chiamai Zena. Un’eco ellenica e quel tanto di Svevo.
Festeggiamo il compleanno insieme. Torta per me, un ossobuco per lei. 

Il piccolo, interrogato sulla propria famiglia, suole rispondere che, qui, siamo in quattro: lui, mamma, papà e La Zena; e poco importa che, i più, si convincano che Il Topo abbia una sorellina segregata nell’armadio. Dopo cena, infilati nei pigiami e a denti lindi, cantiamo la canzone della buonanotte, storpiando inquietanti faccende di befane e uomini neri, e La Zena è tra i primi cari - destinatari dell’adorato moccioso - a essere nominata.
Quando Il Topo cominciò a frequentare l’asilo, la casa mi apparve improvvisamente vuota: silenziosissima, troppo ampia. Ma Zena sorvegliava le mie uscite e i miei rientri, lappava l’acqua fresca dalla ciotola, zompettava goffamente tra la sala e la cucina, improvvisando spericolati slalom tra le mie gambe. Pareva voler allestire un buffo teatro per farmi sapere che “Oh, bipede cosa lunga! Io sono qui, eh! Mica potrai appellarti a una solitudine inesistente!”

Ora, non si regge sulle zampe. Cerca di raggiungere la porta per sfoggiare, come ha sempre fatto, il consueto campionario di feste; ma scivola, derapa, si affrittella a terra. In quegli occhi sembra di leggere la contrizione. Forse è dolore, ed è impossibile averne conferma, ché non è canide da guaiti sofferenti; forse è frustrazione, per una dignità offesa tanto odiosamente.

Primo veterinario e primo salasso economico. Secondo veterinario (Lo Specialista) e secondo salasso. Di nuovo primo veterinario, per gli esami del sangue e terzo salasso. Entrambi i medici annunciano un’incombente quanto necessaria risonanza magnetica. E sarà il quarto, inarrivabile salasso.

C’è chi mi chiede se io sia pazza: “Tutti quei soldi per un cane?”
Io mi volto, faccio spallucce e invoco tutti gli dèi della sacra pazienza. In fondo, il dubbioso di turno ignora per definizione, no? Non sa che, questo, non è un quadrupede qualsiasi.
La Zena è una di noi: un cane a forma di cane.

martedì 3 luglio 2012

Aspirazioni




Com’è liberatoria, la semplicità di alcune parole. In particolare, amo quelle immerse nella funzione che rappresentano, capaci di preservare i dizionari etimologici da pieghe moleste e dita umettate, e in grado di accoppiarsi con altre a loro simili, germogliate sotto il medesimo, salvifico raggio solare. Ecco l’acchiappa-farfalle, il pungi-topo, la lava-asciuga, i perdi-giorno. Probabilmente è tra queste ultime lettere che preferisco sostare. Testa svaporata, iridi vacue, sovra-pensiero latente adagiato su qualche particolare apparentemente insignificante, quotidiano, silenzioso. 
Nella piccola stanza da bagno del piano di sotto non c’è la vasca; neppure il piatto doccia, se è per questo. Ricavato da un sotto-scala, questo spazio è una piramide sbilenca, ma confortevole. Raccoglie i pensieri della sera e gli sbadigli dell’alba. 
Accanto alla tazza, come un fungo, si erge il lavandino. Quasi piatto, minuscolo, bianchissimo (be’, non proprio sempre). Appeso sull’alzata di un gradino di legno, un ampio porta-bicchiere abbraccia, in realtà, un phon color malva. Una mensola d’abete, smaltata di nero, sorregge spazzolini, dentifricio, filo interdentale, lo smeraldo del colluttorio, deodoranti per lui e per lei, l’immancabile confezione di stecchini pulisci-orecchi. La schiena contro le piastrelle antracite della parete opposta, smilzo e glauco, il termo-sifone a tre elementi sonnecchia, ben protetto da un copri-capo umido di spugne abrasive e lucidanti. Ai piedi, invece, sbavato di blu, il gel disinfettante pare un soldato appena rientrato nella seconda linea, vivo per miracolo.
Stamattina niente Settimana Enigmistica, nel momento del bisogno. Ho le palpebre a mezz’asta. Dormito male. Incubi. Caldo-freddo-caldo-freddo ad libitum. E i gabbiani, prima del sorgere del sole, a cincischiare e gracchiare e svolazzare e sbecchettare, così forte da svegliare l’intero vicinato. Saranno riusciti ad aprire il solito sacco del pattume pieno di leccornie semi-ammuffite (i pennuti, non i dirimpettai).
Dicevo: caselle bianche, caselle nere, cornici concentriche e ghilardate? Nel cassetto. Sclere arrossate, pupille fuori fuoco, ciglia impastate dall’elisir di Morfeo, non potrei leggere, neppure a mo’ di tortura. L’occhio però, appannato e liquido, riesce comunque a cadere ad altezza pavimento. Anzi, un po’ più su, a dire il vero: un grosso, lucido scarafaggio meccanico giace immobile a terra. Un insetto rosso scuro, dalla lunga proboscide argentata che termina in una mono-narice gigante, nera, piena di vibrisse prensili. L’ho presa dell’Ariete, stavolta. Avevo un buono-sconto da spendere nel negozio in cui lavoro. Mi serviva proprio; ne è testimone la scopa scapigliata che, dall’ameno angolo di sua proprietà, mi guarda in tralice da anni.
Aspira-polvere. Ah, adorato assemblaggio di ventole e filtri e tubi e ruote e cavo avvolgibile e presa tedesca! 
Questa casa, palafitta meravigliosa con le zampe affondate nella laguna veneziana, trasuda sale e colleziona micro-particelle volatili più sottili del pm10, ma più numerose dell’intera popolazione mondiale. Senza aspira-polvere mi sentivo persa, sommersa da mute canine, pollini, pelucchi. 
Che poi, l’aspira-polvere è un lui o una lei? Inizia per “a” quindi l’articolo indeterminativo non aiuta, ché l’apostrofo se non c’è, non c’è; ma se c’è, s’infratta! «Per cortesia, mi saprebbe indicare un(’)aspira-polvere davvero potente?». È un elettro-domestico! Sarà maschio! D’accordo, ma se ci limitassimo al fatto che è una macchina, non scatterebbe l’attraversamento del valico di genere? 
Non se ne esce. In ogni caso, io l’ho sempre considerata femmina, forse perché raramente l’ho vista usare da un essere umano appartenente al sesso forte. La mia, di sicuro, ha l’apostrofo rosa.
Quando è accesa, fa il suo dovere a meraviglia: spazza, risucchia, fagocita, digerisce. Non è neppure schizzinosa! Briciole di mattoni, capelli, persino ragni o altri cosi non meglio identificati, dotati di troppe zampe per somigliare a noiosi bipedi o a scodinzolanti quadrupedi. Finito il lavoro, torna qui nel sottoscala, a fingersi morta.
La guardo. Qualcosa non torna. Osservo più intensamente, remando contro le cispe. Non è poi così lucida. Per carità, il colore vivace, là sotto, c’è ancora, ma appare velato, offeso. Sull’aspira-polvere si è formato uno spesso, soffice, grigissimo strato di sozzura. Di limpido è rimasto solo il manico o, per lo meno, la porzione di plastica definita dall’impronta delle mie dita.
Si possono fare ragionamenti pseudo-filosofici, al cesso e, per di più, di buona mattina? Il medium grazie al quale superfici orizzontali e verticali di questo posto sono linde è lurido. Fa fatica, s’ingolfa il mono-polmone, scalda le stanze - più di una stufa a gas - per liberare tutto da immondi depositi, e lei? Sporca da fare orrore. È così che va. Le aspirazioni costano, che vi credete?! Una logica da ossimoro, un destino infame; ma l’aspira-polvere è come uno Zero Negativo: dona a tutti, ma può ricevere solo da un suo simile. 
Due strappi di carta igienica. Sciacquone. Tavoletta giù. Spazzolino. Gargarismi. Sputo. Prelevo dal copri-capo del termo-sifone la spugna verde, quella morbida a nido d’ape. Apro il rubinetto. Lavo, strizzo e accarezzo. Lavo strizzo, accarezzo. Lavo, strizzo, accarezzo.
Torna come nuova.
Io sono uno Zero Positivo. Non mi sarei mai messa carponi a sniffarle la schiena. E non ho neppure la proboscide, lo dico per amor di precisione.
Ma è l’alba. L’inizio anomalo di un giorno nuovo. Il primo giorno in cui, all’improvviso, ho scoperto di essere una monda-aspira-polvere.

