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domenica 5 aprile 2015

'Ottanta voglia di Pasqua



La credenza di nonna Vittoria cambiava testa. Una merlatura variopinta e crepitante faceva brillare il noce più di qualsiasi straccio imbevuto di Pronto Legno. Fui l'unica nipote per una decina d'anni e non mi è mancata una benedetta profusione di zii, prozii e secondi cugini, ognuno propenso a farmi alzare, con bonomia, il livello di acetone. Cominciavo a chiedere "quando mangiamo?" più o meno alle nove del mattino, mentre la nonna ungeva le mani di olio, pronta a impastare l'impanata di cavolfiori. Non avevo tutta la fame del mondo, specie dopo una colazione a base di biscotti, marmellate, bidoni di latte e Ovomaltina; volevo si archiviasse la pratica del pranzo rapidamente, ché c'era ben altro, da fare.
L'ultima goccia di caffè, sorbita dal commensale più lento, era il segnale di via: l'industriosa squadra di formiche liberava il tavolo, riponeva bottiglie e forchette, asportava tazzine e briciole. Infine s'infagottava la tovaglia, ripiegandone i lembi secondo una liturgia sempre uguale, perfetta.
Il tavolo era ampio e lucido. Lo zio Carlo metteva le mani a conca all'altezza delle ginocchia, con le dita intrecciate, e mi strizzava l'occhio. Le sue mani erano del mio numero di piedi. Mi issava sino alla cresta della credenza e io, furetto agile e lungo, afferravo un bolo dopo l'altro. Mezzo minuto, e il desco pareva apparecchiato di nuovo. E che bel rumore faceva, tutta quella carta di plastica. Fiori, pallini, strisce, pulcini, agnelli rosa e angioletti. Le confezioni erano meravigliose. 
C'era sempre almeno uno zio ardito che, nella covata al latte, introduceva furtivamente un uovo di cioccolato fondente "e però ne mangi un pezzettino solo, eh, ché questo è amaro!". E no, non era mai amaro, ma gli adulti tutelavano il mio stomaco caricandosi l'onere di spazzolarlo, prima che il pezzettino assumesse dimensioni sconsigliabili.
Nastri tubolari dorati, legati strettamente intorno a ciuffi crepitanti. Cravatte sintetiche e infide, impossibili da sciogliere. Nonna Vittoria lo sapeva e, nella tasca del grembiule, aveva già il solito paio di forbici. "Te lo taglio io, gioia mia! Taglio e basta, poi lo apri tu."
Infine il climax: un pugno da comizio, tutto curiosità e fervore, calato dall'alto e di taglio. Una ghigliottina goffa e ingorda, che si abbatteva sulle curve lisce e sinuose di ogni scrigno.
Ciascuna sorpresa doveva vendicare la pochezza della precedente. "Magari trovi una borsetta!", ammiccava zia Paola. "E se ci fosse un puzzle?" ipotizzava Cristina. "Secondo me, sarebbe meglio che ci fosse un altro uovo, dentro!" sdrammatizzava Claudio.
Io collezionavo portachiavi. Quelli, c'erano. A rondinella, con lo stemma della Juve, a orsetto, a caramella. Di qualsiasi forma e dimensione, nelle uova di Pasqua degli anni Ottanta, c'erano sempre e solo portachiavi.
Ed era bellissimo, fingere di stupirsi.


Topodimamma, nelle sue, ha trovato trottole tecnologiche dei Pinguini del Madagascar, Capitan America che spara affari azzurri contro nemici di cartone, una gomma da cancellare a forma di coccinella e una specie di pecora, cucita a mano, di cotone. 

Orrenda. 
Attaccata a un ciondolino di metallo. 
Devo controllare la data di scadenza, di 'sto cavolo di uovo solidal. 

giovedì 26 febbraio 2015

Grazie.



