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giovedì 22 novembre 2012

Carte... scoperte




Suona il telefono. Rispondo. È mio padre. 
Come stai? E il lavoro? E l’acqua, è ancora alta? Certo che i politici son tutti ladri... l’hai sentita l’ultima? 
Chiacchiere sul quotidiano. Il piccolo sta disegnando sul tavolo della sala. Qualche dinosauro “con il pippi”, probabilmente, ché in questo periodo vanno via come il pane. Io sono in cucina. Faccio conca con la spalla per accogliere la cornetta, finché la cicca non è accesa e il fumo esce, placido, oltre la porta che dà sull’orto.
Sento alcuni rumori, di là. La sedia alta di legno che si sposta, piccoli passetti in fuga, la porta del bagno che si apre. Poi acqua che scorre.
Alcuni minuti dopo, la porta sbatte, la luce del corridoio fa click, i passetti si avvicinano. Topodimamma sbuca all’improvviso, con lo sguardo fiero e l’occhio vispo: «Mamma! Ho fatto la cacca! Ma sono stato bravissimo, e mi sono pulito da solo!».
Giubilo! Orgoglio! Stupore! E panico...
«Ehm, amore! Sei stato davvero un fenomeno, ma cosa ne dici se diamo una controllata, laggiù, per vedere se è proprio tutto pulito-pulito?»
Mio padre, in presa diretta sull’evento, se la ride in viva-voce. 
Tornati in bagno, inizio a ispezionare la zona dell’ipotetico patatrack. Ma non ci sono tracce di disastro! Solo una pallina di carta igienica, rimasta intrappolata in quel compatto, adorabile paio di chiappette. Il Topo la estrae bellamente, solleva il braccio in alto ed esplode: «Nonno, guarda qui! È solo una pallina! Hai visto che sono stato bravissimo?!»
Eh, potere del viva-voce: materializza il senso della vista anche senza video-telefono.
Mio padre si sganascia fino alla tosse. 
«Ma allora, furbetto, dov’era, ‘sta pallina?»
«Ma dài, nonno! Nel culo, no?!»
Ecco. Avrei dovuto cedere alla pigrizia, astenermi dal realismo e insegnare a mio figlio che, quello che ha lì dietro, si chiama “sederino”.
E comunque, sederino o culo che sia, è ben aggrappato a una struttura ossea solida e flessibile. E lunga. Lunghissima. Mi è cresciuto sotto il naso. 
E sì, accidenti! È bravissimo.

domenica 21 ottobre 2012

Sassi




Lasciarsi strozzare dal magone, far prevalere l’indignazione - impalpabile, bianca, stoica quanto lo zucchero a velo sulla focaccia bollente, affogare un gesto in un magma collettivo sino a renderlo pappa per palati molli, è facile. Comprensibile, magari; ma vacuo. Sciocco. Roba per gente pigra.
Noi umani, animali dotati - per quanto spesso refrattari - di pensiero, abbiamo comunque bisogno della forza. Di quella linfa vitale che ci permette di compiere ogni atto, ogni movimento. Altrimenti saremmo pietre. Sassi lisci o bitorzoluti, minerali inerti. Il guaio è che la forza può farsi eccessiva. E divenire impeto. Follia; poco conta se opaca o lucida. O violenza. Ché il vigore sa lievitare in pre-potenza. Un dominio inarrestabile fatto di nocche, lame, mutilazioni, fiamme, proiettili. E bicchieri, sempre gli stessi, rotti mille volte, mai sepolti.

Anche le donne sono violente. Alcune sanno scegliere parole capaci di annientare, torturare, annichilire. E mica tutte pesano cinquanta chili, o non raggiungono il metro e sessanta! Ci sono armadi-femmina a otto ante - in grado di abbattere un maschio come nemmeno una mandria di bufali, che non si limitano alle aggressioni freudiane.
Di solito, però, capita il contrario. È lì, il problema. Non nella questione “di genere”, ma in quel necrotico, asessuato “solito”. Ci siamo ridotti a credere che l’imposizione, l’offesa, la ferita, siano pallide tracce della consuetudine. Un’usanza becera, truce. Ma-tanto-poi-passa.
Fino alla prossima volta. 
Perché gli uomini che uccidono le donne sono maschi, certo. Ma anche individui. Persino figli. Di padri con la testa quadrata, forse. E di madri - donne! - troppo impegnate a proteggere giardini di ortiche. 
Il problema è il "solito". Perché anche noi siamo i soliti. 
E le solite.

