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lunedì 30 aprile 2012

36




Mi sembrava un numero particolarmente insipido, fino a qualche ora fa. Dopo l’opportuna overdose di zuccheri - che la crema pasticciera è un’arte perigliosa - un caffè corretto panna montata, la candelina spenta (una e simbolica, che non ci sono estintori a portata di mano) e una solida Diana Blu, devo ammettere che la prospettiva è cambiata.
Trentasei. 
Diciotto? Sì, per-due, come le gambe. La boa della maggiore età oltrepassata a pelo d’acqua; e pure a contro-pelo, già che c’ero. Non amo le cifre tonde ma forse, questa, un senso ce l’ha (con buona pace di Vasco Rossi).
Non mi dispiacciono le rughe. Quelle che s’impennano sotto gli zigomi, quelle che arricciano il naso, quelle che increspano le palpebre. Perché suggeriscono, nemmeno troppo in sordina, che la mia faccia, da quando ha imparato a ridere, non ha più smesso.
La pelle non è più tonica, qualche capello è impallidito inesorabilmente, la taglia trentotto è alla conquista della quarantadue, la schiena fa le bizze. 
Chissenefrega. È tutto talmente naturale da essere sacrosanto e perfetto.
I cento “buon compleanno” degli amici, il piccolo che canta, con il papà, “Tanti auguri a te” (mettendoci persino la erre!), la cagna che scodinzola e, fuori, le lucertole che si rincorrono, in un instancabile zig-zag tra il pesco, l’albicocco, il glicine e i girasoli. 
Ecco cos’è, che trasforma un insulso 36 in un pomeriggio di primavera.

venerdì 27 aprile 2012

Buon compleanno




Gioia. Si chiama così, la maestra d’asilo di mio figlio. Be’, la giusta definizione è educatrice, in realtà; e io non dovrei cedere alla tentazione di nomenclature nostalgiche e scorrette. Non devo a ragion veduta, a dirla tutta, ché i latini già sapevano che ex-ducere significa trarre fuori, allevare, condurre a compimento le naturali inclinazioni di un individuo, muovendosi entro un adeguato perimetro di regole, sponde fondamentali per una convivenza serena. 
Entrambe, Gioia e io, festeggiamo il compleanno il trenta aprile. Anche se lei è nata nell’86, dieci anni dopo di me. Strana coincidenza, no?
Qualche giorno fa si è presa della lavativa dai genitori di una bimbetta inespressiva e dispettosa. Perché si è permessa di partecipare a qualche assemblea e, addirittura, di scioperare per un’intera giornata. L’anno prossimo, per fare cassa, qualcuno potrebbe chiudere la sezione “nido” dell’asilo. Gioia perderebbe il posto di lavoro e, con lei, le ausiliarie (alla soglia degli anta) che tengono pulite e in ordine le aule, consolano cosini di diciotto mesi con le ginocchia sbucciate, sorvegliano entrate e uscite.
«Sono andata a casa, mi sono fatta un pianto e, il giorno dopo, ho cominciato a chiedere a tutti se, per caso, apparissi davvero come mi avevano descritta», mi ha detto Gioia. «Ma va là, patata!», mi sono limitata a risponderle, «deve sempre ricordarti di verificare quale sia il pulpito da cui viene la predica! In certi casi - te lo dico da vecchia zia - io ho imparato a prendere simili critiche per complimenti... mi spiego?»
Ho cercato di alleggerire. Poi le ho chiesto se il prossimo luglio terranno aperta la struttura per i centri estivi. Un mese di giochi d’acqua, piedi nudi nell’erba, sole e piccoli guerrieri armati di palette e secchielli. «Spero di sì,» mi ha risposto, «anche perché - detto tra noi - solo così mi pagherebbero anche il mese di agosto. Che, per carità, non è che ottocento euro siano una fortuna, ma meglio di niente, no?». 
«Ottocento euro?!»
«Sì, perché sono anche coordinatrice. Altrimenti sarebbero cento in meno.»

Cristo, no! Eh no, porco cane! 

