non leggere









sabato 28 gennaio 2012

Quasi febbraio



Arriverà l’inverno. È quasi febbraio, in effetti. Gelerà tutto il Nord, ché qui non siamo bravi a temperare. Folate sferzanti taglieranno i volti e piegheranno le ciglia. Le sciarpe abbracceranno sussurri di vapore; un istante, prima che le parole s’infilino nel giusto orecchio.
Nevicherà, lo so. 
Non ho le scarpe adatte. Esco di casa troppo presto. Ho un’auto fuorilegge, gomme lisce e sterzo anarchico.
Verrà giù come solo dio sa mandarla.
Ma io ho le mie cinque bottiglie. Sciroppo di menta, amarena, latte di mandorla, cedro. Una è piena di caffè. 
E ho il cucchiaio.
Spargerò i colori in giardino. Verde, rosso, avorio, giallo, testa di moro, finché il manto candido non si offenderà. 
Alla vicina dirò che sì, sono pazza; poi riderò a crepapelle.
Povera lei, non sa quanto sia buona un’immensa, multigusto, liberatoria granita fuori stagione.

venerdì 27 gennaio 2012

Oggi



Esausta
come la
batteria
di una Dyane
azzurra
del Settantasei.

Nient’altro.

mercoledì 25 gennaio 2012

Bra(i)nstorming


Sforzati, su! Sii razionale! Razionaaa... le. Razio(n)ale... dovrei avercelo quel software, dunque, in qualche remoto cantuccio del disco fisso. Be’, nel nome, per lo meno. Diciture vuote. Dici? Mi turo gli orecchi. 
Belli i giochi di parole, vero? Alcuni dicono che prolifichino applicando qualche banale regoletta di brainstorming. Eh?! Massì, la “tempesta cerebrale”, quella roba lì, molto in, che funziona come una catena di libere associazioni di idee. Io dico “pera”, tu “però” e io “aperol, grazie, con prosecco e oliva” (poi mi siedo al tavolo e sgranocchio patatine, godendomi il gelo del plateatico). Faccende legate al cervello, insomma; ammesso che non sia già fuggito chissà dove, ‘sto nomade impunito. Quando penso ai cervelli in fuga mi vengono in mente le galline di pongo, impegnate nella medesima attività. O il bancone del macellaio, con le vaschette piene di viscidume in bella mostra. Interiora, frattaglie, nervetti e il solito, sanguinolento blob di “cervella” (non mi spiego perché la sbobba debba essere femmina, oltretutto). Alla materia grigia inglese (sempre elegante, anche con uno spezzato nero, o con uno spezzatino al sugo), mi vien da togliere la i. Nemmeno il tempo di farsi attraversare dalla folgorazione e zot!, lo spot interrompe il flusso: «All Bran, bastoncini per il 27% in pura fibra di frumento». Ottima per i collant, in versione micro, la fibra. Bran? Toh! Si chiamava così pure il mio ex-capo. Ma che vorrà dire? Google, traduttore, da-inglese-a-italiano, et voilà. 
Crusca
Ecco. Lavoravo gratis. Al massimo. Per la crusca. Una buccia stopposa, «ricca di proprietà benefiche ed efficaci per la salute del mio intestino». Destino, o dici che se ne sono accorti? Ebbene sì, Vostro Onore in Scatola Gialla: sono irregolare. Ma non ho mai avuto problemi con le evacuazioni. E neppure con i piani di emergenza. 
Be’, quasi mai.

martedì 24 gennaio 2012

Sole in gennaio



Il lutto è una strana epifania. Quando incombe da lungo tempo, nube carica di vento, immersa in una sospensione elettrica, s’impara a conviverci. Ogni gesto richiede cura, va misurato per bene, perché il fiato che rimane nella gola è solo un fondo di bicchiere. 
E dopo l’attesa, tormento quotidiano e sottile, ecco il nembo farsi carne, all’improvviso. Corpo lucido, che lancia l’ultimo sguardo; al giorno, o alla notte, che diverrà un cerchio nero sul calendario di ciascun anno a venire. Come l’agognata maturità dei diciottenni, avrà finalmente forma. E saprà d’aria. 
Le parole, le poche rimaste, mimeranno riti necessari. Ma non si può comprendere la fine, ché siamo sangue e sogni. 
Incapaci di arrenderci, storditi, privati di umane, dolorose crociate da sostenere, rimarremo qui a vivere, stupiti di ritrovare la nostra ombra proiettata sul selciato. “È uscito il sole!”, ci spiegherà un amico. E noi non potremo fare altro che chiedere “E adesso?”

