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domenica 5 aprile 2015

'Ottanta voglia di Pasqua



La credenza di nonna Vittoria cambiava testa. Una merlatura variopinta e crepitante faceva brillare il noce più di qualsiasi straccio imbevuto di Pronto Legno. Fui l'unica nipote per una decina d'anni e non mi è mancata una benedetta profusione di zii, prozii e secondi cugini, ognuno propenso a farmi alzare, con bonomia, il livello di acetone. Cominciavo a chiedere "quando mangiamo?" più o meno alle nove del mattino, mentre la nonna ungeva le mani di olio, pronta a impastare l'impanata di cavolfiori. Non avevo tutta la fame del mondo, specie dopo una colazione a base di biscotti, marmellate, bidoni di latte e Ovomaltina; volevo si archiviasse la pratica del pranzo rapidamente, ché c'era ben altro, da fare.
L'ultima goccia di caffè, sorbita dal commensale più lento, era il segnale di via: l'industriosa squadra di formiche liberava il tavolo, riponeva bottiglie e forchette, asportava tazzine e briciole. Infine s'infagottava la tovaglia, ripiegandone i lembi secondo una liturgia sempre uguale, perfetta.
Il tavolo era ampio e lucido. Lo zio Carlo metteva le mani a conca all'altezza delle ginocchia, con le dita intrecciate, e mi strizzava l'occhio. Le sue mani erano del mio numero di piedi. Mi issava sino alla cresta della credenza e io, furetto agile e lungo, afferravo un bolo dopo l'altro. Mezzo minuto, e il desco pareva apparecchiato di nuovo. E che bel rumore faceva, tutta quella carta di plastica. Fiori, pallini, strisce, pulcini, agnelli rosa e angioletti. Le confezioni erano meravigliose. 
C'era sempre almeno uno zio ardito che, nella covata al latte, introduceva furtivamente un uovo di cioccolato fondente "e però ne mangi un pezzettino solo, eh, ché questo è amaro!". E no, non era mai amaro, ma gli adulti tutelavano il mio stomaco caricandosi l'onere di spazzolarlo, prima che il pezzettino assumesse dimensioni sconsigliabili.
Nastri tubolari dorati, legati strettamente intorno a ciuffi crepitanti. Cravatte sintetiche e infide, impossibili da sciogliere. Nonna Vittoria lo sapeva e, nella tasca del grembiule, aveva già il solito paio di forbici. "Te lo taglio io, gioia mia! Taglio e basta, poi lo apri tu."
Infine il climax: un pugno da comizio, tutto curiosità e fervore, calato dall'alto e di taglio. Una ghigliottina goffa e ingorda, che si abbatteva sulle curve lisce e sinuose di ogni scrigno.
Ciascuna sorpresa doveva vendicare la pochezza della precedente. "Magari trovi una borsetta!", ammiccava zia Paola. "E se ci fosse un puzzle?" ipotizzava Cristina. "Secondo me, sarebbe meglio che ci fosse un altro uovo, dentro!" sdrammatizzava Claudio.
Io collezionavo portachiavi. Quelli, c'erano. A rondinella, con lo stemma della Juve, a orsetto, a caramella. Di qualsiasi forma e dimensione, nelle uova di Pasqua degli anni Ottanta, c'erano sempre e solo portachiavi.
Ed era bellissimo, fingere di stupirsi.


Topodimamma, nelle sue, ha trovato trottole tecnologiche dei Pinguini del Madagascar, Capitan America che spara affari azzurri contro nemici di cartone, una gomma da cancellare a forma di coccinella e una specie di pecora, cucita a mano, di cotone. 

Orrenda. 
Attaccata a un ciondolino di metallo. 
Devo controllare la data di scadenza, di 'sto cavolo di uovo solidal. 

giovedì 19 febbraio 2015

Da sei anni, Sei.