Non date a Beppe Grillo, del populista, prendetevela con me, perché sto per spararne una sfilza, d’accordo?
Fanculo alle scuole private, religiose e non. Fanculo ai porci con le cravatte Regimental infilati nella solita autoblù mille-e-sei. Fanculo Pd, Pdl, Centro, Dintorni, ABC e tutto l’alfabeto di ladri auto-eletti, sedicenti rappresentanti del popolo. Fanculo al caro benzina, all’Imu, all’Iva, alle tasse regionali, provinciali, comunali, condominiali. Fanculo gli idraulici che non emettono fattura,  i notai, i dentisti, gli oculisti, e tutti gli altri “isti” che riducono la professione a una targa sulla porta e a uno stramaledetto viaggio nel mar Rosso. Fanculo all’abbonamento carissimo, e all’autobus che c’è fino a una cert’ora. Fanculo a banche e banchieri, novelli Dracula non per fame, per avidità. Fanculo agli schiavisti dei call center, della grande distribuzione, delle compagnie assicurative. Fanculo ai contratti a tempo, che impediscono di far valere i propri diritti e sfilano la dignità dal volto della gente.
È fuori da ogni grazia umana, prima che divina, che la ragazza, forte, preparata, giovane, piena di brio, che ci ha aiutato a insegnare a nostro figlio a pronunciare correttamente il proprio nome, a fare pipì nel vaso, a mangiare con la forchetta, a usare una forbice, a rispettare il prossimo, a collaborare, ad amare i sassi del giardino quanto le favole, rischi di rimanere disoccupata. Ed è folle che l’imbecille di turno se la prenda con lei. Quasi quanto il fatto che un paese, in cui tutto ciò convive con nonchalance, continui a definirsi civile.

Tanti auguri, cara Gioia. E grazie di tutto.

domenica 22 aprile 2012

Ocra elettrico




Doveva essere qualche accidenti di rito catartico. Una specie di immersione nel più imo strato della natura, o dell’archetipo umano. Le piaceva stare così, incorniciata dal metallo della porta-finestra spalancata, a godersi il cielo giallo farsi grigio e poi nero. Non poteva evitare di ripetere “farà danni, viene dalle montagne”, giusto un istante prima di allungare i piedi nudi oltre la lunga piastrella di marmo, fin sulle minute losanghe stracotte del terrazzino. Preda di una fibrillazione incomprensibile, “Conta i secondi tra il lampo e il tuono!” trillava, “Sei pronta?” 
Non lo ero. Infilata in un pigiama zero-dieci, detestavo ogni folata, il zig-zag luminoso delle saette, il rombo mortifero di scontri inarrivabili. La mia carne pareva farsi a brandelli, lungo lo scheletro; molecole scomposte dal terrore. Odiavo vederla lì. Avevo tutta la paura del mondo. “Mamma, torna dentro, per favore!” frignavo, ma lei non sentiva. I suoi timpani erano invasi dall’odore dell’asfalto, dai rami sfogliati dal vento cupo e circolare, dal tintinnare sinistro di qualche lattina sui marciapiedi. Con chi parlava? Di chi erano la voce e il profilo cui si rivolgeva puntando lo sguardo tra i nembi? 
No, in realtà non è che odiassi vederla lì: odiavo lei. Perché aveva un corpo vuoto, che se ne stava in un remoto altrove troppo distante dall’umidità della terra. E da me.

Non c’è equilibrio, oggi. Umore mutevole. Perché sono una donna, e meteoropatica, per giunta. Perché piove a gocce grosse e sfacciate, mentre un sole sfinito cerca di allargare uno squarcio tra le nuvole. 
Potrei non essere così nervosa, se solo, dai tetti tra gli orti sino al ponte del duomo, un bell’arcobaleno stirasse la schiena, incurante di quest’orribile, ferale ocra elettrico.

sabato 7 aprile 2012

Pasqua. Con chi voglio.



Ecco fatto, domani è Pasqua. Santa, per chi ci crede. Santa perché risorge Cristo. Eh, ‘nata-vòta. Una ricorrenza la capirei, per carità. Mica ignoro il valore di un compleanno, per esempio. Quello che non riesco proprio a comprendere sono gli inni di giubilo che puntualmente, ogni anno, recitano “Osanna! Gesù è risorto!” (ma non si chiamava Cristo?!). Venerdì ri-muore, sabato tutti a elaborare il lutto, domenica Zacchete!, eccotelo che sguscia fuori dal sudario e, come le paste della comunione, si ripresenta. Che poi, non erano tre, i giorni di catalessi? Uff, davvero non mi ci raccapezzo.

