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martedì 15 dicembre 2015

La Piccola




Un'altra assemblea dei lavoratori. E oggi mi è toccato il battesimo. Il segretario non c'era, ché siamo a ridosso dello sciopero e le trattative, altrove, si sono moltiplicate e coperte di spine.

I colleghi presenti sono pochi. Ma buoni, e non solo per onorar il detto. 
Non sono intimidita. Ho studiato, conosco gli argomenti e i ragazzi sono preparati; e la controparte, con i soliti, ridicoli, miserevoli giochi, mi ha persino offerto un assist, sfornando un documento mendace e omertoso, così facile da contestare che, quasi quasi, ci si perde il gusto.
Infilo i punti del discorso come perle di fiume. I lavoratori comprendono, si confrontano, partecipano. Qualcuno sbocconcella un mandarino, perché stanno sacrificando la pausa pranzo.
All'improvviso, si apre la porta. Compare un visino bianco e nitido, due grandi occhi chiari, un piercing sotto il labbro. 
È La Piccola. 
È una degli addetti del reparto più grosso. Ha un contratto a tempo determinato, che scadrà tra qualche mese. Ha vent'anni. E siccome ha vent'anni, potrebbe essere mia figlia. 
Chiede se può partecipare all'assemblea. È venuta apposta, ché non era neppure in turno, oggi.
Visto che, dall'ufficio accanto, c'è chi sbircia, per verificare quali formiche facinorose compongano il viavai carbonaro, quello della Piccola è già un gesto coraggioso. No, non coraggioso e basta. Eroico.
Ascolta con attenzione, pone domande, mentre i begli occhi le si allargano come fiori al sole.
Vorrebbe scioperare. Non può farlo. La lascerebbero a casa. Io lo so. Lei lo sa. 
Mi dice "perdonami, io ho paura" e io le rispondo che ci sono pandori di un metro e ottanta, lì dentro, tutelatissimi e con il culo al caldo, che non hanno un quarto della dignità che lei coltiva su un mignolo.
Accidenti! Si scusa, La Piccola, perché subisce un sopruso. E non sa, forse perché non riesco ad abbracciarla come l'avessi partorita sul serio, che la sua sola presenza, in quella stanza, ha restituito a una vecchia ciabatta comunista una cosa preziosa come l'aria: la speranza. 
Non è tutto perduto. Non esistono generazioni allo sbando. Esistono le persone.



L'ho salutata, fuori, al sole, fumando una cicca insieme. E ho spinto il fiato a fatica, giù in gola, perché lei splendeva. Fino a commuovermi.

Grazie, Piccola. Perché hai la tua testa, vent'anni e un piercing sul visino bianco. Perché c'eri.
Perché ci sei. 
Prenderò una barca alle quattro del mattino, il diciannove dicembre. Milano è a Milano e ci si deve arrivare in pullman, per comporre il corteo.
Sfanculerò la sveglia, farò la linguaccia alle palpebre bolse, dinanzi allo specchio. Ma quando il faro del battello fenderà il buio, nella mia direzione, saprò che ho un motivo in più per resistere.
Per continuare a Essere.
Grazie, Piccola. Lotta, finché sei in tempo.

martedì 21 aprile 2015

Stand straight





Ascolto Jigsaw, in auto, a volume alto, ché diversamente non si deve fare. Davanti, il cancello azzurro e sbiadito del magazzino. Ancora chiuso. L'azienda ha investito un po' di denaro, in mia assenza. Ci sono nuovi striscioni, cartelli bianchi e rossi con il logo e gli orari per il ritiro delle merci.