venerdì 12 ottobre 2012

Gomma



Ecco l’indignazione. La solita, maleodorante muffa di chi simula cecità; che, di quella finzione, pare aver fatto un mestiere. Ecco le voci straziate e gli indici rigidi, puntati contro un poliziotto dai modi bruschi, indecenti. Ecco il caso giornalistico, carogna fumante sulla quale adorano gettarsi le iene della carta stampata - con l’editoriale sentenzioso in tasca, gli zoom invadenti, i canini affilati e coperti di bava vischiosa - acquolina mefitica a contar gli incassi. 
Ecco il folletto dell’oblio che, nel pieno rispetto delle consegne ha sfilato senno e memoria, per l’ennesima volta, dalla testa della gente.

Di figli dalle braccia di gomma è pieno il mondo. Arti elastici, tirati sino a smagliarne la sostanza. È pieno il mondo di ex mogli ed ex mariti che, pur di risultare vincitori, non esiterebbero a strapparle dal tronco, quelle amabili braccia. Perché lo strazio è invisibile, così come gli occhi sbarrati del testimone. Perché da tempo, per quel trofeo indivisibile, è stato fatto spazio sul ripiano più alto delle recriminazioni. Finché i denti del figlio, il volto bocconi contro il suolo, non affondano nella terra. Perché il gioco è irrefrenabile; va portato sino in fondo. Persino oltre il filo bianco che, ferale, si leva dalla candela spenta, muta come non mai. 
O come sempre.
Di figli dalla braccia di gomma è pieno il mondo. Oppure no. 
Ché le case della gente, fatte di mattoni, ipocriti da rouge e noir, silenzi solidi e dissimulazioni, si sa: neppure il lupo più abile, grosso e irsuto, riesce a soffiarle via.

giovedì 4 ottobre 2012

Autumn leaves




L’altro ieri ho comprato i primi cachi. Sguardo al calendario: ottobre. 
È che i ritmi frenetici, le telefonate ferali - raccolte e mancate, i temporali nostalgici e le maniche corte mi avevano distratto. Per carità, l’orecchio già da un po’ poteva dirsi orfano di risate cristalline tutte alito e anguria, del tintinnar di palette e secchielli, di cocchi strillati e brrrip-brrrop di braccioli sdrucciolevoli. Ma me ne stavo lì, ad attraversare le giornate con il foglio dei turni appeso al frigo, i soliti pantaloni addosso, la lista della spesa nella tasca esterna della borsa.
Poi ho riposto i sandali e le scarpe di corda, in favore di calzature chiuse e gommate; ho sfilato dall’armadio la giacca di pelle; ho guardato il cielo abbassarsi, scuro e stellato dall’ora del tè. E oh! Quelle maledette foglie! Rosso, marrone, giallo, arancione... Avrei dovuto capire, no?!
Niente. Non pensavo a niente. Testa svaporata e quotidianità da allestire.
Stamane, lo schiaffo.
“Fa’ colazione!-scappa pipì?-dài, co’sti denti!-lo zainetto è sulla sedia-papà ha già i piedi nelle scarpe...-lo so che c’hai sonno-infila il giubbino!-andiamo con il monopattino?-presto, ch’è tardi!”. Poi, la porta d’ingresso: scatto della serratura, lamento dei cardini, swosh del para-spifferi, luce.
Luce bianca. Diffusa. Lattiginosa. Umida.
«Mamma! Perché c’è la nebbia, stamattina?»
«Amore, dobbiamo farcene una ragione, temo. Siamo in autunno!»
«E perché?»
«Perché tutte le cose finiscono, prima o poi...»
«Come la marmellata?»
«Esatto. Ehi! Corri più vicino al muro, ché non ho voglia di venire a pescarti dal canale!»
«Ma tanto è bassa!»
È vero. Lo scirocco non si è ancora fatto vivo. Salvi dall’acqua alta! Per ora, almeno.
«Nano! Vi-ci-no al mu-ro! Insomma, come te lo devo dire?!»
«In turco, mamma?»