I miei vicini appartengono a una communità tutta particolare: sono neo-catecumenali. E, a me, terrorizzano. A Pasqua, di solito, si dedicano al battesimo di un pargolo, passando la nottata a intingere l’infante nell’acqua santa. Uh, che esagerata! - direte voi - mica potranno avere ogni anno un nuovo figlio dal quale rimuovere il peccato originale (a ri-eh...)! 
Sbagliate. Devono rimpinguare il gregge, allargare la cerchia (non so se mi spiego). 
Quando passeggiano accanto a Don Fastidio - obeso mentore e sommo sacerdote della Community che osserva, torvo, da sotto la tesa del Borsalino - dimenticano di salutarci. Forse perché hanno ricevuto, a nostra insaputa, una “proposta che non avrebbero potuto rifiutare”? O perché non siamo sposati, perché non frequentiamo la chiesa, perché nostro figlio non ha fatto la bustina di tè, né a Pasqua, né a ferragosto, e l’olio santo non gli ha neppure sfiorato la fronte? Siamo fuorilegge. Prima o poi agguanteranno il piccolo e lo raperanno a zero, per controllare che non abbia tatuato, sul cuoio capelluto, un sonoro 666.
Hanno teso una rete oscurante tra il loro giardino e il nostro. Non vogliono che la prole benedetta abbia troppo a che fare con questo bimbetto riccioluto e biondo, candidato al limbo eterno (le spie del demonio - è noto - sanno camuffarsi alla grande). Non si sa mai, magari il furore cattolico dei frugoletti on the road potrebbe squagliarsi, tirando una palla di Ben Ten da qui a lì, o ridendo con il nemico dell’agilità di una cavalletta (per ora, nessuna invasione da segnalare). Ma i cattolici, una volta, non erano quelli che, tra un’ostia e un Amen, ripetevano “Ama il prossimo tuo come te stesso”?
Abbiamo scoperto che anche il nostro pediatra di fiducia fa parte della stessa Community. Il piccolo, ogni volta che incappa in una visita di controllo, piange disperatamente, manco lo squartassero vivo. Abbiamo la fortissima tentazione di cambiarlo, possibilmente piazzando al suo posto un nostro amico medico. Pediatra. Gay. Così magari ci becchiamo la scomunica ufficiale, con tanto di ignominiosa espulsione dall’isola. 
Ché le cose si devono fare per bene, e siamo (poveri) diavoli assolutamente coerenti, noi!
Un’occhiata al polso. Pasqua, tra meno di due ore. Don Fastidio e i suoi accoliti, per un’intera giornata, fortunatamente, saranno in altre faccende affaccendati, e potranno risparmiare fiato, moniti, altrui porte e vernice scarlatta. Roba che mi viene da santificarla sul serio, ‘sta resurrezione...
Per l’occasione, noi ci abbracceremo ripetutamente, ci sbellicheremo per qualche nuova, meravigliosa scoperta del piccolo, ci abbufferemo di cioccolato, e pregheremo un sacco. 
Sono certa che Madre Natura sarà bonaria e ci risparmierà l’acetone.

lunedì 26 marzo 2012

Bruchi di marzo



La riva da percorrere è inondata da un sole sfacciato. Ne calpesto il selciato mentre vado da qui all’asilo. Ve lo dico subito, risparmiate l’ironia: vado a prendere mio figlio; io, dal tunnel (quello di cemento armato, con l’arcobaleno di vernice anti-pioggia), sono uscita oltre trent’anni fa. 
È inesorabilmente marzo. Me ne accorgo perché si compie, puntuale, un rito conosciuto. Con la primavera i bruchi abbandonano l’abito bolso e sfidano il cielo. 
Sono uscita prima delle tre e mezza, oggi. I tacchi, bassi, sonori e comodi, borbottavano il loro tlock-tlock in un silenzio rotondo, profumato, brillante. Dal muro, si è staccata la prima: ali frastagliate orlate di nero, di un arancione carico appena ammorbidito da radi pois scuri. È sbucata da dietro la schiena volando alla mia sinistra, mi ha tagliato la strada, si è appoggiata di nuovo sulle pareti esterne del palazzo alla mia destra. Qualche metro più avanti, ecco la seconda. Uguale all’altra. Stessi colori, stessa grazia, stesso schema danzante. Quando la linea delle abitazioni si è interrotta, lasciando spazio all’arioso slargo prima del solito ponte, la coppia volante ha cambiato strategia: un perfetto otto (o sarà stato un fiato d’infinito?), con il mio metro e settanta d’ossa prima in questo cerchio, poi in quello, poi in questo, poi in quello... roba da far impallidire persino i cinguettanti pennuti di Biancaneve.
Se riuscissi a concentrarmi sulle splendide ali, escludendo dalla mente il fatto che siano appiccicate a orribili, mostruosi, bavosi insetti, quelle due farfalle mi tornerebbero un sacco simpatiche. E magari, invece che polverizzare il record dei 1500 metri piani in fuga dal raid, potrei addirittura improvvisare un soave canto disneyano, alla faccia di quella sciacquetta, principessa animalista dei miei stivali. 