Non so perché sono qui. Per lavorare, certo. Colli, scatole, involti da stipare, ordinare, aprire, chiudere, spostare. Continuamente. Ottusamente.
Ho sprecato quasi quarant'anni della mia esistenza. Potevo cantare. Potevo scrivere. Potevo fare l'artista. E invece niente. Forse perché è fondamentale accorgersi per tempo della somma differenza che intercorre tra essere o fare qualcosa. 
Questo disco dei Marillion catalizza l'ansia. Non sempre. In alcuni precisi momenti: quando gli arti somigliano a rami agitati dal vento, prima del temporale. Gli acuti e i bassi, le rullate furiose e le armonie struggenti - come solo qualche visionario sognatore può attribuire a un kimono di seta - vibrano. Stordiscono. Trascinano in un gorgo. 
Vorrei avere una mazza tra le mani. Di quelle pesanti da sollevare. Vorrei demolire gli spigoli di ogni tempio eretto per orrore del vuoto. Un vuoto contemporaneo, fatto di necessità non necessarie.
Non ho il nodo alla gola. È più un bolo aspro; un riccio puntuto che scortica le mucose mentre gode nel farsi inghiottire e inghiottire, inutilmente. 
Ieri ero ancora a Lecce. La sabbia gialla e compatta della pietra, delle volute, dei festoni. Brillava contro le merlature blu del cielo. Un cielo terso e profondo spezzato, di quando in quando, dal volo spericolato e perfetto delle rondini. Il centro storico, piazza Sant'Oronzo e il Teatro greco, il caffè in ghiaccio con il latte di mandorla al posto dello zucchero, il gelato al pistacchio, così pieno di scaglie che toccava masticarlo.
Poi nove ore di treno e di pioggia battente, e le lande ampie e desolate della pianura padana sono tornate ad allargarsi indicibilmente.
Probabilmente io non sono qui. Perché non ha senso essere questo. Né trovarsi in un luogo che, in ogni spaccatura di cemento, in ogni timbratrice, in ogni riflesso stanco del sole, sembra ridere del coraggio che non ho avuto, di tutte le strade vecchie onorate a sfavore di sentieri ritorti e possibili, della forza che mi è mancata quando, sotto la fune, non ho avuto la certezza della rete.
Ora ci sono dentro, alla rete. 
Un pesce mal cresciuto, catturato a strascico con altri orribilmente simili a me e, insieme, dolorosamente diversi. 



lunedì 13 ottobre 2014

Buh!



I centri commerciali non sono più pieni come uova. Neppure durante il fine settimana. Ma le risorse per retribuire il personale sono poche e i commessi, decimati dalla crisi, annaspano comunque. Quindi, se malauguratamente si è una quota di quella scarsità, lavorare il sabato resta una maledizione. Gli avventori entrano, passeggiano, si lamentano per i chilometri che sono costretti a macinare tra ingresso e uscita e, nella maggior parte dei casi, non comprano una beata fava. Si limitano a chiedere - grandissimi figli di Lapalisse - se quel coso con su scritto "copri-piumino" contenga, per caso, un copri-piumino; o se il bollone giallo sulla padella antiaderente con stampigliato "-10%" implichi uno sconto sul prodotto del dieci per cento. Non sono più clienti, ma frullatori di ammennicoli bipedi, affetti da labirintite e con capacità cognitive degne di organismi mono-cellulari in via di estinzione.

Sabato, io, ero lì. A lavorare, sia chiaro.
Confermato a un marcantonio africano che sì, glielo avrei portato in cassa, il tappeto, stavo giusto issando quei due metri e quaranta di cannone peloso sulla spalla quando ho rischiato l'infarto. Davo le spalle alla corsia principale e, dietro di me, è riecheggiato un barbarico "Buh!". Per un istante, riposta l'arma impropria, ho pensato "Non-può-essere"; eppure lo conoscevo, quel verso. Era la sua voce. La più adorabile. 
Mi sono voltata e, davanti agli occhi, avevo il Topodimamma in carne e ossa. 

Viviamo a una distanza di circa quattro anni luce, dal centro commerciale. In tre anni, non era mai venuto a trovarmi al lavoro. Papàditopo e Nonnaditopo erano a pochi passi di distanza, divertiti, quasi che le loro bocche fossero balconi ridenti, cui affacciare un'anima curiosa di godersi la scena. 
Ho alzato lo sguardo. Marcantonio Africano mi guardava, come a dire "'mbe'?! Non è che adesso mi tocca portarmelo da solo, il tappeto, vero?". Ché mica è colpa sua, se si è scordato di prendere un carrello! Ho raccattato il cannone - spiegando al Topo che sarei tornata in un batti-baleno - trattenendo a stento la tentazione di sperimentare una nuova specialità olimpica: il lancio della comunità acara, imbalsamata nel modello Greta a pelo lungo. Ché il giavellotto, al confronto, è roba per signorine.

Poi, finalmente, ho portato Topo a spasso, in braccio, correndo da tutte le parti, uffici inclusi. Le leggende del Topo Narratore sono ben note, a colleghe e colleghi. E mi è presa la smania di mostrare a tutti che esisteva sul serio quell'essere mitico, mezzo Voltaire e mezzo Piccolo Principe.
Finiti i minuti a disposizione, rubati in modo assai poco ortodosso al turno, ho salutato il papà, la nonna e Topo, sbaciucchiandolo fino a consumarlo. Le ore successive mi sono volate. Ho lavorato serena. Anche se era sabato. Anche se i copri-piumino giacevano nelle debite confezioni e le padelle costavano il dieci per cento in meno.
I due belli, messa la nonna sul bus, mi hanno aspettato, gironzolando nell'area commerciale fino all'ora di chiusura. Siamo tornati a casa insieme e Topo non ha vomitato in macchina, né in autobus. Raggiunta Venezia, abbiamo pure mangiato fuori. Pioveva. Abbiamo comprato un ombrello da un giovane ambulante che cantava.
E io ero più felice che mai. Nonostante i piedi distrutti e le mille sporte cariche di qualsiasi cosa.

