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mercoledì 1 maggio 2013

Primo Maggio




È il primo maggio, festa dei lavoratori.
Un cameraman del tiggì regionale punta l’obiettivo contro lo specchio della porta a vetro; quella si apre, ché la fotocellula, da brava, obbedisce. L’operatore entra. Chiede al direttore di poter girare qualche immagine all’interno del centro commerciale. Qualche telefonata, una breve riflessione, e la telecamera può ficcare il naso tra gli scaffali.
È il primo maggio, festa dei lavoratori.
Da oggi indossiamo la divisa estiva; jeans e polo rossa, con il solito monito ricamato in blu, che invita il cliente a farsi servire e riverire come e per quanto tempo crede. L’occhio meccanico si posa furtivo su qualche volto, sulle mani operose dei colleghi stanchi, sulle mille carte che svolazzano inesorabilmente sui tappeti mobili delle casse.
È il primo maggio, festa dei lavoratori.
1) Un telo da spiaggia con l’effigie della bandiera americana. 
2) Uno scolapiatti, una presina, un guanto da forno.
3) Tre maxi-cuscini da divano color arancione.
4) Un telefono cellulare da quaranta euro.
5) Un telefono cellulare da sessanta euro.
6) Un materasso auto-gonfiabile.
7) Un completo da letto, un ferro da stiro.
8) Un set di copri-sedia, una presina di silicone.
9) Un dispenser per il sapone liquido e due bicchieri porta-spazzolini.
10) Due scatole porta-cianfrusaglie di plastica.
11) Una tovaglia, un grembiule da cucina, un diffusore di fragranze.
12) Un accappatoio, un set di asciugamani lilla.

È il primo maggio, festa dei lavoratori; e alla sporca dozzina, si aggiungono i vincitori assoluti: gli acquirenti di, rispettivamente, un set di sei grucce di plastica rossa e una cornice di finto-legno di quindici centimetri per diciotto. 
Non potevano vivere senza quegli oggetti. Neppure per un giorno. Ché le scuole sono chiuse e loro, al lavoro, mica ci sono andati! “Dove li trasciniamo, maledizione, ‘sti figli?! Al parco, con questo tempo incerto? Alla sagra della zucchina, che poi magari ce li rapiscono e ce li farciscono con il gorgonzola?”. Come dar loro torto, in effetti...

È il primo maggio, festa dei lavoratori.
Noi non siamo numeri. Tali, siete stati voi. Voi clienti, infastiditi perché gli altri centri commerciali della zona erano chiusi - ‘sti stronzi! - il giorno della festa dei lavoratori.
E ho sorriso, e ho detto buongiorno e ho invitato a fare una copia dello scontrino, per cristallizzare garanzie volatili.
Appuntata sulla polo, però, avevo una spilla, che recitava “Chiedimi se sono felce”. Avete letto bene: FELCE, non felice. L’opera ingegnosa e buffa di Elisa Sartori, una giovane artista cresciuta nel bosco curioso dell’Accademia di Belle Arti di Venezia, proprio come me.
Ed è stato uno spasso rispondere “NO” ai clienti che ci sono cascati. Uscivano certi che io fossi triste, non che affermassi la mia appartenenza al genere umano.
È il primo maggio, festa dei lavoratori. E delle non-felci in incognito.

Lo ha detto anche il tiggì, che oggi è il primo maggio, festa dei lavoratori; anche se noi non ce ne siamo quasi accorti.

mercoledì 5 dicembre 2012

Dear Babbo, We have Quellarobalì




Caro Babbo Natale, 
quest’anno la letterina te la scrivo per punti, così magari è più semplice da leggere e trasformare in magia. 
Lavoro al centro commerciale. E no, non cominciamo: non sono una cassiera. La faccio. Produco scontrini insieme alle altre donzelle con la camicia bianca e il muso lungo. Ebbene, We have a dream, dear Babbo, che cercherò di descrivere qui di seguito.
Visto che l’anno scorso non c’è stato verso, questo Natale, se puoi, donaci un cliente che:

1. 
non raggiunga la cassa con l’orecchio fuso al cellulare, impegnato in una conversazione talmente fitta da non riuscire a spiccicare neppure uno striminzito “buongiorno”, mentre noi gli si fa il conto, gli si riempiono le sporte di ammennicoli dorati e lo si manda - sommessamente e sorridendo - al diavolo.