Dovrei pulire. Togliere il cuscino, la coperta, il panno bianco. Dovrei anche cambiarmi e mettere la maglia e i pantaloni nel cesto della biancheria sporca. Dovrei far sparire i biscotti al ripieno di carne e gli snack anti-tartaro. Dovrei ragionare e capire dove mettere la cuccia, gli asciugamani che usavamo solo per lei, il libretto sanitario, il collare con il nome. 
Perché non servono più.
Invece me ne sto qui. Puzzo di urina e di tutte le situazioni in cui sono stata manchevole.
Resto ferma ancora un po'. Non perché mi piaccia sguazzare in un assai poco dignitoso brodo dolente, né per espiare alcunché; e 'fanpiffero a tutti gli "escusatio non petita..." già in resta. Resto perché ho uno strofinaccio grezzo attorcigliato nello stomaco. Ne sento peso e consistenza, quasi potessi afferrarlo, con le dita piantate sotto le coste. 
E perché mi aveva scelto. Mi era saltata in braccio, con la lingua penzoloni e gli orecchi scomposti dalla corsa. Era la più magra del canile. Ma aveva una voglia di stare al mondo come non ne avevo mai viste.
Mi saltò in braccio, dieci anni fa. E ora è morbidezza nella terra soffice.
Russava come una segheria, di notte. Faceva la faccia da cane magro che più magro non si può, davanti a una coscia di pollo destinata a umano piatto. E, finché le zampe hanno retto, correva come una saetta. Veloce, elegante, sottile.
Qui dentro c'è un silenzio troppo gonfio, ed è anche per questo, che resto. Topodimamma, cui dovrò infinite e perigliose spiegazioni, è all'asilo. Il consorte al lavoro, ma per fortuna abbiamo parlato. Al telefono. Ché in momenti così lui c'è anche quando non c'è.
C'è silenzio, e non solo. Un vuoto simile solo a se stesso. Una voragine d'assenza, scandita dai secondi dell'orologio, che mi pare di udire per la prima volta.

L'ho avvolta in una federa ampia e bianca, di un bel cotone solido. Quelle federe di una volta, non la merda che si trova oggi in giro. L'ho adagiata nella buca, piano, con garbo. Piangendoci sopra.
Aveva ancora la testolina morbida, sotto la stoffa.
Le sono rimasti gli occhi semiaperti. O semichiusi. Sul chi va là, ché magari vale la pena rimanere vigili, non si sa mai: le avventure nascono spesso per caso, e non vanno perse.
Con le mani ho raccolto una terra densa e profumata, piena di sassi, piccole conchiglie, frammenti di vetro smussati dai secoli. E poco per volta la federa non c'era più.
Le mani, poi la pala. Poi sono ricomparsi i ciuffi d'erba, rimossi nottetempo scavando.
E poi basta.

Mi sento orfana di Zena. Il cane "vivente". Il perfetto "cane a forma di cane". La cagna. La cana. 
E di quando il Topo, ancora a caccia delle prime parole, agitava le manine, rideva e la chiamava "Bù!"


Oggi devo preparare un dolce, ché il Topo, sabato, fa la festa di compleanno con gli amici. Lo farò stasera. 
C'è ancora tempo.


giovedì 19 febbraio 2015

Da sei anni, Sei.




Oggi il Topodimamma compie sei anni. 
Sei. 
Devo ripeterlo, perché suona strano. Appena nato, a suo padre stava in una mano. Ora è alto più di un metro e venti e pesa ventidue chili. Un gigante. Che ride, chiacchiera tutto il giorno (e pure la notte, se i sogni meritano una narrazione) e fa i capricci, ma con una voce meno sottile di ieri. Al supermercato tocca allestire una sporta speciale, ingombrante e leggera, cosicché possa eroicamente dimostrare al mondo quanto sia cresciuto. La regge con tutta la mano, fiero di essere applaudito dal fruttivendolo, dalla fioraia, dalle cassiere della Coop, che gli strizzano l'occhio, gli allungano una caramella, gli accarezzano il capo, mentre ripetono: "Ti xe el putèo più bravo dell'ìsoea!"
Colleziona rane gommose e ne trascrive i nomi sull'apposito foglio, dopo aver letto con pazienza quanto saltino, quanto mangino, quali armi segrete nascondano quelle vere, ritratte nel librino allegato al feticcio.
Comprende e rielabora, da par suo, le Favole al telefono di Rodari. Ne leggiamo una ogni sera, a letto, prima di dormire.
È vivo. Sta bene. Cresce. Da sei anni.
Sei.
Non sottolineerò che "sembra ieri"; ché la banalità travolge la verità assoluta delle frasi lapalissiane. Però è così.
Quando mi fermo, e lo guardo di sguincio mentre canta, o guarda la tv, o costruisce una barca di cartone per il suo nuovo amico millepiedi, mi riprendo il tempo sottratto dalle incombenze. Lo sbircio e non mi capacito dell'enorme fortuna mi sia capitata in sorte. E chi se ne frega della lotteria.
Oh Topo! Sei vivo. E stai bene, per fortuna.
Da sei anni,
Sei.