Felice come la cosa più felice che possiate immaginare. Per la giornata risollevata miracolosamente. Perché Papàditopo odia frequentare i centri commerciali, eppure ha resistito. Per me. Per farmi un regalo infinitamente grande. 
Perché il "Buh!" del Topo non era mai stato altrettanto spaventoso.
Né mai, prima, altrettanto sublime.

lunedì 9 giugno 2014

Il domenicale






Caro cliente della domenica,
sarò chiara e onesta sin dalle prime battute: io non ti capisco. Mi sono sforzata, parecchio e con impegno, eppure niente, non ne vengo a capo. Se io vendessi latte e tu avessi, a casa, un figlio denutrito e piangente, se spacciassi pillole magiche e tu soffrissi d’insonnia più di Napoleone, se io vendessi prodotti postali e tu dovessi spedire un’irrimandabile raccomandata, ecco, probabilmente comprenderti sarebbe più facile.
Per carità, non mi ributta prendere undici euro e quaranta l’ora, anziché i soliti sette (scialiamo!) per il lavoro festivo, né raggiungere il posto di lavoro veleggiando lungo strade pressoché deserte, ma spiegami: cosa ti porta, una domenica torrida di giugno, con un’umidità media del novanta per cento e un sole che spacca un’intera cava di pietre, a infilarti in un centro commerciale? Ah, l’aria condizionata, dici. 
Be’, da noi è rotta. Te ne sarai pure accorto mentre, dopo il secondo chilometro di zig-zag tra i divani, la tua fronte cominciava a squagliarsi, gocciolando mestamente sulla camicia grigia, già finemente damascata dal sale della tua povera pelle riarsa. Dunque? Non avresti saputo come domare la brama di possedere un porta-saponetta fucsia? Hai accidentalmente dato fuoco a tutti gli strofinacci della cucina? Ti è finito l’inchiostro della stampante laser allo scoccare della mezzanotte del sabato, ché manco Cenerentola colorista?
Un posto così resiste solo se fa incassi, lo so. E io continuerò ad avere un impiego solo se tu non smetterai di desiderare uno zerbino con i gufi, una tazza che ritrae un ferale cane incravattato o un copriletto tutto rose e lillà. 
E sia, come vuoi. Benvenuto e mille grazie.
Ma un dubbio amletico, chiedo venia, a me resta: perché acquisti la borsa frigo da spiaggia, la sedia pieghevole da spiaggia, il telo-mare da spiaggia, il kit caraffa&bicchieri di plastica da spiaggia e il fine settimana lo trascorri qui?
Ma, in fondo, io che ne so? Magari da noi c’è una specie di buco nero, un magnete settario, che attrae a sé esclusivamente torme di parrucchieri amanti dei gufi; acconciatori senza infamia e senza dimora che al lido ci vanno, eccome. 
Ma solo il lunedì.

lunedì 17 marzo 2014

Un euro




Era venerdì. Viaggiavo sul solito diretto delle otto e diciotto, con il naso tuffato tra le pagine di Saramago. 
Il ponte delle Guglie alle spalle, appena imboccato il tratto di canale che bagna Riva de Biasio, il brusio assonnato delle comari, in un istante, s’interrompe. Un uomo, quarant’anni e una fitta barba scura, si alza a stento dal sedile riservato ai disabili e alle donne gravide. È alto. Con il capo sfiora il tetto dell’imbarcazione. Sembra guardare un punto lontano, perso oltre le lastre luride dei finestrini. Prende fiato e si rivolge ai passeggeri: «Signori, scusate il disturbo,» dice, «mi dispiace importunarvi, ma ho bisogno del vostro aiuto. L’equipaggio mi ha spiegato che non potrei farlo, ché rischio una multa. Rispetterei questa regola, se potessi, ma sono costretto a infrangerla... ho perso il lavoro e percepisco una pensione d’invalidità di duecentocinquanta euro al mese. Non so come acquistare il cibo. Vi chiedo se potete darmi qualcosa, prima di scendere. Nessun obbligo, ma vi prego: se deciderete di regalarmi una moneta, cercate di non farvi vedere: l’ho promesso al capitano. Vi ringrazio. Scusate ancora.»
Il silenzio pare una nuvola bassa. Una di quelle che lasciano intatte chiome e radici degli alberi, per fagocitarne i tronchi. Dei passeggeri, si muovono i capelli, solleticati dalla brezza primaverile; e le dita. Alcune corrono a intrecciarsi, altre a scorticare pellicine intorno a lunette sbiancate; la maggior parte, a pescare portafogli dalla borsa, dallo zaino, dalla tasca dei jeans, schiacciata tra sedere e sedile.