Eh. Mi sa che devo rimettere in moto il cervello. E starci attenta - mannaggia a me! - con ‘sto vizio delle frasi fatte.

giovedì 27 settembre 2012

Il lavoro del cavolo




Il periodo non aiuta. Un tempo esiziale, ragnatela infida appesa tra le foglie brunastre insultate dal vento. E, insieme, contingenza funesta nelle piazze, disertate dai consumatori, consumate dalle suole lise dei precari, dei cassaintegrati, dei disoccupati. Starsene appollaiati sul ciglio di questo abisso è un privilegio. E va da sé: qualsiasi lamento, sputato o sommesso, pare una bestemmia. Io ce l’ho, un lavoro. Un impiego che - addirittura! - non somiglia nemmeno più a un latticino a lunga conservazione: non scade. Giubilo e gioia a profusione, dunque! Eh, più-meno-che-più.
Il guaio è che dovrei avere la mano ferma. Maneggiare la bomba con cura, salvaguardare gli astanti invitandoli ad allontanarsi lentamente, far brillare l’ordigno senza spargimenti di sangue. O di parole riottose. O d’indignazione viscerale.
Con quale coraggio potrei dire a un mancato-pensionato del ‘52 che la permanenza può somigliare a un cappio? O a un neo-laureato con, in tasca, un biglietto per Berlino, che le garanzie, le certezze, la routine, rischiano di trasformarsi in coazione a ripetere?
Non ce l’ho abbastanza di bronzo, la faccia. Nonostante io abbia un odore diverso, una differente fame di luce, una forma tutt’altro che ovoidale: una spirale infinita, frattale, aurea.
Nonostante io sia un cavolfiore, ecco. 
Malamente piantato in un campo di patate.
Stinto. Accerchiato. 
In preda a una nausea furibonda.

domenica 26 agosto 2012

Cambio. Di stagione. Forse.




Il sole, qui fuori, non può dirsi pallido. È proprio sbiadito, sciacquato nel latte o reduce, chi lo sa?, da un tuffo nel grigio-lavato che resta dentro la ciotola per gli acquerelli. Il vento, aspro e bizzoso, spira da Nordest, ma non è ancora bora. Preme gli scuri contro i cardini cigolanti, fa gracchiare l’esile stendino sull’erba, s’infila tra le foglie di ogni albero frondoso in un sibilo gonfio, per annunciare l’arrivo del nembo. A Sud, il cielo azzurro si svena in smagliature mobili, glauche, stracciate.
Stamattina è piovuto. Un temporale, niente di che. Ma quando arriva a fine agosto, i giochi sono fatti. Tocca ricacciare le infradito, mestamente, in una scatola e sfilare dall’armadio una giacca per la sera.

Domani cambierà qualcosa. 
Nel magazzino di un centro commerciale, la merce viene allocata. Non collocata, cioè situata; né allogata, pur restando il luogo, la radice. Ogni oggetto trova un posto per sé, stipato insieme a molti altri.
Mi sento un collo. E non quella porzione di corpo che sta tra scapole e capo, ma uno scatolone, con la sua brava etichetta, in equilibrio sulle unghie metalliche di un muletto. Resto in attesa che chi di dovere scelga il cantuccio più adatto; alle mie misure, al mio peso, alle fragilità che custodisco, ai miei spigoli.
Sono una strenna color avana dalla destinazione incerta. Con il fiato sospeso.
E li odio - oh, eccome, se li odio! - gli istanti prima della tempesta.

giovedì 23 agosto 2012

Che ci vuole?




I medici salvano la vita alla gente, quindi è giusto siano pagati profumatamente. 
Be’, andiamoci piano. Ci sono anche medici che le stroncano, le vite; per distrazione, banali errori, stanchezza o Saturno contro. Eppure nessuno si sognerebbe di dire a un chirurgo: “Sì, ci interessa il tuo lavoro. Operi con cura, rattoppi adeguatamente, ma sfortunatamente non possiamo pagarti. Se ti va bene lo stesso, sei dei nostri, altrimenti va’ pure, tanto c’è la coda, qui fuori, per questo posto”. 
E provate a chiamare un idraulico per una perdita al lavandino, magari di sabato, chiarendo che per risolvere il problema non riceverà retribuzione alcuna. Ecco, nemmeno nel castello di Hogwarts, giusto?!
E allora perché i musicisti che vi allietano l’aperitivo, per due ore di concerto, dovrebbero accontentarsi di una birra e un panino scarsamente imbottito? Perché all’artista che progetta il recupero di una fabbrica abbandonata tocca null’altro che la proverbiale pacca sulla spalla? Perché un giovane regista è costretto a realizzare film a costo zero? E perché - muoiano gli editori e tutti i filistei! - chi scrive deve sentirsi onorato di leggere la propria firma in calce all’articolo che ha sfornato (preparandosi sull’argomento, impiegando tempo, energie, concentrazione) e chissenefrega della solita voragine nel portafogli? Al mio fruttivendolo, dell’onore, importa assai poco. Se non pago il chilo di patate o le quattro melanzane, mi fa un melone così. 
E vabbe’, quanto la fai lunga! In fondo siamo tutti un po’ creativi! Pure io riesco a fare un taglio in una tela, come Coso, Massìquellolì! Che ci vuole?
Ci vuole la capacità di vedere ciò che, ad altri, non appare. Ci vuole passione per il mondo e sfrontatezza. Ci vuole il coraggio di superare i dogmi della propria epoca.
Ma che parlo a fare? Tanto è un fatto: a bocce ferme, son tutti Fontana.