lunedì 12 gennaio 2015

Ma Charlie, chi?



Parole. Molte. Scritte, dette, berciate qualche volta. Il giorno degli attentati a Parigi ero a lavoro. Nel purgatorio del magazzino, al freddo, a scaricare, spacchettare, contare, ricaricare e archiviare scatoloni di cartone. Pieni e vuoti insieme. Ingombranti. Taglienti. Pesanti.

Ho saputo cosa fosse accaduto durante la pausa pranzo, quando ho chiamato casa per sentire un po' di tepore.
Un giornale satirico del quale nulla sapevo. Morti. Estremisti islamici. E poi il supermercato, gli ebrei, un bambino nascosto in un frigorifero.
Più tardi, la rete. Il 2.0 che s'indigna, estrude il mento, solidarizza con tasti e fibra ottica e corrente elettrica; e in un istante, indossando un hashtag come fosse il saio dei giusti, ecco tutti diventare Charlie.
Ma Charlie, chi? Tutti francesi? Tutti umoristi? Tutti buddisti (per non sbagliare)? Tutti europei, coraggiosi, pacifisti, difensori della libertà di stampa, delle idee, di culto?
La questione è complessa. Complicata dalle ciance, dalle architetture di carta dei complottisti, dal fanatismo; dalle ideologie preconfezionate, assunte come confetti all'anice e alitate di bocca in bocca, digerite, riproposte in forma di vessillo o di monito.
Si moltiplicano gli esperti; di Isis, di Islam, di Maometto, di politica, di storia. Di disegno, persino. Tutti a caccia dello slogan vincente, dell'immagine più azzeccata, della suggestione più struggente.
Io non sono Charlie. 
Non ho mai fatto satira e, se anche la facessi, vivo in Italia: non saprei essere abbastanza "stupida e cattiva". O forse sì, ma con il sedere al caldo in una nicchia di salvifico anonimato. Ché qui preferiamo essere inoffensivi o, al massimo, spregiudicati fino al limite dell'ammenda, del buffetto, dello stigma da talk-show pomeridiano.
Sono atea. I libri sacri, per me, sono libri. Libri e basta. Che contengono storie. Affascinanti, talvolta. Incomprensibili, persino inquietanti, talaltra. Il sapore oppiaceo delle religioni mi fa stare alla larga dai riti, dai bagni catartici, dagli ostensori, dalle campane tibetane e dagli inginocchiatoi, siano essi a pelo raso o di legno sbalzato.
Non sono francese. E, a dirla tutta, di solito i gallici non mi stanno particolarmente simpatici. Nazionalisti, snob, mangialumache a tradimento e viziati da quell'orribile erre moscia, invadono le città d'arte, chiedono informazioni nella loro lingua madre e pretendono risposte e, se ti sogni di comprare un pacchetto di sigarette in Provenza, dopo aver finto di non capire il tuo francese, alzano un sopracciglio e sbuffano: "Italienne?"
E sì, sono italiana. Abituata a giudicare per conto terzi, assuefatta al conflitto verbale, alle misurazioni da chi ce l'ha più lungo, agli idioti da stadio, ai dispettucci delle comari, alla prostituzione intellettuale.
Aborrisco la violenza. Quella degli altri, ché la mia è giustificata, se mi sorpassi a destra, se mi manchi di rispetto, se offendi la mia stirpe.
Sostengo la libertà di stampa. La mia e quella di chi mi aggrada, ché a Sallusti e Belpietro darei fuoco al tesserino da giornalista senza neppure passare dal via e ritirare le ventimila.
Io rispetto le religioni. Ma se mi suonano i testimoni di Geova alle otto di mattina, se la vicina neocat strilla i suoi "Hai capito?!?" ogni dieci secondi, un vaffa rotondo e grasso se lo beccano anzichenò. Con la rincorsa, se lo beccano.
Io non sono Charlie. Perché Parigi è a Parigi. Perché sono pigra e riottosa. Perché della Nigeria non frega niente a nessuno. Me inclusa.
Non sono Charlie, perché le parole sono come gli scatoloni: ingombranti, taglienti, pesanti.
Non sono Charlie. 
Ma, mi piacerebbe poterlo dire, nemmeno il suo contrario.