Gli ho dato un euro. Mi ha ringraziato. Mi ha sorriso. Mi ha augurato una buona giornata. Sono scesa dal battello e non riuscivo a deglutire. Ho chiamato il consorte e gli ho raccontato tutto. E si è parlato di cause ed effetti e derive. E non riuscivo a deglutire. Sono salita sull’autobus. Un minuto prima di partire, si è riempito di studenti. Giovani musicisti che parlavano in inglese, incastrati tra custodie vezzose e brevi di violini, austere e ingombranti di contrabbassi, lievi e sottili di flauti e clarini. Mi sembrava di essere stata catapultata su un altro pianeta. O negli spazi bianchi tra le righe più annichilenti di Kafka. E, ancora, non riuscivo a deglutire.
Ho prenotato la fermata Sansovino. Sono sgusciata dalla massa di occhi grandi, spartiti e fermagli adolescenziali per guadagnare il marciapiede. Ho raggiunto l’auto. Messa in moto e innestata la marcia. Sono riuscita a inghiottire una compressa di saliva, ma solo dopo aver pianto un po’. La giusta quantità di lacrime, funzionale alla dissolvenza parziale del groppo.

Stavo andando a lavorare. Io ce l’ho ancora, un impiego. 
Vendo aria fritta a signore danarose e annoiate, che chiedono consiglio per abbinare il tappeto al divano, mentre sbuffano e picchiettano le unghie su superfici a caso. Sbuffano perché aspettano più di quanto ritengono sia appropriato, per l’imballaggio di un paio di abat-jour e, per ingannare l’attesa - cagionata dalla manifesta inettitudine della sottoscritta - mi raccontano quanto sia seccante riarredare un appartamento a Venezia, specie se non si riesce, entro i termini dettati dalla tabella di marcia, a disfarsi dell’inquilino che ne occupa i locali. Non annuisco. Nemmeno mi sforzo di fingere: non ho gomiti solidali da far schioccare contro i loro.
«Che cazzo ci faccio, qui?» mi chiedo, Mantra interiore e muto. «Ti ci dovresti arrotolare dentro, al tappeto, e poi buttarti nel primo fiume, stronza» sentenzio. Sempre nella mia testa, sempre in silenzio.

La nuvola bassa mi è rimasta attaccata al cappottino verde. Mi sfuggono le dinamiche dell’ineguaglianza e il peso di quello che è scomparso: il perimetro di ciò che, dai capelli alle mani, fa della gente ciò che la gente è. O è diventata.

Un euro. E non ho risolto niente. E ho avuto una pessima giornata. E non so dove trovare labbra e denti compiacenti da incollarmi alla faccia per il prossimo turno, per il prossimo viaggio, per il prossimo anno.
Non riuscirò mai più a deglutire.

martedì 5 novembre 2013

Appesi a un filo




L’azienda ci ha cambiato la divisa. Per il periodo invernale, non indosseremo più le vecchie camicie bianche -  refrattarie a qualsiasi ferro da stiro - provviste di colletti, polsini e ghirigori blu, ma nuove polo rosse a manica lunga, di qualche curioso tipo di cotone fabbricato, all’ombra di un dragone dagli occhi a mandorla, in Tantamalóra. È rimasto immutato il gilet di pile, straordinario catalizzatore di polvere, peluzzi ed elettricità. Invariati, a dirla tutta, sono anche il marchio (embe’!) e lo slogan, attualmente ricamato con del filo bianco. Filo che, già dopo il primo lavaggio a trenta gradi, pare brami virare al rosa confetto. Assemblaggi creativi, immagino.
Ma torniamo allo slogan. Esso è il grido di guerra, il motto piacione, la formuletta sintetica ideata per attirare l’attenzione, facile da riconoscere e memorizzare. Il nostro - che giace, intrecciato alla trama della polo, sul dorso di ogni maglia - è “Piacere di esserti utile”. Ce lo portiamo addosso sulla schiena, perché abbiamo una vocazione: essere presi alle spalle, di sorpresa, dal cliente smarrito. Smarrito e rompipalle - va chiarito - in questo contesto possono essere considerati sinonimi.
Neppure la presa vigliacca, però, riesce ad atterrirmi quanto la forma e il contenuto del messaggio. Dal punto di vista sintattico, questo slogan ricorda la leggerezza dei convenevoli, interiezioni polirematiche tipiche della lingua parlata. Mi spiego: cosa dite allo sconosciuto che vi sta presentando zia Tilde? Esatto, “Piacere di conoscerti”. La frase, in tal guisa, omette attore, azione e, già che ci siamo, un articolo: Io - ho - il (piacere di conoscerti). È un’aberrazione comunemente accettata e usata, nel lessico orale. Il filo bianco, però, mette la vittima dello shopping di fronte all’aberrazione dell’aberrazione, in un doppio salto mortale:
“Piacere di esserti utile (io ho il)” è un abominio sintattico, una deviazione forzata dalla strada maestra della lingua italiana. Non solo non appartiene ai convenevoli già noti (primo salto), ma viene cucito su una superficie piana e vivace quanto un faro anti-nebbia. Per iscritto, dunque (secondo salto). E scripta manent, avete presente?