Oggi il Topodimamma compie sei anni. 
Sei. 
Devo ripeterlo, perché suona strano. Appena nato, a suo padre stava in una mano. Ora è alto più di un metro e venti e pesa ventidue chili. Un gigante. Che ride, chiacchiera tutto il giorno (e pure la notte, se i sogni meritano una narrazione) e fa i capricci, ma con una voce meno sottile di ieri. Al supermercato tocca allestire una sporta speciale, ingombrante e leggera, cosicché possa eroicamente dimostrare al mondo quanto sia cresciuto. La regge con tutta la mano, fiero di essere applaudito dal fruttivendolo, dalla fioraia, dalle cassiere della Coop, che gli strizzano l'occhio, gli allungano una caramella, gli accarezzano il capo, mentre ripetono: "Ti xe el putèo più bravo dell'ìsoea!"
Colleziona rane gommose e ne trascrive i nomi sull'apposito foglio, dopo aver letto con pazienza quanto saltino, quanto mangino, quali armi segrete nascondano quelle vere, ritratte nel librino allegato al feticcio.
Comprende e rielabora, da par suo, le Favole al telefono di Rodari. Ne leggiamo una ogni sera, a letto, prima di dormire.
È vivo. Sta bene. Cresce. Da sei anni.
Sei.
Non sottolineerò che "sembra ieri"; ché la banalità travolge la verità assoluta delle frasi lapalissiane. Però è così.
Quando mi fermo, e lo guardo di sguincio mentre canta, o guarda la tv, o costruisce una barca di cartone per il suo nuovo amico millepiedi, mi riprendo il tempo sottratto dalle incombenze. Lo sbircio e non mi capacito dell'enorme fortuna mi sia capitata in sorte. E chi se ne frega della lotteria.
Oh Topo! Sei vivo. E stai bene, per fortuna.
Da sei anni,
Sei.

mercoledì 31 dicembre 2014

Tra un'ora


È stato un anno strano. Durante il quale ho imparato alcune cose e, di certo, me ne sono fatta sfuggire migliaia. Un anno di passaggio, fatto di bandiere che garrivano al vento e banderuole piene di fiato. Di parole nuove e cancrene. 
Topodimamma ha voluto sapere - per bene, 'stavolta - come nascono i bambini e ha scoperto il piacere di dire "delizioso".
Ho finito il romanzo. Be', due delle tre versioni quasi definitive. 
Papàditopo ha sorriso spesso, inventato nuovi giochi, portato a casa una mostra difficile.

Ma il Cane A Forma Di Cane (che poi è una cagna) si è ammalato. Oggi la veterinaria (benedetta donna, che suona al campanello il 31 dicembre) ci ha detto che resterà abbastanza in forze per non più di quattro, cinque mesi. E io mi sento già male.
Sono affondate navi, scomparsi aerei, scoppiate epidemie, esplose nuove guerre.
Ho perso fiducia nei lavoratori, fiaccati dalle minacce, dall'inedia, dall'accidia, da portatori insani di camicie bianche e dalle odi al proprio deretano.

Ma ho guadagnato alcuni amici. Altri mi hanno stupito. Altri, qualche volta, addirittura commosso.
Ho mangiato caramelle, fumato a tradimento, sperato di farcela.

Non amo i bilanci, ma ne stilo continuamente.
Non amo il servilismo, ma vi assisto. Ringhiando, magari. Ma a che serve?
Non amo le sconfitte, ma so essere indulgente con la mia fallibilità. Quasi sempre. Spesso. D'accordo: qualche volta (e non se ne parli più).
È stato un anno strano. Sospeso. Forse l'ha deciso Saturno. O la mia indolenza.

Ho la sensazione che, tra un'ora, si affaccerà un anno diverso. Dispari e fertile. E io ci sarò.
Ancora viva.

Dispari e fertile.
Dispari e fertile.
Dispari e fertile. 


lunedì 13 ottobre 2014

Buh!



I centri commerciali non sono più pieni come uova. Neppure durante il fine settimana. Ma le risorse per retribuire il personale sono poche e i commessi, decimati dalla crisi, annaspano comunque. Quindi, se malauguratamente si è una quota di quella scarsità, lavorare il sabato resta una maledizione. Gli avventori entrano, passeggiano, si lamentano per i chilometri che sono costretti a macinare tra ingresso e uscita e, nella maggior parte dei casi, non comprano una beata fava. Si limitano a chiedere - grandissimi figli di Lapalisse - se quel coso con su scritto "copri-piumino" contenga, per caso, un copri-piumino; o se il bollone giallo sulla padella antiaderente con stampigliato "-10%" implichi uno sconto sul prodotto del dieci per cento. Non sono più clienti, ma frullatori di ammennicoli bipedi, affetti da labirintite e con capacità cognitive degne di organismi mono-cellulari in via di estinzione.