giovedì 24 maggio 2012

Essere. O non essere.




Ero al liceo e, nella mia stanza, ogni superficie verticale era ancora soffocata da un’orrenda carta da parati rosa antico. Ci ho dipinto sopra, ci ho sbattuto contro una quantità improbabile di poster di calciatori e musicisti, ci ho scritto. Oh, grana e grammatura erano perfette, per la collezione di Tratto Pen che avevo nel cassetto! Moniti di poeti, testi di canzoni, appunti per non scordare un pensiero in volo radente. 
Mi perseguitava una parola. Scrissi anche quella, inclusa tutta la sbobba che recitava il dizionario, perché non riuscivo a impararne il significato. 

Ontologia: dal greco òn, il cui genitivo è òntos, participio presente di êinai (essere); insieme a logia, che sta per lògos (discorso, dottrina). Scienza dell’essere, dottrina sull’essere in quanto tale, nonché relativa alle sue categorie fondamentali.

Bene. E che diamine è un ente? Sì, bravi, l’INPS... non parlo di quel genere di ente, ma di "ciò che è qualcosa di esistente o di possibile (in opposizione a ciò che non è)". L’insieme degli enti costituisce l’essenza (scoperta, l’acqua calda?) che, secondo Aristotele, significa "ciò per cui una certa cosa è quello che è, e non un'altra cosa" e sta quindi a indicare quelle determinazioni di un ‘oggetto’, specificate nella sua definizione, che ne costituiscono e determinano la natura.
Tutto chiaro, fin qui?

Io sono
Io sono e, in quanto esistente, potrei ritrovare il mio nome in lunghissime liste di caratteristiche, ascrivibili a decine di categorie diverse.
Ontologicamente parlando, perciò, quando mi definite “cassiera” non siete in errore. Ma è terribilmente divertente vedere le facce che fate quando mi ritrovate al reparto, a sistemare guanciali di fibra d’aloe o aromatizzati alla lavanda. Ed è addirittura esilarante immaginare quali espressioni vi calerebbero sulla fronte, come sipari mortiferi, se sapeste come mi riesce bene la torta al cioccolato, quanti libri lisi e pieni d’orecchie giacciano sulle mie mensole, come mi doni un seghetto alternativo tra le mani, quanti nomi io sappia trovare per definire i sogni belli che aleggeranno, durante la notte, sulla testa di mio figlio.

Ah, dimenticavo! Evitate di filosofeggiare troppo, in uno qualsiasi dei nostri bar. Qui, se l’oste è onto, non c'è Aristotele che tenga: vuol dire che non si lava. Ergo, cambiate bettola, finché siete in tempo.