Il nostro sindacalista, affrontando temi di tutt’altra entità, qualche giorno fa ci ha detto: «Il cliente non pensa che voi abbiate bisogno di bere, di mangiare, di andare al bagno. Non pensa che abbiate mal di testa, sonno, un’ernia al disco. Non pensa che abbiate una famiglia, una casa in cui tornare; i cavoli vostri, insomma. Per il cliente voi siete lì, ma non esistete. Lo sapete, no?»
Lo sappiamo. Non vogliamo crederci, ma lo sappiamo.
Ecco il motivo per cui odio quello slogan: perché, come recita il dizionario Treccani, “l’aberrare, il deviare da una norma o da un principio, da una legge morale o fisica, da un comportamento che si considera normale”, in un centro commerciale è il pane quotidiano. Nulla è normale. E qualsiasi legge morale, di certo, non vi trova dimora.
Quindi la indosserò, la polo cinese con il glauco motto, che magari si stira pure meglio della camicia. 
Ma sappiatelo:  ogni volta che, lungo la mia spina dorsale curva, leggerete quanto sia un piacere esservi utile io, a volume azzerato, aggiungerò, sistematicamente “Piacere un cazzo.”

mercoledì 1 maggio 2013

Primo Maggio




È il primo maggio, festa dei lavoratori.
Un cameraman del tiggì regionale punta l’obiettivo contro lo specchio della porta a vetro; quella si apre, ché la fotocellula, da brava, obbedisce. L’operatore entra. Chiede al direttore di poter girare qualche immagine all’interno del centro commerciale. Qualche telefonata, una breve riflessione, e la telecamera può ficcare il naso tra gli scaffali.
È il primo maggio, festa dei lavoratori.
Da oggi indossiamo la divisa estiva; jeans e polo rossa, con il solito monito ricamato in blu, che invita il cliente a farsi servire e riverire come e per quanto tempo crede. L’occhio meccanico si posa furtivo su qualche volto, sulle mani operose dei colleghi stanchi, sulle mille carte che svolazzano inesorabilmente sui tappeti mobili delle casse.
È il primo maggio, festa dei lavoratori.
1) Un telo da spiaggia con l’effigie della bandiera americana. 
2) Uno scolapiatti, una presina, un guanto da forno.
3) Tre maxi-cuscini da divano color arancione.
4) Un telefono cellulare da quaranta euro.
5) Un telefono cellulare da sessanta euro.
6) Un materasso auto-gonfiabile.
7) Un completo da letto, un ferro da stiro.
8) Un set di copri-sedia, una presina di silicone.
9) Un dispenser per il sapone liquido e due bicchieri porta-spazzolini.
10) Due scatole porta-cianfrusaglie di plastica.
11) Una tovaglia, un grembiule da cucina, un diffusore di fragranze.
12) Un accappatoio, un set di asciugamani lilla.

È il primo maggio, festa dei lavoratori; e alla sporca dozzina, si aggiungono i vincitori assoluti: gli acquirenti di, rispettivamente, un set di sei grucce di plastica rossa e una cornice di finto-legno di quindici centimetri per diciotto. 
Non potevano vivere senza quegli oggetti. Neppure per un giorno. Ché le scuole sono chiuse e loro, al lavoro, mica ci sono andati! “Dove li trasciniamo, maledizione, ‘sti figli?! Al parco, con questo tempo incerto? Alla sagra della zucchina, che poi magari ce li rapiscono e ce li farciscono con il gorgonzola?”. Come dar loro torto, in effetti...