Sabato, io, ero lì. A lavorare, sia chiaro.
Confermato a un marcantonio africano che sì, glielo avrei portato in cassa, il tappeto, stavo giusto issando quei due metri e quaranta di cannone peloso sulla spalla quando ho rischiato l'infarto. Davo le spalle alla corsia principale e, dietro di me, è riecheggiato un barbarico "Buh!". Per un istante, riposta l'arma impropria, ho pensato "Non-può-essere"; eppure lo conoscevo, quel verso. Era la sua voce. La più adorabile. 
Mi sono voltata e, davanti agli occhi, avevo il Topodimamma in carne e ossa. 

Viviamo a una distanza di circa quattro anni luce, dal centro commerciale. In tre anni, non era mai venuto a trovarmi al lavoro. Papàditopo e Nonnaditopo erano a pochi passi di distanza, divertiti, quasi che le loro bocche fossero balconi ridenti, cui affacciare un'anima curiosa di godersi la scena. 
Ho alzato lo sguardo. Marcantonio Africano mi guardava, come a dire "'mbe'?! Non è che adesso mi tocca portarmelo da solo, il tappeto, vero?". Ché mica è colpa sua, se si è scordato di prendere un carrello! Ho raccattato il cannone - spiegando al Topo che sarei tornata in un batti-baleno - trattenendo a stento la tentazione di sperimentare una nuova specialità olimpica: il lancio della comunità acara, imbalsamata nel modello Greta a pelo lungo. Ché il giavellotto, al confronto, è roba per signorine.

Poi, finalmente, ho portato Topo a spasso, in braccio, correndo da tutte le parti, uffici inclusi. Le leggende del Topo Narratore sono ben note, a colleghe e colleghi. E mi è presa la smania di mostrare a tutti che esisteva sul serio quell'essere mitico, mezzo Voltaire e mezzo Piccolo Principe.
Finiti i minuti a disposizione, rubati in modo assai poco ortodosso al turno, ho salutato il papà, la nonna e Topo, sbaciucchiandolo fino a consumarlo. Le ore successive mi sono volate. Ho lavorato serena. Anche se era sabato. Anche se i copri-piumino giacevano nelle debite confezioni e le padelle costavano il dieci per cento in meno.
I due belli, messa la nonna sul bus, mi hanno aspettato, gironzolando nell'area commerciale fino all'ora di chiusura. Siamo tornati a casa insieme e Topo non ha vomitato in macchina, né in autobus. Raggiunta Venezia, abbiamo pure mangiato fuori. Pioveva. Abbiamo comprato un ombrello da un giovane ambulante che cantava.
E io ero più felice che mai. Nonostante i piedi distrutti e le mille sporte cariche di qualsiasi cosa.

Felice come la cosa più felice che possiate immaginare. Per la giornata risollevata miracolosamente. Perché Papàditopo odia frequentare i centri commerciali, eppure ha resistito. Per me. Per farmi un regalo infinitamente grande. 
Perché il "Buh!" del Topo non era mai stato altrettanto spaventoso.
Né mai, prima, altrettanto sublime.