mercoledì 31 dicembre 2014

Tra un'ora


È stato un anno strano. Durante il quale ho imparato alcune cose e, di certo, me ne sono fatta sfuggire migliaia. Un anno di passaggio, fatto di bandiere che garrivano al vento e banderuole piene di fiato. Di parole nuove e cancrene. 
Topodimamma ha voluto sapere - per bene, 'stavolta - come nascono i bambini e ha scoperto il piacere di dire "delizioso".
Ho finito il romanzo. Be', due delle tre versioni quasi definitive. 
Papàditopo ha sorriso spesso, inventato nuovi giochi, portato a casa una mostra difficile.

Ma il Cane A Forma Di Cane (che poi è una cagna) si è ammalato. Oggi la veterinaria (benedetta donna, che suona al campanello il 31 dicembre) ci ha detto che resterà abbastanza in forze per non più di quattro, cinque mesi. E io mi sento già male.
Sono affondate navi, scomparsi aerei, scoppiate epidemie, esplose nuove guerre.
Ho perso fiducia nei lavoratori, fiaccati dalle minacce, dall'inedia, dall'accidia, da portatori insani di camicie bianche e dalle odi al proprio deretano.

Ma ho guadagnato alcuni amici. Altri mi hanno stupito. Altri, qualche volta, addirittura commosso.
Ho mangiato caramelle, fumato a tradimento, sperato di farcela.

Non amo i bilanci, ma ne stilo continuamente.
Non amo il servilismo, ma vi assisto. Ringhiando, magari. Ma a che serve?
Non amo le sconfitte, ma so essere indulgente con la mia fallibilità. Quasi sempre. Spesso. D'accordo: qualche volta (e non se ne parli più).
È stato un anno strano. Sospeso. Forse l'ha deciso Saturno. O la mia indolenza.

Ho la sensazione che, tra un'ora, si affaccerà un anno diverso. Dispari e fertile. E io ci sarò.
Ancora viva.

Dispari e fertile.
Dispari e fertile.
Dispari e fertile. 