È il primo maggio, festa dei lavoratori.
Noi non siamo numeri. Tali, siete stati voi. Voi clienti, infastiditi perché gli altri centri commerciali della zona erano chiusi - ‘sti stronzi! - il giorno della festa dei lavoratori.
E ho sorriso, e ho detto buongiorno e ho invitato a fare una copia dello scontrino, per cristallizzare garanzie volatili.
Appuntata sulla polo, però, avevo una spilla, che recitava “Chiedimi se sono felce”. Avete letto bene: FELCE, non felice. L’opera ingegnosa e buffa di Elisa Sartori, una giovane artista cresciuta nel bosco curioso dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, proprio come me.
Ed è stato uno spasso rispondere “NO” ai clienti che ci sono cascati. Uscivano certi che io fossi triste, non che affermassi la mia appartenenza al genere umano.
È il primo maggio, festa dei lavoratori. E delle non-felci in incognito.

Lo ha detto anche il tiggì, che oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori; anche se noi non ce ne siamo quasi accorti.

giovedì 17 gennaio 2013

Chewingum blues



L’occupazione, quest’anno più che mai, pare un chewingum: una robaccia sintetica da non ingerire, ma che si allunga, si lascia plasmare ed è perfetta per ruminare, restaurare l’alito e riempire la bocca di qualcosa. Impastato dalle solite lingue raspose, tutto quell’ipotetico lavoro - ossimoro per sofisti? - pare traboccare oltre i denti sbiancati di glauchi colletti. E sono zanne aguzze, le loro, affilate come asce da quercia. Autobus rivestiti, cartelloni seipertré, manifesti da marciapiede, volantini distribuiti - ne dubitavate? - da volontari (pronti all’agguato dietro ogni angolo di strada), da giorni mostrano incisivi e canini a profusione; accanto a simboli più o meno convincenti, corredati da slogan ruffiani, facili, italianissimi.
Poi c’è l’impiego, quello vero. Che manca al trentasette per cento dei giovani. Che, quando c’è, si fa flessibile, elastico, poco o per nulla retribuito, a tempo, doppio, triplo, carpiato; persino mortale, giusto per non farsi mancare niente. Un lavoro da proteggere e conservare anche quando scapperebbe di cantare un blues, facendo tintinnare la catena alla caviglia; da tutelare dai monsoni della crisi, da salvare a qualsiasi costo, magari sventolando antiche, solidali bandiere, per sentirsi rispondere “Be’, dammelo più avanti, il modulo. Magari mi c’iscriverò al sindacato, prima o poi, se ne avrò bisogno”. 
Il morbo si è insediato. Ha attraversato la pelle dei sudditi, rendendo l’espressione dei loro volti del tutto simile a quella del faraone. E non c’è richiamo alla coscienza che tenga: è impossibile seminare bulbi di gladioli nel deserto.
Le braccia lungo i fianchi, torno sui miei passi, ad auspicare una reale discesa in campo della vetta piramidale; un bel venti-acri coltivato a patate, possibilmente. 
Intanto me ne resto qui, davanti a un seipertré che mi spiega come dilatare meglio i pori, a rileggere 1984, di quella buon’anima di Orwell, sperando di tenere vivi gli anticorpi.

mercoledì 5 dicembre 2012

Dear Babbo, We have Quellarobalì




Caro Babbo Natale, 
quest’anno la letterina te la scrivo per punti, così magari è più semplice da leggere e trasformare in magia. 
Lavoro al centro commerciale. E no, non cominciamo: non sono una cassiera. La faccio. Produco scontrini insieme alle altre donzelle con la camicia bianca e il muso lungo. Ebbene, We have a dream, dear Babbo, che cercherò di descrivere qui di seguito.
Visto che l’anno scorso non c’è stato verso, questo Natale, se puoi, donaci un cliente che:

1. 
non raggiunga la cassa con l’orecchio fuso al cellulare, impegnato in una conversazione talmente fitta da non riuscire a spiccicare neppure uno striminzito “buongiorno”, mentre noi gli si fa il conto, gli si riempiono le sporte di ammennicoli dorati e lo si manda - sommessamente e sorridendo - al diavolo.

2. 
non chieda, per tutte le stelle del firmamento!, di provare le lucine per l’albero; perché il banco-prova è accanto alla porta d’uscita e una stramaledetta presa di corrente, alla cassa, non c’è. O non si può usare, ché la Grande Distribuzione ci guarda.

3. 
non abbandoni sul tapis-roulant, stizzito, una quintalata di asciugamani rossi da bidet, tutti renne ricamate a punto croce, unicamente perché ci siamo permesse di spiegargli che le sporte le abbiamo solo di carta e costano, rispettivamente, quindici centesimi la piccola, venti la grande.