venerdì 16 marzo 2012

Monti e l'Abbiccì


Il sobrio Monti, al tavolo con il terzetto Alfano, Bersani, Casini, ha qualcosa di cartoonistico. Non so perché, ma mi ricordano le Giovani (si fa per dire) Marmotte al falò del Gran Mogol (no, non il paroliere di Battisti). Chiacchierando per cinque ore, pare abbiano raggiunto l’accordo su articolo 18 e giustizia, inclusa la responsabilità civile dei giudici. Fumata nera (chissenefrega, tanto era notte e non s’è vista) sulla Rai e sui temi relativi alla crescita economica.
Un riassuntino? Ai lavoratori tocca digerire il modello tedesco: “Mannò, non ti sto licenziando perché ti discrimino, è che tu manchi di disciplina e che io nun c’ho i soldi”. Ah! La causa durerà pochissimo, ché mica si può perdere tutto ‘sto tempo a tirare pedate a ignobili sederi fasciati da tute blu. 
Poi? Fornero - che, senza inopportuni articoli, passava di là - accelera sulla riforma sociale: basta con i millemila co-co-qualcosa. Su precari e disoccupati pioveranno “paccate” di contratti riuniti sotto un’unica egida: “F&T”, meglio noto come Firma&Taci, che fuori c’è la fila, e se non vai avanti col Cristo, la processione s’ingruma. Uh! Sei donna e, per di più, gggiovane? Fortunella! Ti offriamo un impiego con i contro-fiocchi! Come? Il bambino ti è rimasto fuori dalle liste dell’asilo? E vabbe’, come non detto... mica possiamo far miracoli!
Che altro? Ah già, Celo-manca, ché si chiamerà Giustizia per qualcosa. Ad Angelino va la figurina delle intercettazioni telefoniche (gli piace collezionare figurine, che ci volete fare?). A Bersani (pure lui, non scherza) quella dell’anticorruzione (botte ai privati, alle cricche e ai furbetti in doppiopetto, che pagheranno un po’ di più quando chiedono o accettano il pizzo. Per le giarrettiere ancora non si sa nulla).
Alla faccia dei leghisti, la responsabilità civile dei giudici dovrà essere limata e rimessa sulla bilancia; strizzando l’occhio alla moda, infine, per le toghe saranno valutate nuove nuances di rosso (gridare alla Toga Vermiglio, ammettiamolo, su!, fa tutto un altro effetto).
E la Rai? Non se ne esce. B la vuole pubblica. A è affezionato a Gasparri. Never ending story senza fortunadrago.

Ma, Lubrano docet, la domanda sorge spontanea: che diamine ci faceva, lì, Casini? Ehm, scattava foto da postare su twitter, augurandosi che questa esperienza di governo superi indenne il 2013. D’altronde, è sempre dall’ABC che si comincia, no?
Noooooooo!

giovedì 8 marzo 2012

Ottomarzo


L’azienda per cui lavoro preferisce che non si facciano straordinari, ché non ama pagare più di quanto dovuto. Allestisce gioiosi corsi di marketing spinto per i ragazzi dei reparti (il nuovo grido di battaglia è “Vendere! Vendere! Vendere!”), richiede una divisa pulita e stirata e trentadue denti lindi, infilati in un sorriso smagliante; più bianchi e affilati di qualsiasi testimonial da dentifricio white-qualcosa. Però, ieri, ha donato a ciascuna dipendente femmina il mazzolino di mimosa d’ordinanza. Evviva.
Ho ricevuto altri fiori anche oggi. Sempre i medesimi tondi bioccoli gialli, da parte di un’amica.
L’otto marzo è l’otto marzo. È utile, come qualsiasi cosa aiuti a mantenere sveglia la memoria. Non mi dispiacciono gli omaggi floreali, né l’insolita gentilezza dei bipedi di sesso maschile. Certo, un po’ affettata, leziosa, vestita dell’immancabile ghigno sornione, che resta appeso alle labbra per sottolinearne la caducità. Cavalieri a tempo determinato, insomma, perfettamente coerenti con il periodo storico, la crisi, i contratti semestrali rinnovati (e mica è detto!) all’ultimo secondo.
Non amo le disparità. La mancanza di rispetto mi atterisce a trecentosessanta gradi; le questioni di genere, al massimo, aggiungono ulteriore abbattimento. “La donna è tale tutto l’anno, non solo oggi!”. Et volià, la regoletta d’oro per l’imbottigliamento dell’acqua calda, sentenziata dalla solita femminista della domenica (o del giovedì, tanto è uguale). Ripeterlo ogni otto marzo vi sembra necessario? Avete ottenuto strabilianti risultati, sinora? 
Meritiamoci la stima degli altri esseri umani, senza troppe recriminazioni vuote, senza slogan da spot pubblicitario, senza sputare - altere e toste da paura - su quattro poveri fiori. Sono vivaci, sferici e soffici e, a me, stanno simpatici.