lunedì 27 ottobre 2014

Odio ottobre




Odio la tosse secca. Muco debole e fuggitivo che allunga le zampe oltre l'ugola così, giusto per farsi fastidioso oltremodo. Odio nebulizzare le nari per riaprire un minuscolo varco in tutto quell'immobile ottundimento. E odio dormire, in simili condizioni; ché se riposi di lato il naso si tappa da una parte sola, costringendoti a girarti e voltarti come una fettina impanata. L'unica alternativa sarebbe il sonno a pancia in su che, è risaputo, provvede alla par condicio mucolitica. E dormirei pure, in quella posizione, se non odiassi farlo. E se non odiassi la gola secca e riarsa del mattino dopo. Dopo la russata del secolo.
Odio il raffreddore, ecco. Specie quando si sovrappone al ciclo mestruale. Specie quando, quest'ultimo, è già in compagnia di svariate affezioni neurologiche.
Odio il raffreddore, il ciclo e i nervi. E odio le Leopolde. E i neo-yuppies in camicia bianca e lauto conto in banca, amici di scrittori furbi, divenuti ricchi spacciando sogni di gloria. E assenti, che fa più fico se emozionano a distanza. Odio anche le anziane sindacaliste che mi rendono difficile spiegare ai colleghi di lavoro che il sindacato ha ancora un senso, che s'ha da fare, che l'individualismo è una piaga insopportabile. E odio pure spiegare che l'individualismo è un boomerang e che avevano ragione Tozzi, Ruggeri e Morandi: "tanto, prima o poi, gli altri siamo noi".
Odio il metodo al servizio del dolo. Boffo o non Boffo, ti licenzio e non ti reintegro. Ché togliersi un rompiballe dai piedi, sborsando poche migliaia di euro, è comunque una forma di investimento. Odio le minacce velate e quelle svelate. Odio gli abusi di potere e gli scacchi di un colore solo. Odio gli slogan, le parole che sanno di muffa, ma pure quelle troppo, troppo nuove. Così nuove da suonare ottocentesche. E odio il bue che dice cornuto all'asino. Tacesse, porco cane! Che è quasi ora di alitare sul rinato bambinello e poi vediamo se non gli serve, il supporto del bistrattato ciuccio.
Ecco. È semplice, in fondo.

Odio ottobre. E oggi è ottobre.

E ho il raffreddore, il ciclo e i nervi.

lunedì 13 ottobre 2014

Buh!



I centri commerciali non sono più pieni come uova. Neppure durante il fine settimana. Ma le risorse per retribuire il personale sono poche e i commessi, decimati dalla crisi, annaspano comunque. Quindi, se malauguratamente si è una quota di quella scarsità, lavorare il sabato resta una maledizione. Gli avventori entrano, passeggiano, si lamentano per i chilometri che sono costretti a macinare tra ingresso e uscita e, nella maggior parte dei casi, non comprano una beata fava. Si limitano a chiedere - grandissimi figli di Lapalisse - se quel coso con su scritto "copri-piumino" contenga, per caso, un copri-piumino; o se il bollone giallo sulla padella antiaderente con stampigliato "-10%" implichi uno sconto sul prodotto del dieci per cento. Non sono più clienti, ma frullatori di ammennicoli bipedi, affetti da labirintite e con capacità cognitive degne di organismi mono-cellulari in via di estinzione.

Sabato, io, ero lì. A lavorare, sia chiaro.
Confermato a un marcantonio africano che sì, glielo avrei portato in cassa, il tappeto, stavo giusto issando quei due metri e quaranta di cannone peloso sulla spalla quando ho rischiato l'infarto. Davo le spalle alla corsia principale e, dietro di me, è riecheggiato un barbarico "Buh!". Per un istante, riposta l'arma impropria, ho pensato "Non-può-essere"; eppure lo conoscevo, quel verso. Era la sua voce. La più adorabile. 
Mi sono voltata e, davanti agli occhi, avevo il Topodimamma in carne e ossa. 

Viviamo a una distanza di circa quattro anni luce, dal centro commerciale. In tre anni, non era mai venuto a trovarmi al lavoro. Papàditopo e Nonnaditopo erano a pochi passi di distanza, divertiti, quasi che le loro bocche fossero balconi ridenti, cui affacciare un'anima curiosa di godersi la scena. 
Ho alzato lo sguardo. Marcantonio Africano mi guardava, come a dire "'mbe'?! Non è che adesso mi tocca portarmelo da solo, il tappeto, vero?". Ché mica è colpa sua, se si è scordato di prendere un carrello! Ho raccattato il cannone - spiegando al Topo che sarei tornata in un batti-baleno - trattenendo a stento la tentazione di sperimentare una nuova specialità olimpica: il lancio della comunità acara, imbalsamata nel modello Greta a pelo lungo. Ché il giavellotto, al confronto, è roba per signorine.