martedì 22 luglio 2014

Gaza, la carta, le baguettes



A quindici anni frequentavo un liceo pieno di gente che, a tutti i costi, sentiva di dover apparire diversa. Dai propri coetanei, dalla prole ordinata e ordinaria che genitori avvocati o impiegati di banca avrebbero desiderato avere. Per non somigliare a chicchessia, gli studenti finivano nel gorgo dello stereotipo del ribelle, sfoggiando infinite paia di anfibi viola, cotonature rasta, padiglioni auricolari sforacchiati senza ritegno, bomber e chiodi da combattimento. Quando scoppiò la Guerra del Golfo, tutti noi implumi boccaloni avemmo un nuovo, ottimo motivo per modificare temporaneamente il look. Ai nostri stracci borghesi, aggiungemmo in massa il bianco e nero - qualche impavido, il bianco e rosso - della kefiah, a sostegno del popolo del Kuwait, annichilito dal dittatore iracheno. Molti ragazzi neppure sapevano dove fosse collocato, sulla carta geografica, quel povero staterello. E neppure l'Iraq, a dirla tutta. Ma il bisogno di cavalcare una causa giusta, di manifestare per qualcosa di più dignitoso della mancanza di carta igienica nei bagni, la necessità di schierarsi con il debole oppresso, la pigrizia di accontentarsi di qualche slogan, bastavano e avanzavano. La kefiah finiva attorcigliata al collo, sfoggiata, mostrata come un vessillo, meglio ancora se in pendant con una copia del Manifesto, che nessuno leggeva, ma faceva un sacco fico portare a spasso come una baguette.
La storia non ci appassionava. E i paesi arabi erano un po' troppo in Africa per destare il nostro interesse. A scuola si arrivava a studiare, e solo all'ultimo anno, la prima guerra mondiale; quindi il '48, con l'istituzione dello Stato d'Israele, rimaneva una vaga eco mutuata da genitori comunisti o poco più. Eppure quel conflitto ardeva, lungo la striscia di Gaza, da quasi un secolo. Ebrei cattivi, arabi buoni. Ebrei ricchi, arabi poveri. Ebrei prepotenti, arabi schiacciati. Il succo era quello. Tutto il resto, navigava in un brodo lento di inutili dettagli religiosi, politici, pseudo-culturali. Africani. 
Non sapevamo nulla e non ce ne fregava un tubo. La kefiah bastava, per mostrarci solidali.
Oggi, quasi venticinque anni dopo, ho imparato a leggere un quotidiano fino in fondo. Ascolto il telegiornale con un orecchio terrorizzato e l'altro sfiancato dall'accidia. Mi documento. Ho persino rivalutato lo studio della storia e ammetto una certa vergogna per quel libro del liceo lasciato pressoché intonso. Non indosso più la kefiah. Prima di smarrirsi durante l'ultimo trasloco, quella che avevo finì a foderare il cuscino della mia sedia da scrivania.
Oggi so quale potere abbia lo Stato di Israele, quanto siano pericolosi e indispensabili i tunnel scavati dai palestinesi per aggirare l'embargo, quanto sia strategico l'Egitto, quanto siano affamati gli Stati Uniti, quanto siano potenti i dispositivi anti-razzo degli israeliani e quanto sia vile, da una parte e dall'altra, l'uso degli esseri umani come scudi, come scuse.
Ma continuo a non capirci nulla.
Non comprendo i cadaveri ammassati. I "civili" plaudenti che assistono ai bombardamenti sgranocchiando popcorn. I bambini che scrivono messaggi sui missili, prima che essi vengano lanciati contro il nemico. Non comprendo il concetto stesso di nemico. Sono confusa, troppo e, come dice il cinquenne Topodimamma, mio figlio, lo sono talmente che "mi fa perfino un po' male il cervello". Forse basterebbe imitarlo mentre, strizzando gli occhi, afferma di mettere in atto la "cancellazione della memoria"; e lo farei pure, se non fossi convinta che il problema sia proprio lì. La storia, al liceo, mi ammorbava, perché mi sembrava uno sterile elenco di date e guerre e nomi di generali. Che si ripetevano all'infinito.
Non capivo, non sapevo che una baguette non è mai innocua.

Topodimamma mi guarda, sbircia la tavoletta tecnologica e mi dice "ma l'hai scritto tu, quello? Tutto da sola, così lungo?", indicando il testo. Alla mia risposta affermativa, spalanca gli occhi ed esclama "Wow!" ché, a cinque anni, già una sola parola di otto lettere è lunghissima. Poi piega un foglio di carta e realizza "il mio aereo da guerra! Wuuum!", ignaro dell'inquietante coerenza. Per fortuna, dopo il primo lancio, ci tiene a chiarire che lo aprirà e lo ripiegherà per farci qualcos'altro, "ché se uso tanti fogli devono tagliare troppi alberi, e poi respiriamo male!"
Hai ragione, Topo: la carta serve. Per i libri, per Il Manifesto, per i bagni.