mercoledì 8 agosto 2012

Dopocena




D’estate si usava l’Autan, non ancora in versione a spruzzo, senza alcol, per pelli sensibili o al gelsomino. Era un cilindretto pesante, con la rotella sul fondo che permetteva a un monoblocco giallo dall’odore inconfondibile di fare capolino ed entrare in azione. Ad applicazione effettuata, la pelle - nessun centimetro escluso - rimaneva unta e lucente per ore. Ma funzionava! ché le zanzare erano solo zanzare, mica tigri, leopardi o coccodrilli. 
Il fresco della sera, l’inebriante aroma delle costine alla Festa dell’Unità, la partitella scapoli-ammogliati di papà a sole tramontato, il gelato dopo una giornata di mare, si potevano godere senza incappare in coatte donazioni di sangue ai soliti elicotteri ronzanti.
Quando i miei esaurivano le ferie, trascorrevo un paio di settimane in trasferta. Mi piaceva stare a casa della nonna. Potevo pattinare con i calzini sul marmo scuro della sala da pranzo, giocare con centinaia di elastici raccolti in un cassetto dedicato, colorare con i pennarelli a pancia in giù sul parquet, contare le piastrelle rosa del bagno, ascoltare Superclassifica Show con mia zia, mentre la testa stroboscopica di quel tizio con cuffie e occhiali si agitava davanti al microfono.
Dopo cena nonna usciva sul balcone, pronta al rito serale; io, paperella implume, la seguivo con un entusiasmo e una fiducia assoluti, roba da fare invidia a Konrad. Lei passava le mani sulle foglie nuove di prezzemolo, menta e basilico, controllava il vigore dei garofani, ammucchiava in un angolo i petali dei gerani - ché bisogna stare attenti, sai: macchiano! - per poi allungare la mano fino alla parete tra le due porte-finestre, a caccia del trono. Con delicatezza, trascinava la poltrona pieghevole al centro del terrazzino. Dieci centimetri dal muro, altrettanti dalla ringhiera grigia. Infine, la magia: ben comoda sulla sedia imbottita, aperta e funzionale, nonna appoggiava i palmi delle mani sui braccioli di plastica e rat-ta-ta-tà!, li faceva scorrere lungo il binario dentellato fino a raggiungere la posizione ideale, con lo schienale reclinato e il poggia-gambe sollevato da terra di quasi mezzo metro. Mi prendeva in braccio e il mio naso andava in festa. Gli odori piantati nei vasi, il gelsomino rampicante, le rose e i peperoncini di nonno Gianni, il glicine dell’appartamento accanto, mischiavano la propria scia con il talco Felce Azzurra nevicato con grazia sul collo della nonna e, a me, pareva di stare in paradiso. 
Era l’ora della calma, dell’ozio saggio, del respiro profondo in un tripudio di profumi. Abbandonata sul grembiule a fiori di nonna, chiudevo gli occhi e ascoltavo le cicale. Nulla avrebbe potuto disturbare quella quiete. 
In ogni lieve brezza gonfia di silenzio, persino l’Autan, ancora aggrappato ai peli delle braccia e a quelli delle nari, sembrava avere il suo perché.