Poi, finalmente, ho portato Topo a spasso, in braccio, correndo da tutte le parti, uffici inclusi. Le leggende del Topo Narratore sono ben note, a colleghe e colleghi. E mi è presa la smania di mostrare a tutti che esisteva sul serio quell'essere mitico, mezzo Voltaire e mezzo Piccolo Principe.
Finiti i minuti a disposizione, rubati in modo assai poco ortodosso al turno, ho salutato il papà, la nonna e Topo, sbaciucchiandolo fino a consumarlo. Le ore successive mi sono volate. Ho lavorato serena. Anche se era sabato. Anche se i copri-piumino giacevano nelle debite confezioni e le padelle costavano il dieci per cento in meno.
I due belli, messa la nonna sul bus, mi hanno aspettato, gironzolando nell'area commerciale fino all'ora di chiusura. Siamo tornati a casa insieme e Topo non ha vomitato in macchina, né in autobus. Raggiunta Venezia, abbiamo pure mangiato fuori. Pioveva. Abbiamo comprato un ombrello da un giovane ambulante che cantava.
E io ero più felice che mai. Nonostante i piedi distrutti e le mille sporte cariche di qualsiasi cosa.

Felice come la cosa più felice che possiate immaginare. Per la giornata risollevata miracolosamente. Perché Papàditopo odia frequentare i centri commerciali, eppure ha resistito. Per me. Per farmi un regalo infinitamente grande. 
Perché il "Buh!" del Topo non era mai stato altrettanto spaventoso.
Né mai, prima, altrettanto sublime.

sabato 20 settembre 2014

Funeral party



Gli ultimi quattro gradini del ponte e ho guadagnato le riva che si stende dietro l'abside del duomo. Una stola mi è svolazzata davanti al naso, svelando un crocifisso di legno. Un bacio casto e leggero, posato dal celebrante sulla guancia rigata di una signora. Era viola, la stola. E la signora, bianchissima. Neppure il tempo di dare forma al debito "accidenti" ed eccola lì, la bara. Di un bel noce, levigata, lucida. Scendeva piano verso il guscio della barca, guidata da abili Caronte silenziosi.
Dovevo fare la spesa. Trascinavo un carrettino blu e azzurro attraverso la piccola folla mesta, assembrata a pochi metri dal canale.
Mi sento sempre in enorme imbarazzo compiendo gesti quotidiani e sfacciatamente vitali durante un funerale. 
Ma l'impaccio, d'un fiato, è scomparso, travolto dall'orrore. 
Tre turiste orientali, cinesi o giapponesi o chissà di dove cavolo, sostavano accanto al ferale capannello. Indicavano la barca. E la bara. 
E ridevano
Ridevano, scattando foto ricordo.

Forse credevano che qui fossimo tutti immortali. O che facessimo a pezzettini i defunti e li schiaffassimo nei tramezzini dei bar di piazza San Marco. O che, in una città d'acqua, vigesse l'abitudine di scaraventare i trapassati dalle finestre, attendendo un salvifico splash.

Comprendo lo stupore per la particolarità del servizio funebre. Pur deglutendo un bolo di disgusto, arrivo quasi a capire la foto, ché a Quel Paese uno scatto simile desterà scalpore, probabilmente. Ma nella scomparsa definitiva di qualcuno, nelle lacrime degli astanti, nella compostezza dei becchini, che ci sarà mai, di tanto esilarante?
Avrei voluto schiaffeggiarle. O correre a casa loro e danzare su tutte le sacre olle cinerarie, le lapidi, i roghi catartici.
Non l'ho fatto. Mi chiudeva la Coop.

E comunque è vero, sono la solita polemica: magari quelle tre scimmiette sghignazzanti provenivano davvero dalla Terra di Mezzo; non erano mancanza di rispetto, immoralità, idiozia, le loro. 
Semplicemente, non potevano capire. 
Ché, i cinesi, non muoiono mai.


martedì 12 agosto 2014

Estinzione di un poeta



Nel Settantanove avevo tre anni. Eppure mi ricordo l'uovo, lo sguardo rivolto verso l'alto, poco prima del contatto con Orson e quella meravigliosa tutina rossa con il triangolo argentato, che pareva il mio pigiama di ciniglia.
Quando, al liceo, studiando la storia dell'arte m'imbattei in uno degli infiniti autoritratti di Schiele, non seppi trattenere le risa: anche il buon Egon, come Mork, faceva Na-no-Na-no con la mano. 