2. 
non chieda, per tutte le stelle del firmamento!, di provare le lucine per l’albero; perché il banco-prova è accanto alla porta d’uscita e una stramaledetta presa di corrente, alla cassa, non c’è. O non si può usare, ché la Grande Distribuzione ci guarda.

3. 
non abbandoni sul tapis-roulant, stizzito, una quintalata di asciugamani rossi da bidet, tutti renne ricamate a punto croce, unicamente perché ci siamo permesse di spiegargli che le sporte le abbiamo solo di carta e costano, rispettivamente, quindici centesimi la piccola, venti la grande.

4. 
non pretenda di entrare dall’uscita perché “ma mi serve solo un set di bicchieri, quello che è lì”, o “ma io sono anziano!”, o “mica devo comprare un elettrodomestico”, o “Ma neanche a Natale, che si è tutti più buoni?”, o “E devo fare tutto il giro?!”. Perché sì, devono farsi tutto il giro. È il primo comandamento di ogni centro commerciale. Anche a Natale. E loro lo sanno. Quindi se lo facessero, il giro. Se non qui, in Lapponia. 

5. 
non faccia il solidale mentre, la domenica del ventitré dicembre, intasa la coda delle cinque con un separa-uova nel carrello - strenna al fotofinish per la zia Norma - dichiarando che “è una vergogna che vi facciano lavorare anche domani”. Tanto glielo si legge in faccia: fosse per lui, trascorrerebbe il pranzo di Natale abbarbicato allo scaffale dei cucchiai, aspettando che qualcuno gli chieda “In cosa posso esserle utile, signore?”, già pronto a gracchiare un sonoro “A-haaammm!”

6. 
non ci chieda consiglio sul colore del mobiletto per il bagno, né sulla panca porta-oggetti con l’effigie degli elfi. Abbia il coraggio delle proprie azioni e se la veda da solo, con la moglie-mastino che lo attende a casa, al varco. Ché noi, il dito, lo mettiamo solo sul touch-screen.

7. 
non chieda se possiamo fargli un pacchetto: non lo facciamo. Ci manca solo quello! E niente perché e percome: dopo nove ore di bip-bip, potremmo anche evitare ogni censura e chiarire, una volta per tutte, che è il sette dicembre e, fino al ventiquattro, ha tutto il tempo di trovare una stronza cartoleria aperta.

8. 
non abbia infiniti natali da raccontare e la lingua sciolta. Ci piace sguazzare nell’ignoranza, specie quando dietro di lui ci sono altre ottantadue persone in fila, capaci di una potenza sbuffatoria pari a quella di tutti i treni a vapore di Ivano Fossati.

9. 
non pretenda, soprattutto un minuto dopo l’apertura, di pagare un addobbo pralinato da novantanove centesimi con una banconota da cinquecento euro. Non siamo gnomi dell’arcobaleno. Non abbiamo trascorso la notte a trasportare carriole di monetume, dalla banca ai nostri cassetti, per soddisfare pazzoidi con un deposito vuoto e un costume da Paperon De’ Paperoni nell’armadio.

10. 
non ci faccia gli auguri di buone feste. Non ci venga proprio, qui, dal quindici del mese all’otto gennaio. Se non può farne a meno, ci pensi intensamente la notte dell’Avvento, mentre trangugia un frizzantino e affonda le fauci nel panettone. E si senta un autentico genio, d’una furbizia da sfoggiare al cenone, per aver snobbato il centro commerciale. Mica è un’abilità comune, in effetti, evitare di rompere le palle a chi lavora. Figuriamoci quelle di Natale.