lunedì 23 gennaio 2012

Prima linea



Salvati dalla Concordia (che nulla ha a che vedere con la conformità di voleri e posizioni, o avete qualcosa da confutare?), i croceristi in gilet gonfiabile si rivelano per ciò che sono: poracci quasi riusciti a godersi una sudata e meritata vacanza o ricchi nullafacenti con la tremarella (e allora chi ve l’ha detto di andare a fare i novelli Ulisse danzanti? Usate lo yacht dello zio, la prossima volta). 
Lo zapping serale è snervante. Ti distrai un secondo ed eccolo, l’immancabile Vespa, con tanto di plastico (ma chi glieli fa, si può sapere? Vorrei tanto inscenare l’omicidio di Barbie...) e un ben addestrato manipolo di inviati-avvoltoi appollaiato sulle coste fronte-naufragio. E i comandanti, che commannare è mejo che futtere, ma se poi fai entrambe le cose, chi t’ammazza? E altri comandanti, che alzano la voce mentre premono rec e play, per garantirsi la medaglia; quella dell’eroe, che mena l’indice e onora la divisa. E ore, infinite ore di chiacchiere, dissertazioni, sfoghi di criminologi e avanspettacolo virato al nero. 
Adesso - i tempi erano maturi, diavolo! - si sono aggiunti loro, al putrescente panierino d’idiozia: i turisti horror. Dopo la faccenda di Cogne, bruciato l’ennesimo rullino, misurato l’ultimo centimetro da qui a lì, contati tutti i fili d’erba intorno alla baita, vagavano raminghi, senza meta, in evidente crisi di astinenza. 
Quello scoglio ha ridato loro lo stimolo. 
“L’isola del Giglio!”, si sono detti, giubilanti, “why not?”
Scattano fotografie, girano video. Con un gigantesco guscio di noce capovolto alle spalle. Sorridono. I più sensibili mostrano musi contriti all’uopo, con tanto di sopracciglia spioventi.
Il copione della miseria umana è sempre esattamente uguale a se stesso. Immutato nel tempo.
Caspita! No, non è l’orrore, a catalizzare l’esclamativo. È la noia.

giovedì 19 gennaio 2012

Tempismo



Aborrisco l’attimino. E il momentino? Lezioso e felino, adotta il solito trucco: fa le fusa; scioglie l’attacco sferzante del primo in una morbida consonante occlusiva, nasale, bilabiale di tutto rispetto, e Plaf!, senza che ve ne accorgiate, in un istante scatta la trappola della riduzione estrema. Il minutino - declassato pure lui da Standard & Poor’s? - aspira alla desinenza in “olo” giacché, segretamente, brama vestire i panni dell’ottavo nano di Biancaneve. Minutolo, quello che cronometra il tempo impiegato dalla squadra per coprire il percorso da A-casa a B-miniera, cantando “Andiam, andiam, andiam a lavorar”. Con il secondino, poi, si sfonda una porta aperta. Oddio, aperta mica tanto, in effetti! Quando egli si aggira dinanzi a un uscio esso giace, solitamente, ben serrato per antonomasia. O no?! (chiedo venia immantinente per la svista, onde evitare che il Sindacato degli Agenti Zelanti si metta sul piede di guerra).
Fatevene una ragione: l’attimino, il momentino, il minutino e il secondino (quello senza divisa, per intenderci) non-e-si-sto-no. Sono un parto (settimino?) della vostra indomabile accidia. Annoiati spacciatori di lettere, biechi frequentatori di Hello Kitty o della posta del cuore di Cioè, secondo voi, esiste davvero qualcosa di più rapido di un attimo? Di un momento? Per il minuto minuto, non vi avanza un secondo? (chiedetelo in prestito all’orologio da polso. Mi dicono essere un tipo generoso). E per il secondo, eventualmente, attenetevi alle opportune frazioni, o ai nani di cui sopra, accidenti!
Per farla breve (so che vi piace): la lingua italiana è complessa, d’accordo. Dovete usarla per chiedere un chilo di pane a chi di dovere, per sapere quando passa il 14, per evitare i cavolfiori a cena? Masticatela pure. Ma mica siete obbligati a improvvisarvi scrittori, per Diana! Lasciatela a riposo, la penna.
Per un attimo.
Un momento.
Un minuto.
Un secondo.
Un... ecco, meglio il silenzio.


mercoledì 18 gennaio 2012

Bam!