giovedì 10 aprile 2014

A forma di cane




L’ho scelta perché era in una gabbia di due metri per tre. Occhi grandi e lunghe leve, se ne stava zitta in un angolo, circondata da altri esemplari minuscoli e ringhiosi. Era di una magrezza imbarazzante; le si potevano contare le ossa del costato a distanza. Era l’unica a somigliare al mio ideale cinomorfo: un cane a forma di cane. Nera, taglia media, niente eccessi epiteliali, orecchi a strascico, coda mozzata o lingua blu. E, dato fondamentale, muso e sedere perfettamente distinguibili, in quel corpo sottile e nervoso. Aveva circa sei mesi. Così mi dissero, al canile, nove anni fa.
Volevo avesse un nome breve e vitale. La chiamai Zena. Un’eco ellenica e quel tanto di Svevo.
Festeggiamo il compleanno insieme. Torta per me, un ossobuco per lei. 

Il piccolo, interrogato sulla propria famiglia, suole rispondere che, qui, siamo in quattro: lui, mamma, papà e La Zena; e poco importa che, i più, si convincano che Il Topo abbia una sorellina segregata nell’armadio. Dopo cena, infilati nei pigiami e a denti lindi, cantiamo la canzone della buonanotte, storpiando inquietanti faccende di befane e uomini neri, e La Zena è tra i primi cari - destinatari dell’adorato moccioso - a essere nominata.
Quando Il Topo cominciò a frequentare l’asilo, la casa mi apparve improvvisamente vuota: silenziosissima, troppo ampia. Ma Zena sorvegliava le mie uscite e i miei rientri, lappava l’acqua fresca dalla ciotola, zompettava goffamente tra la sala e la cucina, improvvisando spericolati slalom tra le mie gambe. Pareva voler allestire un buffo teatro per farmi sapere che “Oh, bipede cosa lunga! Io sono qui, eh! Mica potrai appellarti a una solitudine inesistente!”

Ora, non si regge sulle zampe. Cerca di raggiungere la porta per sfoggiare, come ha sempre fatto, il consueto campionario di feste; ma scivola, derapa, si affrittella a terra. In quegli occhi sembra di leggere la contrizione. Forse è dolore, ed è impossibile averne conferma, ché non è canide da guaiti sofferenti; forse è frustrazione, per una dignità offesa tanto odiosamente.

Primo veterinario e primo salasso economico. Secondo veterinario (Lo Specialista) e secondo salasso. Di nuovo primo veterinario, per gli esami del sangue e terzo salasso. Entrambi i medici annunciano un’incombente quanto necessaria risonanza magnetica. E sarà il quarto, inarrivabile salasso.

C’è chi mi chiede se io sia pazza: “Tutti quei soldi per un cane?”
Io mi volto, faccio spallucce e invoco tutti gli dèi della sacra pazienza. In fondo, il dubbioso di turno ignora per definizione, no? Non sa che, questo, non è un quadrupede qualsiasi.
La Zena è una di noi: un cane a forma di cane.

mercoledì 25 dicembre 2013

Dal Vangelo secondo Topodimamma





«Santoooo, santoooo...»
«Eh?! Cosa stai cantando, Topo?»
«Una canzone che ci hanno detto all’asilo, quando ci hanno raccontato come è nato Gesù!»
«Ah... la racconti anche a me, questa storia?»
«Sì, mamma! Allora: c’era uno che stava facendo una sedia...»
«Ehm... Giuseppe?»
«Sì, brava! Si chiamava così!»
«Ok. E?»
«E poi c’era una sua amica... La Maria.»
«E cosa è successo?»
«Giuseppe e La Maria si sono innamorati e poi si sono sposati.»
«Sì, ti seguo...»
«E poi è arrivato uno - ma non Giuseppe, un altro - che è andato alla finestra, e ha detto alla Maria che aveva un bambino nella pancia.»
«L’arcangelo Gabriele?»
«Sì, quello, Gabriele! Ma la conosci anche tu, allora!»
«Più o meno; è che non me la ricordo tanto bene. Ma dimmi: cosa hanno fatto La Maria con il bambino in pancia e Giuseppe?»
«Dovevano far nascere Gesù, ma giravano e giravano e niente, i paesani non li volevano.»
«Uh, poverini! Che puzzoni, ‘sti paesani! E quindi, dove sono andati?»
«Alla fine hanno trovato rifugio in una... mmmh... una fattoria!»
«La mangiatoia?!»
«Eh, proprio quella! E poi Gesù è nato.»
«E lo hanno messo in una culla?»
«Sì, Giuseppe ha preso della paglia pulita, ma proprio pulita e poi ci ha messo sopra Gesù appena nato.»
«E il bue e l’asinello lo tenevano al caldo con l’alito?»
«Macché! Era la paglia pulita, a tenerlo al caldo!»
«E qualcuno è andato a trovarli?»
«Sì, il pastore. Ma è andato via subito, perché doveva correre dietro alle pecore.»