Durante una verifica, l'insegnante di lettere ci assegnò il tema da svolgere. Dovevamo scrivere brevemente la trama di un film che ci aveva colpito e approfondire, durante lo svolgimento, gli aspetti psicologici caratterizzanti della pellicola. Quasi tutti descrissero le gesta del professor Keating. Un goal a porta vuota, ecco. l'Attimo fuggente sembrava fatto apposta per folgorare le anime di quindicenni straziati dalla fatica di esistere. Io no. Volevo fare l'originale, tanto per cambiare. E non rivelai mai a nessuno quanto suonasse barbarico il mio, di yawp, quando non c'erano orecchi nei paraggi. Tacqui, ché conoscevo quella fatica più di quanto gli altri sospettassero.
Piansi quando morì Neil e quando i suoi compagni salirono sui banchi. Piansi, in rima con quegli occhi bonari, mentre De Niro tornava catatonico in Awakenings. Piansi per l'infinita poesia di Al di là dei sogni. Piansi quando Patch Adams si mise il primo naso rosso. Piansi allo scoppio della bomba al bar in Goodmorning Vietnam. Piansi persino quando a Mrs Doubtfire andarono a fuoco le tette.
Piansi perché ero una frignona, probabilmente. O forse perché Robin Williams era vero. Niente dialoghi smozzicati ed espressioni da triglia sdoganate dalla fiction italiana, né pose plastiche e aloni fluo da telenovela. Quando recitava lui era impossibile distinguere persona e personaggio. Riusciva a sollevare lo spettatore come un panno sporco e a metterlo in ammollo in acqua saponata, impastandolo e strizzandolo, senza che lui se ne rendesse conto. Alla fine di ogni film si era costretti ad annusarsi, per scoprire un odore nuovo sulla propria pelle, fatto di consapevolezza, di visioni che avrebbero avuto uno strascico, di nostalgia istantanea, di languore.

Robin Williams è morto. 
Pare si tratti di suicidio.

E spuntano come funghi i soliti stronzi. Quelli che devono ribadire quanto sia inopportuna una simile scelta per un miliardario. E, parimenti, quelli che devono spiegarti che anche i ricchi piangono (ma solo dopo aver elencato lunghe liste di problemi legati a droga e alcol).
La faccenda è più semplice: il mondo, tra i tetti e l'erba, fa schifo. C'è chi cerca di cambiarlo come può. Quando si accorge di non riuscirci può decidere di adeguarsi o di darsi alla fuga. Di scorticarsi le nocche contro il muro o mollare la cima. «Ma su, c'è lagggènte, lì fuori!», blaterano i soliti stronzi. Non capiscono che il problema è esattamente quello. Se il mondo fosse fatto solo di tetti, per i sogni ci sarebbe un sacco di spazio.
Ora partirà la rincorsa delle emittenti televisive: faranno a gara per sfornare l'intera filmografia dell'attore. È pure estate, quindi una replica vale l'altra. Ci voleva proprio, un bel lutto corposo, per alzare gli ascolti. 
E io, sciocca, orfana e triste, non saprò far altro che rimpinguare l'audience.

Buon ritorno, Mork. E salutami Orson.