4. 
non pretenda di entrare dall’uscita perché “ma mi serve solo un set di bicchieri, quello che è lì”, o “ma io sono anziano!”, o “mica devo comprare un elettrodomestico”, o “Ma neanche a Natale, che si è tutti più buoni?”, o “E devo fare tutto il giro?!”. Perché sì, devono farsi tutto il giro. È il primo comandamento di ogni centro commerciale. Anche a Natale. E loro lo sanno. Quindi se lo facessero, il giro. Se non qui, in Lapponia. 

5. 
non faccia il solidale mentre, la domenica del ventitré dicembre, intasa la coda delle cinque con un separa-uova nel carrello - strenna al fotofinish per la zia Norma - dichiarando che “è una vergogna che vi facciano lavorare anche domani”. Tanto glielo si legge in faccia: fosse per lui, trascorrerebbe il pranzo di Natale abbarbicato allo scaffale dei cucchiai, aspettando che qualcuno gli chieda “In cosa posso esserle utile, signore?”, già pronto a gracchiare un sonoro “A-haaammm!”

6. 
non ci chieda consiglio sul colore del mobiletto per il bagno, né sulla panca porta-oggetti con l’effigie degli elfi. Abbia il coraggio delle proprie azioni e se la veda da solo, con la moglie-mastino che lo attende a casa, al varco. Ché noi, il dito, lo mettiamo solo sul touch-screen.

7. 
non chieda se possiamo fargli un pacchetto: non lo facciamo. Ci manca solo quello! E niente perché e percome: dopo nove ore di bip-bip, potremmo anche evitare ogni censura e chiarire, una volta per tutte, che è il sette dicembre e, fino al ventiquattro, ha tutto il tempo di trovare una stronza cartoleria aperta.

8. 
non abbia infiniti natali da raccontare e la lingua sciolta. Ci piace sguazzare nell’ignoranza, specie quando dietro di lui ci sono altre ottantadue persone in fila, capaci di una potenza sbuffatoria pari a quella di tutti i treni a vapore di Ivano Fossati.

9. 
non pretenda, soprattutto un minuto dopo l’apertura, di pagare un addobbo pralinato da novantanove centesimi con una banconota da cinquecento euro. Non siamo gnomi dell’arcobaleno. Non abbiamo trascorso la notte a trasportare carriole di monetume, dalla banca ai nostri cassetti, per soddisfare pazzoidi con un deposito vuoto e un costume da Paperon De’ Paperoni nell’armadio.

10. 
non ci faccia gli auguri di buone feste. Non ci venga proprio, qui, dal quindici del mese all’otto gennaio. Se non può farne a meno, ci pensi intensamente la notte dell’Avvento, mentre trangugia un frizzantino e affonda le fauci nel panettone. E si senta un autentico genio, d’una furbizia da sfoggiare al cenone, per aver snobbato il centro commerciale. Mica è un’abilità comune, in effetti, evitare di rompere le palle a chi lavora. Figuriamoci quelle di Natale.



Tanto lo so: come minimo Babbo non parla inglese, quindi non ha idea di cosa significhi che We have a dream.


giovedì 27 settembre 2012

Il lavoro del cavolo




Il periodo non aiuta. Un tempo esiziale, ragnatela infida appesa tra le foglie brunastre insultate dal vento. E, insieme, contingenza funesta nelle piazze, disertate dai consumatori, consumate dalle suole lise dei precari, dei cassaintegrati, dei disoccupati. Starsene appollaiati sul ciglio di questo abisso è un privilegio. E va da sé: qualsiasi lamento, sputato o sommesso, pare una bestemmia. Io ce l’ho, un lavoro. Un impiego che - addirittura! - non somiglia nemmeno più a un latticino a lunga conservazione: non scade. Giubilo e gioia a profusione, dunque! Eh, più-meno-che-più.
Il guaio è che dovrei avere la mano ferma. Maneggiare la bomba con cura, salvaguardare gli astanti invitandoli ad allontanarsi lentamente, far brillare l’ordigno senza spargimenti di sangue. O di parole riottose. O d’indignazione viscerale.
Con quale coraggio potrei dire a un mancato-pensionato del ‘52 che la permanenza può somigliare a un cappio? O a un neo-laureato con, in tasca, un biglietto per Berlino, che le garanzie, le certezze, la routine, rischiano di trasformarsi in coazione a ripetere?
Non ce l’ho abbastanza di bronzo, la faccia. Nonostante io abbia un odore diverso, una differente fame di luce, una forma tutt’altro che ovoidale: una spirale infinita, frattale, aurea.
Nonostante io sia un cavolfiore, ecco. 
Malamente piantato in un campo di patate.
Stinto. Accerchiato. 
In preda a una nausea furibonda.

domenica 26 agosto 2012

Cambio. Di stagione. Forse.