È sfiorita da pochissimo, l’alba. La casa è ancora imbottita di scura ovatta notturna. La scala la conosco bene, posso affrontarla anche a occhi chiusi: di legno levigato, lucidata con un solido strato di smalto azzurro, liscia. Un sacco liscia. Un po’ troppo liscia, specie se si scendono i gradini pensando ai crackers da infilare nella borsa per la fame della sera (quella che si presenterà, puntuale, a fine turno) e se si indossano caldi e ben pettinati calzini di lana. Quartultimo scalino. Terzultimo. Penul... 
BAM!
Bene: perché ho un inspiegabile spigolo piantato tra le vertebre? E come mai, mi duole terribilmente metà deretano? E ‘sta caviglia, che vuole da me, tutta strilli e maledizioni? Il polso! Non credo sia il caso di tenerlo ancora a lungo in questa posizione; temo non sia la quintessenza della naturalezza... 
Oh!, lo avrei fatto eccome, un ragionamento rotondo del genere, se solo non mi fosse mancato il respiro. Aria? Niente. Finita, dopo aver malamente tentato di succhiarne qualche centilitro dal corridoio attentatore.

Track!-Tud-tud! Bum-bum-bum-bum-bum!
«Sei inciampata sul cancelletto del nano?»
«No - hhhhhh! - scivolata - hhhhhh! - dalle scale - hhhhh! - che idiota! -hhhhhh!»
Puff-tick-tuck... «Maaaa-mmaaaa! Vieni qui?»

Ero in piedi, quando mi ha visto il piccolo. È bello sapere che c’è qualcuno che si scapicolla (nonostante ci sia una pericolosissima, lucidissima, liscissima scala bastarda, da attraversare con i calzini ai piedi) per controllare che i tuoi pezzi siano ancora tutti al loro posto. 
Qualcuno che ti sollevi dal pavimento, prima che un nanetto quasi treenne si spaventi per nulla.

lunedì 16 gennaio 2012

Un buco



È come un’ostia, benedetta dalle circostanze o dalla necessità. Il dischetto lucido - metallo e adeguate scanalature - s’infila in bocca, tra i denti; scende lungo la trachea, sfiora i polmoni. Tintinna nello stomaco, tra schegge arrugginite di fraintendimenti, offese gratuite, sgarbate opposizioni, e oplà!, il miracolo è servito: il sorriso a gettone brilla, finalmente, sulle labbra.
Scalda minuti dolenti, accarezza timori vestiti di rabbia, rassicura intellettuali annoiati, sopperisce ai “buongiorno” strozzati in gola.
Serve sempre, per una buona causa o per il passaporto.
Dlin-contrazione muscolare-condiscendenza.
Dlin-dlin-dlin-dlin-dlin.

Ho infilato la mano nella solita tasca. Deve esserci un buco, nella fodera.

Illuminazioni




Grazie a te, che me lo hai fatto conoscere (chevvifrega chi è "te"?). Diventerà la mia bibbia.
Bill Hicks e i giocolieri...

sabato 14 gennaio 2012

Il succo? È alla frutta



Ci sono cose che mi fanno passare la voglia. Certo, detto così non significa granché, d’accordo. Ma è l’espressione pop più vicina a quel buco - senza menta intorno - che si apre, nero e asfittico, tra le imprevedibili vie della pigrizia. Be’, di quello che gli umani pigri definiscono pigrizia. Perché, in realtà, non di questo si tratta. Una nausea lieve, che coglie all’improvviso alla quarta onda, un annuncio di voltastomaco capace di germogliare soltanto in un terreno fatto di inizi strozzati e di pillole dorate per palati sin troppo nobili.
«Ma tu, non eri quella simpatica, dallo stile garrulo e brillante?! Nel tuo vocabolario mica esisteranno termini inverecondi tipo Vaffanculo, vero? Oh! Perché se è così, non ci siamo proprio!»
Perdo entusiasmo per le situazioni che nascondono, più o meno velatamente, gli aloni ammuffiti del dogma. Rifuggo tutto quanto olezzi d’indottrinamento (forse per questo non rientro nell’ampio catino benedetto dei credenti). Me ne accorgo quasi sempre per tempo. E quando sono in ritardo, dopo la debita ingestione dell’inevitabile, purulento rospo, mozzo i rami rinsecchiti.
E chissenefrega. Delle cosiddette occasioni, delle dritte, delle lusinghe. Chissenefrega, se ne va del sereno “Ah, sì, ti riconosco” che ammicca dal fondo dello specchio.
Ho una faccia. Ma anche un paio di polmoni, un intestino, uno sterno. E - crepi l’avarizia! - addirittura un’ombra, che è a mia immagine e misura. 
Vi siete affezionati al tetrapak - perché è tutto colorato, liscio e poco ingombrante - e, accidempolina!, avete scordato che, lì dentro, non troverete altro che latte?
Ottimo. Ne approfitto per tornare alla bottiglia di vetro. Almeno, se vi venisse il ghiribizzo di sbatterla nel carrello, non immaginerete di ingollare un litro di succo tropicale.