Tanto lo so: come minimo Babbo non parla inglese, quindi non ha idea di cosa significhi che We have a dream.


giovedì 27 settembre 2012

Il lavoro del cavolo




Il periodo non aiuta. Un tempo esiziale, ragnatela infida appesa tra le foglie brunastre insultate dal vento. E, insieme, contingenza funesta nelle piazze, disertate dai consumatori, consumate dalle suole lise dei precari, dei cassaintegrati, dei disoccupati. Starsene appollaiati sul ciglio di questo abisso è un privilegio. E va da sé: qualsiasi lamento, sputato o sommesso, pare una bestemmia. Io ce l’ho, un lavoro. Un impiego che - addirittura! - non somiglia nemmeno più a un latticino a lunga conservazione: non scade. Giubilo e gioia a profusione, dunque! Eh, più-meno-che-più.
Il guaio è che dovrei avere la mano ferma. Maneggiare la bomba con cura, salvaguardare gli astanti invitandoli ad allontanarsi lentamente, far brillare l’ordigno senza spargimenti di sangue. O di parole riottose. O d’indignazione viscerale.
Con quale coraggio potrei dire a un mancato-pensionato del ‘52 che la permanenza può somigliare a un cappio? O a un neo-laureato con, in tasca, un biglietto per Berlino, che le garanzie, le certezze, la routine, rischiano di trasformarsi in coazione a ripetere?
Non ce l’ho abbastanza di bronzo, la faccia. Nonostante io abbia un odore diverso, una differente fame di luce, una forma tutt’altro che ovoidale: una spirale infinita, frattale, aurea.
Nonostante io sia un cavolfiore, ecco. 
Malamente piantato in un campo di patate.
Stinto. Accerchiato. 
In preda a una nausea furibonda.

domenica 26 agosto 2012

Cambio. Di stagione. Forse.




Il sole, qui fuori, non può dirsi pallido. È proprio sbiadito, sciacquato nel latte o reduce, chi lo sa?, da un tuffo nel grigio-lavato che resta dentro la ciotola per gli acquerelli. Il vento, aspro e bizzoso, spira da Nordest, ma non è ancora bora. Preme gli scuri contro i cardini cigolanti, fa gracchiare l’esile stendino sull’erba, s’infila tra le foglie di ogni albero frondoso in un sibilo gonfio, per annunciare l’arrivo del nembo. A Sud, il cielo azzurro si svena in smagliature mobili, glauche, stracciate.
Stamattina è piovuto. Un temporale, niente di che. Ma quando arriva a fine agosto, i giochi sono fatti. Tocca ricacciare le infradito, mestamente, in una scatola e sfilare dall’armadio una giacca per la sera.

Domani cambierà qualcosa. 
Nel magazzino di un centro commerciale, la merce viene allocata. Non collocata, cioè situata; né allogata, pur restando il luogo, la radice. Ogni oggetto trova un posto per sé, stipato insieme a molti altri.
Mi sento un collo. E non quella porzione di corpo che sta tra scapole e capo, ma uno scatolone, con la sua brava etichetta, in equilibrio sulle unghie metalliche di un muletto. Resto in attesa che chi di dovere scelga il cantuccio più adatto; alle mie misure, al mio peso, alle fragilità che custodisco, ai miei spigoli.
Sono una strenna color avana dalla destinazione incerta. Con il fiato sospeso.
E li odio - oh, eccome, se li odio! - gli istanti prima della tempesta.

martedì 22 maggio 2012

Che pizza!