Il sole, qui fuori, non può dirsi pallido. È proprio sbiadito, sciacquato nel latte o reduce, chi lo sa?, da un tuffo nel grigio-lavato che resta dentro la ciotola per gli acquerelli. Il vento, aspro e bizzoso, spira da Nordest, ma non è ancora bora. Preme gli scuri contro i cardini cigolanti, fa gracchiare l’esile stendino sull’erba, s’infila tra le foglie di ogni albero frondoso in un sibilo gonfio, per annunciare l’arrivo del nembo. A Sud, il cielo azzurro si svena in smagliature mobili, glauche, stracciate.
Stamattina è piovuto. Un temporale, niente di che. Ma quando arriva a fine agosto, i giochi sono fatti. Tocca ricacciare le infradito, mestamente, in una scatola e sfilare dall’armadio una giacca per la sera.

Domani cambierà qualcosa. 
Nel magazzino di un centro commerciale, la merce viene allocata. Non collocata, cioè situata; né allogata, pur restando il luogo, la radice. Ogni oggetto trova un posto per sé, stipato insieme a molti altri.
Mi sento un collo. E non quella porzione di corpo che sta tra scapole e capo, ma uno scatolone, con la sua brava etichetta, in equilibrio sulle unghie metalliche di un muletto. Resto in attesa che chi di dovere scelga il cantuccio più adatto; alle mie misure, al mio peso, alle fragilità che custodisco, ai miei spigoli.
Sono una strenna color avana dalla destinazione incerta. Con il fiato sospeso.
E li odio - oh, eccome, se li odio! - gli istanti prima della tempesta.

martedì 22 maggio 2012

Che pizza!




Una cadenza ritmica necessaria, ecco cos’è. Se all’improvviso sparisse, per una semplice distrazione o magari per magia - come il solito calzino nella lavatrice - non potremmo più maledire il lunedì o ingolfarci di cioccolato a Pasqua. Non esisterebbero i cori, in chiesa, allo stadio, nei cortei autorizzati e in quelli abusivi, ché ognuno andrebbe per conto proprio. Nessuna sveglia ci concederebbe altri cinque minuti a letto, prima del caffè e del dentifricio quotidiani. I giornali non si chiamerebbero così, orfani della nozione di giorno. E la notte, per quanto ne sapremmo, potrebbe diventare infinitamente dilatata e nera. I verbi, dieta o non dieta, perderebbero la loro forma ideale; una catastrofe che neppure Moccia sotto LSD saprebbe imitare (lasciando lucchettari compulsivi a chiedersi se, quei tre metri sopra il cielo, sono, saranno, o siano stati davvero tre).
La povera Goggi vagherebbe, raminga, biascicando “Maledetta... maledetta... uff! Quella roba lì!”, giacché la primavera verrebbe tritata in un amalgama indistinto di secchielli e palette, foglie secche e fiocchi di neve. Chi ama la pizza quattro stagioni, tanto per dirne una, dovrebbe arrendersi al disordine stocastico di una capricciosa qualsiasi.
E povero Bergson! Non voglio neppure pensare alla rumba da tomba alla quale sarebbe costretto, se sapesse di una tale sparizione! Quella della pizza? Ma no, che avete capito?! 
È il tempo, il protagonista.
Io ne sono ingorda. Non mi basta mai. Però ne conosco tanti, di spreconi scellerati! Ci sono quelli che si comprano aggeggi improbabili o cruciverba con tripli salti carpiati per “farlo passare” (ma che è, la varicella?!) e, addirittura, degli autentici killer. Quelli che, per esempio, alle nove del mattino di un sabato assolato non hanno di meglio da fare che venire a fare un giretto al centro commerciale. Sono svogliati, incontentabili, frustrati, maleducati. Ammorbano gli addetti vendita, l’ufficio reclami, direttore, vicedirettore, guardia disarmata e noi cassiere con un unico, preciso scopo: ammazzare il tempo. Potrebbero dormire, andare al mare, mangiare un chilo di fragole, ascoltare Bach, giocare a nascondino, dare l’acqua alle piante, festeggiare un compleanno. E invece no. Tutti lì, gli assassini, a polverizzare gli ammennicoli. 
«Bella ingrata!», penserete, «tiri la paga grazie a loro!». Vero. L’odio per il tempo di quei bipedi incoscienti mi dà lo stipendio. Ecco perché detesto i loro volti.
Quasi quanto il mio.