Oggi mi tocca la ricostruzione di un molare. Per ricordare la morte di decine di lavoratrici, in fondo, anche il trapano può essere catartico. 
Spero solo che il dentista non si vesta di giallo.

lunedì 5 marzo 2012

Voglia di ramazza



Ho sempre detestato i cani di piccola taglia, specie se ringhiosi e convinti, intimamente, di essere dei Dobermann. Non a caso, in tempi non sospetti decisi che, se mai avessi preso con me un “fedele amico dell’uomo”, esso sarebbe dovuto essere, in tutto e per tutto, cinomorfo. Insomma: un cane a forma di cane. Almeno una dozzina di chili, orecchi flosci quanto basta, muso non piallato da madre natura, coda intera, zampe snelle e falcata fiera. Ah! e nero, possibilmente. Al canile incontrai una cagnetta perfetta.  Fu amore (reciproco) a prima vista. Lasciata sufficientemente libera dal custode, mi saltò in braccio e non mi permise di dire altro che “Be’, credo di essere stata adottata!”. Zena è la regina cinomorfa.
Da sabato scorso (e così sarà sino a mercoledì), la nostra famiglia è ammorbata dal dog-sitting forzato. Un’amica è a spasso per l’Italia e - accidenti! - noi siamo gli unici che, ancora, accettano di tenere in casa il suo nefasto Coso pulcioso. Un inutile affarino impettito di cinque chili, color miele rancido, che ulula come un lupo delle steppe, orina contro ogni spigolo - più o meno vivo - di divani, stendibiancheria, stipiti, sedie e via ammobiliando e, se costretto a non fare quel che gli passa per la testa, pronto a estrudere la demoniaca mandibola e azzannare l’azzannabile. Mi prudono le mani. Nemmeno la peggiore psoriasi potrebbe farle fremere altrettanto. Ho una gigantesca, incredibile, insopprimibile voglia di prendere quel suo minuscolo deretano (sempre ben in mostra, ché la codina ridicola la tiene ritta come un’antenna) a scopettate. Vorrei ramazzargli il didietro fino a spazzarlo fuori dall’uscio, in giardino. Giorno e notte. Fuori, maligna bestiaccia! Al freddo, microbo peloso, così vediamo quanto dura quell’espressione strafottente intorno ai dentini aguzzi e irranciditi. Ti senti lupo? E allora esci, e goditi la distesa di altissima erba matta che che infesta l’orto, abitata da gatti grossi come bufali. E ti va ancora di lusso, ché l’autostrada - Uh, che disdetta! - è troppo distante da casa mia, e la scopa mi si consumerebbe tutta.

giovedì 1 marzo 2012

Ciao, Lucio


Avevo una decina d’anni. Il giorno più antipatico della settimana, il primo, si concludeva sempre nel medesimo modo: l’ultima scarpetta nel piatto, “Dài, Ale, che domani hai la scuola”, e una magnifica sigla. Pam-Pa-(un)-Parapapà-dibedebedeb-dubuduà!Pam-Pa-(un)-Parapapà-dibedebedeb-dubuduà!(chitarra)... La tele era accesa su Rai Uno; il gabbiano di pellicola bianca - ali bucherellate e curve sinuose - svolazzava beatamente sul logo delle maggiori case di produzione cinematografica, in un arcobaleno di raggi cangianti su sfondo nero. Stava per cominciare “LunedìFilm”, appuntamento imperdibile per godersi il capolavoro di qualche regista. È proprio da quella sigla, Lunedì Cinema che, assai prima di frequentare un corso di musica, ho imparato cosa fosse lo scat. L’avevano scritta gli Stadio. La cantava Lucio Dalla. Una voce incredibile, capace di farsi armonia, strumento a fiato, ritmo, controtempo. Miele struggente in Caruso (il cognome di nonna!), acume sonoro tra una boccata e l’altra di una Marlboro, nei panni di un angelo polemico (solare compagnia che usciva dall’autoradio di mio padre, negli infiniti viaggi verso sud), lama ironica e sottile di un Disperato Erotico Stomp, mentre io cercavo di capire di che diamine parlasse, quella canzone...
Lucio se n’è andato, tre giorni prima di soffiare forte sulle sessantanove candeline già pronte sulla torta. 
E io me ne resto qui, a casa.
Sola e scema, per qualche ora. A piangere. 
Perché non so smettere di pensare al giorno in cui il mio uomo, limpido e dolce, mi cantò Cara e io, farfalla senza muro, ebbi voglia di gelato.