Non ho chiesto altro. Non si sa mai: il figlio di un’atea può sempre mettere l’oro nelle mani di Jake l’avventuriero, l’incenso in quelle del Grande Puffo e le lenticchie tra gli zamponi di Peppa Pig.

lunedì 28 gennaio 2013

Altro che Proust!




È fredda, la pioggia di inizio anno. Le lettere di questo gennaio paiono spugne intrise d’acqua, strizzate di continuo sulla terra gelata, sugli ombrelli, sui cappelli cerati dei pescatori. Ma ieri, una domenica di tregua, il sole c’era. Nemmeno troppo pallido o tiepido, a onor del vero. E allora gita, eccheccappero!, ché non se ne può più d’inventar giochi da interno per adeguarsi alle inesauribili energie del quattrenne di casa.
Traghettati i sei piedi e il monopattino dall’isola a Venezia, abbiamo aggirato l’orda barbarica dei turisti - già stracarichi di coriandoli e idiote espressioni carnascialesche - infilandoci in calli segrete, vie di fuga sconosciute, sentieri con i masegni meno consumati che altrove. Poi, come per magia, ecco apparire la Riva degli Schiavoni, ammollo nel tramonto. San Marco è già alle spalle, siamo salvi.
Tre lunghi ponti. Le piccole luci colorate si fanno brulicante tripudio stroboscopico. Il piccolo salta come una palla di gomma; incapace di contenere l’entusiasmo tra scarpe e berretto, ha bisogno di allungare la verticale, di issarsi ad altezze adeguate alla trepidazione ludica per eccellenza: l’attesa del primo giro.
L’ultima giostra, ciliegina su una torta di meccaniche curiose, gridolini infantili e profumo di frittelle, gracchia ilare accanto agli autoscontro “dei grandi”. È esattamente come la ricordavo. La belva è dello stesso identico verde pisello, mostra il solito sorriso beato e l’occhio estatico da abuso di LDS. Ci sono i vagoncini, c’è il rosso frutto proibito, c’è il questuante minorenne imbronciato che raccoglie i gettoni dalle manine tremanti. Topodimamma trilla alla partenza, spalanca gli occhi alla prima curva e, lungo la discesa spericolata, quella che “guarda-qui-come-va-veloce!” ride a tutta bocca sputando fuor di sé, insieme a un enorme bolo di allegria, un più che legittimo pizzico di fifa.
La felicità diventa solida, quando t’investe una simile onda di giubilo; lui si diverte, e ogni istante si fa paradiso. 
E comunque sì, lo ammetto: andare alle giostre con un figlio piccino è una trovata diabolica, ché non credo esista scusa migliore per riuscire, dopo almeno un trentennio, a farsi un giro - l’ultimo, promesso! - sull’adorabile Brucomela.

mercoledì 26 dicembre 2012

Quel che (abbiamo in) resta




È Santo Stefano. La nebbia, ovatta umida e adesiva, se ne sta impigliata tra i tetti da una settimana. Avvolge i nervi, entra nelle ossa, impasta le ciglia in un’unica rima.
Non importa. Se ne andrà, prima o poi.
Come le renne di Babbo Natale, alacri postine divoratrici di carote già rientrate al Polo Nord; come l’olezzo di fritto, beatamente stiracchiato tra i fornelli, o quello del pesce fresco, smalto traslucido per unghie operaie; come la stizza dei parenti, cablata dalle spire di Meucci, arginata a stento dai malanni di stagione; come le infinite cartoline di auguri, virtuali o di carta spessa, ricevute, inviate o mai spedite.
Tutto il superfluo evaporerà di qui a breve, per fortuna.