martedì 22 luglio 2014

Gaza, la carta, le baguettes



A quindici anni frequentavo un liceo pieno di gente che, a tutti i costi, sentiva di dover apparire diversa. Dai propri coetanei, dalla prole ordinata e ordinaria che genitori avvocati o impiegati di banca avrebbero desiderato avere. Per non somigliare a chicchessia, gli studenti finivano nel gorgo dello stereotipo del ribelle, sfoggiando infinite paia di anfibi viola, cotonature rasta, padiglioni auricolari sforacchiati senza ritegno, bomber e chiodi da combattimento. Quando scoppiò la Guerra del Golfo, tutti noi implumi boccaloni avemmo un nuovo, ottimo motivo per modificare temporaneamente il look. Ai nostri stracci borghesi, aggiungemmo in massa il bianco e nero - qualche impavido, il bianco e rosso - della kefiah, a sostegno del popolo del Kuwait, annichilito dal dittatore iracheno. Molti ragazzi neppure sapevano dove fosse collocato, sulla carta geografica, quel povero staterello. E neppure l'Iraq, a dirla tutta. Ma il bisogno di cavalcare una causa giusta, di manifestare per qualcosa di più dignitoso della mancanza di carta igienica nei bagni, la necessità di schierarsi con il debole oppresso, la pigrizia di accontentarsi di qualche slogan, bastavano e avanzavano. La kefiah finiva attorcigliata al collo, sfoggiata, mostrata come un vessillo, meglio ancora se in pendant con una copia del Manifesto, che nessuno leggeva, ma faceva un sacco fico portare a spasso come una baguette.
La storia non ci appassionava. E i paesi arabi erano un po' troppo in Africa per destare il nostro interesse. A scuola si arrivava a studiare, e solo all'ultimo anno, la prima guerra mondiale; quindi il '48, con l'istituzione dello Stato d'Israele, rimaneva una vaga eco mutuata da genitori comunisti o poco più. Eppure quel conflitto ardeva, lungo la striscia di Gaza, da quasi un secolo. Ebrei cattivi, arabi buoni. Ebrei ricchi, arabi poveri. Ebrei prepotenti, arabi schiacciati. Il succo era quello. Tutto il resto, navigava in un brodo lento di inutili dettagli religiosi, politici, pseudo-culturali. Africani. 
Non sapevamo nulla e non ce ne fregava un tubo. La kefiah bastava, per mostrarci solidali.
Oggi, quasi venticinque anni dopo, ho imparato a leggere un quotidiano fino in fondo. Ascolto il telegiornale con un orecchio terrorizzato e l'altro sfiancato dall'accidia. Mi documento. Ho persino rivalutato lo studio della storia e ammetto una certa vergogna per quel libro del liceo lasciato pressoché intonso. Non indosso più la kefiah. Prima di smarrirsi durante l'ultimo trasloco, quella che avevo finì a foderare il cuscino della mia sedia da scrivania.
Oggi so quale potere abbia lo Stato di Israele, quanto siano pericolosi e indispensabili i tunnel scavati dai palestinesi per aggirare l'embargo, quanto sia strategico l'Egitto, quanto siano affamati gli Stati Uniti, quanto siano potenti i dispositivi anti-razzo degli israeliani e quanto sia vile, da una parte e dall'altra, l'uso degli esseri umani come scudi, come scuse.
Ma continuo a non capirci nulla.
Non comprendo i cadaveri ammassati. I "civili" plaudenti che assistono ai bombardamenti sgranocchiando popcorn. I bambini che scrivono messaggi sui missili, prima che essi vengano lanciati contro il nemico. Non comprendo il concetto stesso di nemico. Sono confusa, troppo e, come dice il cinquenne Topodimamma, mio figlio, lo sono talmente che "mi fa perfino un po' male il cervello". Forse basterebbe imitarlo mentre, strizzando gli occhi, afferma di mettere in atto la "cancellazione della memoria"; e lo farei pure, se non fossi convinta che il problema sia proprio lì. La storia, al liceo, mi ammorbava, perché mi sembrava uno sterile elenco di date e guerre e nomi di generali. Che si ripetevano all'infinito.
Non capivo, non sapevo che una baguette non è mai innocua.

Topodimamma mi guarda, sbircia la tavoletta tecnologica e mi dice "ma l'hai scritto tu, quello? Tutto da sola, così lungo?", indicando il testo. Alla mia risposta affermativa, spalanca gli occhi ed esclama "Wow!" ché, a cinque anni, già una sola parola di otto lettere è lunghissima. Poi piega un foglio di carta e realizza "il mio aereo da guerra! Wuuum!", ignaro dell'inquietante coerenza. Per fortuna, dopo il primo lancio, ci tiene a chiarire che lo aprirà e lo ripiegherà per farci qualcos'altro, "ché se uso tanti fogli devono tagliare troppi alberi, e poi respiriamo male!"
Hai ragione, Topo: la carta serve. Per i libri, per Il Manifesto, per i bagni.