Buon volo, caro Lucio.

martedì 28 febbraio 2012

Biancosa


Quando lessi Cecità di José Saramago ne fui travolta. Il libro perfetto. Una scrittura densa ma agile, ricca e sferzante insieme. Agghiacciante e magnifica. Da brava serial-reader sistematica e compulsiva, dopo un simile, sublime choc, scelsi di affondare tra le pagine del Saggio sulla lucidità. E... come ve lo spiego? Avete presente la sensazione di rivalsa, il delirante orgoglio che vi ha colto quando la nazionale ha vinto i mondiali nonostante la testata di Zidane? Ah, non siete calciofili. D’accordo, allora immaginate Tom che riesce a fare a pezzetti Jerry, per una santa volta, o Paperino che si attrezza con una bambolina woodoo di Gastone, proiettandolo nel pianeta dell’eterna sfortuna, o che non rimanga altro che un’orribile poltiglia del lesto pennuto, sotto il macigno liberatore di Willy coyote. Ci siamo? Bene. 
L’arroganza del potere è una prassi insopportabile, e Saramago ne era profondamente consapevole, suo malgrado. 
Nella capitale innominata di un paese sconosciuto si tengono le elezioni amministrative. Oltre il 70% della popolazione lascia la scheda in bianco. Durante la seconda tornata di votazioni, imposta da governo e opposizione annichiliti, la percentuale sale di tredici punti.
Il governo si auto-esilia. La città, posta in stato d’assedio militare, viene battuta a caccia degli organizzatori della pericolosa insurrezione silente e, in particolare, di una donna. L’unica che, quattro anni prima, non perse la vista durante il periodo di cecità bianca (ecco il richiamo al capolavoro del ‘95) che pare stia cogliendo nuovamente gli abitanti della capitale.

Quando la democrazia esala l’ultimo respiro e il potere viene calcato sul volto delle persone come uno stivale sporco e logoro, ai cittadini non resta che smettere di guardare, per non farsi sopraffare dallo scoramento. E fare una scelta politica, proprio quando la politica del palazzo non ha più alcuna dignità esistenziale. Capite? La gente muore. Viene uccisa, eliminata, rimossa. La gente non deve pensare, non deve decidere, non deve fare scelte che non siano ampiamente previste, pilotate, gestibili. Il gregge deve rimanere tale! Non è che una pecora possa arrogarsi il diritto di mettersi su due zampe e andare in giro a chiacchierare.
Ebbene: di gioiosi ovini con le scatole piene, ne sono certa, qui e ora ce ne sono un bel po’. Quasi un terzo degli italiani non andrà a votare, al prossimo giro di boa. E poi ci sono “gli indecisi” (ah, che pessima categoria!), quelli che si ammaleranno, quelli che scorderanno di andare al seggio o smarriranno la tessera il giorno prima.

Quando si terranno le elezioni amministrative, anche io lascerò la mia scheda intonsa. Bianca. Glauca. Abbacinante. Farò parte del nuovo popolo dei biancosi, consapevoli o semplicemente distratti. Resisterò come posso, attendendo che i miei occhi siano inondati dalla luce. Una luce tanto chiara e forte da abbagliare. Ché sarà populista quanto vi pare, e facile, e noioso, ma è vero che i beceri “eletti” che ci ritroviamo sulla testa, rossi, bianchi, neri, verdi o stellati, sono tutti uguali. Certo, è vero: qualcuno fa più schifo di qualcun altro. Be’, a quell’altro dovremmo dare la medaglia?!
Che affondino nello stesso mefitico fango che producono.

Io metterò le scarpe buone, controllerò di avere i documenti nel portafogli, fumerò una sigaretta nel tragitto tra casa e seggio.
E poi canterò il mio inno al bianco. Come una sposa fiera che abbracci la propria umanità.