Restano lo stupore e la gioia del quasi-quattrenne la mattina del venticinque, esplosi nel trillo cristallino “Mamma! È venuto, Babbo Natale! Guarda quanti regali!” e il sollievo dell’amnistia, ché tutti i capricci, evidentemente, devono essere caduti in prescrizione. Resta la commozione, perché accidenti-quant’è-bravo, a lanciare le automobiline da corsa sulla pista! Resta l’ilarità di dichiarate digestioni in corso giacché il piccolo, con il nuovo fiammante arco, scaglia le frecce contro il bersaglio senza arrendersi mai, “proprio come Robin-Rùt!”. Resta il sapore di frutta cotta nello zucchero, mentre lo guardiamo infilzare la tavoletta forata con tutti quei chiodini colorati. Giallo, rosso, blu, azzurro, arancione, verde... piaceva anche a me, alla sua età, disegnare l’arcobaleno con i funghetti di plastica.
Il cielo è strano, oggi. Nonostante la nebbia sia ancora lì, a filare la tela tra i rami spogli del fico, sta piovendo, finalmente. 
E l’arrosto alle mele è quasi pronto.


giovedì 22 novembre 2012

Carte... scoperte




Suona il telefono. Rispondo. È mio padre. 
Come stai? E il lavoro? E l’acqua, è ancora alta? Certo che i politici son tutti ladri... l’hai sentita l’ultima? 
Chiacchiere sul quotidiano. Il piccolo sta disegnando sul tavolo della sala. Qualche dinosauro “con il pippi”, probabilmente, ché in questo periodo vanno via come il pane. Io sono in cucina. Faccio conca con la spalla per accogliere la cornetta, finché la cicca non è accesa e il fumo esce, placido, oltre la porta che dà sull’orto.
Sento alcuni rumori, di là. La sedia alta di legno che si sposta, piccoli passetti in fuga, la porta del bagno che si apre. Poi acqua che scorre.
Alcuni minuti dopo, la porta sbatte, la luce del corridoio fa click, i passetti si avvicinano. Topodimamma sbuca all’improvviso, con lo sguardo fiero e l’occhio vispo: «Mamma! Ho fatto la cacca! Ma sono stato bravissimo, e mi sono pulito da solo!».
Giubilo! Orgoglio! Stupore! E panico...
«Ehm, amore! Sei stato davvero un fenomeno, ma cosa ne dici se diamo una controllata, laggiù, per vedere se è proprio tutto pulito-pulito?»
Mio padre, in presa diretta sull’evento, se la ride in viva-voce. 
Tornati in bagno, inizio a ispezionare la zona dell’ipotetico patatrack. Ma non ci sono tracce di disastro! Solo una pallina di carta igienica, rimasta intrappolata in quel compatto, adorabile paio di chiappette. Il Topo la estrae bellamente, solleva il braccio in alto ed esplode: «Nonno, guarda qui! È solo una pallina! Hai visto che sono stato bravissimo?!»
Eh, potere del viva-voce: materializza il senso della vista anche senza video-telefono.
Mio padre si sganascia fino alla tosse. 
«Ma allora, furbetto, dov’era, ‘sta pallina?»
«Ma dài, nonno! Nel culo, no?!»
Ecco. Avrei dovuto cedere alla pigrizia, astenermi dal realismo e insegnare a mio figlio che, quello che ha lì dietro, si chiama “sederino”.
E comunque, sederino o culo che sia, è ben aggrappato a una struttura ossea solida e flessibile. E lunga. Lunghissima. Mi è cresciuto sotto il naso. 
E sì, accidenti! È bravissimo.