Una cadenza ritmica necessaria, ecco cos’è. Se all’improvviso sparisse, per una semplice distrazione o magari per magia - come il solito calzino nella lavatrice - non potremmo più maledire il lunedì o ingolfarci di cioccolato a Pasqua. Non esisterebbero i cori, in chiesa, allo stadio, nei cortei autorizzati e in quelli abusivi, ché ognuno andrebbe per conto proprio. Nessuna sveglia ci concederebbe altri cinque minuti a letto, prima del caffè e del dentifricio quotidiani. I giornali non si chiamerebbero così, orfani della nozione di giorno. E la notte, per quanto ne sapremmo, potrebbe diventare infinitamente dilatata e nera. I verbi, dieta o non dieta, perderebbero la loro forma ideale; una catastrofe che neppure Moccia sotto LSD saprebbe imitare (lasciando lucchettari compulsivi a chiedersi se, quei tre metri sopra il cielo, sono, saranno, o siano stati davvero tre).
La povera Goggi vagherebbe, raminga, biascicando “Maledetta... maledetta... uff! Quella roba lì!”, giacché la primavera verrebbe tritata in un amalgama indistinto di secchielli e palette, foglie secche e fiocchi di neve. Chi ama la pizza quattro stagioni, tanto per dirne una, dovrebbe arrendersi al disordine stocastico di una capricciosa qualsiasi.
E povero Bergson! Non voglio neppure pensare alla rumba da tomba alla quale sarebbe costretto, se sapesse di una tale sparizione! Quella della pizza? Ma no, che avete capito?! 
È il tempo, il protagonista.
Io ne sono ingorda. Non mi basta mai. Però ne conosco tanti, di spreconi scellerati! Ci sono quelli che si comprano aggeggi improbabili o cruciverba con tripli salti carpiati per “farlo passare” (ma che è, la varicella?!) e, addirittura, degli autentici killer. Quelli che, per esempio, alle nove del mattino di un sabato assolato non hanno di meglio da fare che venire a fare un giretto al centro commerciale. Sono svogliati, incontentabili, frustrati, maleducati. Ammorbano gli addetti vendita, l’ufficio reclami, direttore, vicedirettore, guardia disarmata e noi cassiere con un unico, preciso scopo: ammazzare il tempo. Potrebbero dormire, andare al mare, mangiare un chilo di fragole, ascoltare Bach, giocare a nascondino, dare l’acqua alle piante, festeggiare un compleanno. E invece no. Tutti lì, gli assassini, a polverizzare gli ammennicoli. 
«Bella ingrata!», penserete, «tiri la paga grazie a loro!». Vero. L’odio per il tempo di quei bipedi incoscienti mi dà lo stipendio. Ecco perché detesto i loro volti.
Quasi quanto il mio.

venerdì 6 gennaio 2012

Cose di cassa. Primo episodio.



Pos. Puff! Pant! Strap. Una copia a me, una al cliente, lo scontrino e “arrivederci”. Sei tappe collaudatissime. Il tapis-roulant avanza. Altra merce in arrivo. 
La coda dell’occhio l’aveva già annusata: mini grigia da urlo (per i centimetri, chissenefrega del tono-topo!), leggings neri e spessi, scollatura fin troppo generosa, anellame e collanume abbaglianti e fittamente intarsiati di cocci di vetro, chioma tinta e vaporosa come una nuvola di drago. Una sobrietà alla Tina Turner, per capirci.
Poi le solite unghie, che sfilano un portafogli da adolescente romantico-cariogena dalla zip di una piccolissima borsa color prugna. Finte. Esageratamente lunghe. Quadrate. Dipinte con tanta precisione, che manco la Cappella Sistina.
Incollate alle cartilagini originali. Quelle vere, (gialle?), cresciute naturalmente. 

Poi ho visto le dita. 
Poi le mani intere.

Una mesta texture di chiazze brunastre decorava ogni brandello di pelle. Tutto quel molliccio derma rimborsato, intorno alle nocche, e giù lungo i tendini. Un chow-chow avvizzito. 
L’ho guardata in faccia. Una sciacquetta imbellettata (stratificazioni degne della Gioconda) di almeno sessanta primavere. Uhm, autunni, forse.
“Sono dodici euro e novantanove” (che il centesimo ci sta sempre sul culo, ma non ditelo a nessuno)
“Ecco a lei, signorina. Ma senta, se non va bene lo posso cambiare?”
(ma certo! Potrebbe disegnarci sopra con il rossetto, magari un cuore trafitto con un paio d’iniziali!) “Nessun problema, signora. Lei conserva lo scontrino e, entro otto giorni dalla data di oggi, glielo sostituiamo, il cuscino Yuppiayeah per il suo divano Viva&Gonna.”
“Otto giorni! Uauuu! Ah! - Scusi sa, sono un po’ svagata - ma quanti ne abbiamo, oggi?”
“È il sei gennaio, signora. Auguri.”
“Uh, che sciocca! La befana! Auguri, grazie e buon lavoro!”

Buon lavoro a me?! Ma buon lavoro a te, buondìo!