giovedì 4 ottobre 2012

Autumn leaves




L’altro ieri ho comprato i primi cachi. Sguardo al calendario: ottobre. 
È che i ritmi frenetici, le telefonate ferali - raccolte e mancate, i temporali nostalgici e le maniche corte mi avevano distratto. Per carità, l’orecchio già da un po’ poteva dirsi orfano di risate cristalline tutte alito e anguria, del tintinnar di palette e secchielli, di cocchi strillati e brrrip-brrrop di braccioli sdrucciolevoli. Ma me ne stavo lì, ad attraversare le giornate con il foglio dei turni appeso al frigo, i soliti pantaloni addosso, la lista della spesa nella tasca esterna della borsa.
Poi ho riposto i sandali e le scarpe di corda, in favore di calzature chiuse e gommate; ho sfilato dall’armadio la giacca di pelle; ho guardato il cielo abbassarsi, scuro e stellato dall’ora del tè. E oh! Quelle maledette foglie! Rosso, marrone, giallo, arancione... Avrei dovuto capire, no?!
Niente. Non pensavo a niente. Testa svaporata e quotidianità da allestire.
Stamane, lo schiaffo.
“Fa’ colazione!-scappa pipì?-dài, co’sti denti!-lo zainetto è sulla sedia-papà ha già i piedi nelle scarpe...-lo so che c’hai sonno-infila il giubbino!-andiamo con il monopattino?-presto, ch’è tardi!”. Poi, la porta d’ingresso: scatto della serratura, lamento dei cardini, swosh del para-spifferi, luce.
Luce bianca. Diffusa. Lattiginosa. Umida.
«Mamma! Perché c’è la nebbia, stamattina?»
«Amore, dobbiamo farcene una ragione, temo. Siamo in autunno!»
«E perché?»
«Perché tutte le cose finiscono, prima o poi...»
«Come la marmellata?»
«Esatto. Ehi! Corri più vicino al muro, ché non ho voglia di venire a pescarti dal canale!»
«Ma tanto è bassa!»
È vero. Lo scirocco non si è ancora fatto vivo. Salvi dall’acqua alta! Per ora, almeno.
«Nano! Vi-ci-no al mu-ro! Insomma, come te lo devo dire?!»
«In turco, mamma?»

Eh. Mi sa che devo rimettere in moto il cervello. E starci attenta - mannaggia a me! - con ‘sto vizio delle frasi fatte.

martedì 29 maggio 2012

Troppi porcellini




Al piccolo piace la favola dei tre porcellini. Se accompagnata da debito motivetto disneyano, meglio ancora. Ogni santa volta, il più che legittimo quesito scaturisce spontaneamente dalle labbra treenni: «Ma pecché il pimo poccellino fa la casa di paia, ch’è tutta leggera e il lupo la soffia via? E pecché il secondo poccellino la fa sciolo di legno?»
Gli rispondiamo che è la pigrizia, il problema. E che il secondo è un solo po’ meno poltrone del primo. «Un po’ pigo e un po’ no, mamma?».
Esatto.
Dopo un terremoto è la paura, a farla da padrona. Si chiudono le scuole, gli uffici pubblici, persino le fabbriche. Appena l’allarme rientra, però, è necessario rimettere in moto la macchina, far ripartire le attività, dare al lavoro il ruolo di catalizzatore. Per il coraggio. Per la ricostruzione. Per non mortificare ulteriormente i processi economici.
D’accordo. È comprensibile. Ma cosa succede quando la terra trema ancora, di giorno, alle nove del mattino di un qualsiasi martedì?
Capita che capannoni indebitamente autorizzati ad aprire se ne vengano giù come castelli di carte. E capita che, intrappolati in quei castelli, non ci siano principesse isteriche dalle lunghe trecce, ma operai. Tute blu mal pagate, spesso assunte in nero, disposte a rischiare - ché la crisi è crisi, e non c’è spauracchio tellurico che tenga.
Non si muore per un sisma di questa portata. Si muore per l’indecenza degli affaristi, per l’approssimazione dei tecnici, per l’indifferenza di chi va, vede e tace.
Vorrei tanto vederli in faccia, i porci a capo di quelle aziende. Per spiegare loro che persino un assiduo frequentatore dell’asilo sa che le fabbriche non si costruiscono con paglia e legno.