giovedì 19 luglio 2012

Inno alla ghiandola




Il supermercato è uno specchio perfetto dei tempi che corrono. Al reparto cosmetici, intere file di braccia metalliche, sottili e cornute, sorreggono ogni ben di dio. Eccole, appese come foglie morte, le solette all’eucaliptolo; giusto un palmo sopra i barattoli di talco del Dottorsciòl, circondati da infinite scatoline di podologici antimicotici e antibatterici. Altre due gracchiate di carrello e ci si ritrova di fronte all’immancabile parata di dentifrici sbiancanti, contro la carie, il tartaro, le gengive retrattili, l’alito mefitico. Se siete donne, vi tocca persino il tour verso l’angolo del pianto, cui dovete recarvi in pellegrinaggio almeno una volta al mese. Lì, ravanerete tra pacchi da dieci, dodici o quattordici tamponi, micro-forati, alveolati, con o senza ali, piccoli, medi, lunghi, extra-flusso - che ci sono ma scompaiono - esterni, interni, con cavatappi, sintetici, ripiegati o distesi e, direttamente dall’ultima frontiera delle scienze assorbenti, dotati di naturactive, dispositivo per il controllo dell’odore (e non si tratta di una minuscola guardia armata da piazzare negli slip). 
Pur non essendo ancora prede, fortunatamente, della sindrome pre-mestruale, potreste comunque avere una questione aperta con le vostre ghiandole sudoripare e aggirarvi, schiave dell’ultimo spot o delle sempiterne pippe bio, nell’area più pericolosa del negozio: la profumeria. Allume di potassio - in grani, blocchetto di pietra, spray - per le fricchettone con la borsa di tela; Altolà-al-sudore per le potenziali vittime di rapina, sempre a braccia alte e ascelle escalamtive; creme anti-traspiranti per chi, i liquidi, vuol tenerseli tutti per sé; nebulizzatori rispettosi dell’ozono per le amanti della natura, ostili agli erogatori troppo aggressivi.
È estate, ci sono quaranta gradi all’ombra e un’afa da bagno turco, ma l’imperativo resta uno solo: vietato puzzare. Gli umori corporali vanno banditi, sepolti, messi alla berlina, ché mica viviamo ancora nelle caverne, per Diana! La prova olfattiva va superata a ogni costo, e guai a voi, se vi si becca con un qualsivoglia alone umidiccio sulla camicia!
Ebbene: dovrebbe esserci una sostanziale differenza tra igiene e follia. O no?
Vi svelerò un segreto. Esiste una cosa magnifica chiamata sapone. Si usa mischiandolo all’acqua e detergendo la pelle abbondantemente. In giro per il pianeta - ci credereste?! - ne esistono interi alberi. Se ne farete uso quotidianamente potrete affermare, senza tema di smentita, di essere mondi, lindi, puliti. Per il resto, fatevene una ragione: siamo esseri umani, fatti per il per settanta per cento di acqua, pieni di denti, piedi, interni-coscia, sebo sul cuoio capelluto. E pare che sudare, per ora, non sia reato.

martedì 3 luglio 2012

Aspirazioni




Com’è liberatoria, la semplicità di alcune parole. In particolare, amo quelle immerse nella funzione che rappresentano, capaci di preservare i dizionari etimologici da pieghe moleste e dita umettate, e in grado di accoppiarsi con altre a loro simili, germogliate sotto il medesimo, salvifico raggio solare. Ecco l’acchiappa-farfalle, il pungi-topo, la lava-asciuga, i perdi-giorno. Probabilmente è tra queste ultime lettere che preferisco sostare. Testa svaporata, iridi vacue, sovra-pensiero latente adagiato su qualche particolare apparentemente insignificante, quotidiano, silenzioso. 
Nella piccola stanza da bagno del piano di sotto non c’è la vasca; neppure il piatto doccia, se è per questo. Ricavato da un sotto-scala, questo spazio è una piramide sbilenca, ma confortevole. Raccoglie i pensieri della sera e gli sbadigli dell’alba. 
Accanto alla tazza, come un fungo, si erge il lavandino. Quasi piatto, minuscolo, bianchissimo (be’, non proprio sempre). Appeso sull’alzata di un gradino di legno, un ampio porta-bicchiere abbraccia, in realtà, un phon color malva. Una mensola d’abete, smaltata di nero, sorregge spazzolini, dentifricio, filo interdentale, lo smeraldo del colluttorio, deodoranti per lui e per lei, l’immancabile confezione di stecchini pulisci-orecchi. La schiena contro le piastrelle antracite della parete opposta, smilzo e glauco, il termo-sifone a tre elementi sonnecchia, ben protetto da un copri-capo umido di spugne abrasive e lucidanti. Ai piedi, invece, sbavato di blu, il gel disinfettante pare un soldato appena rientrato nella seconda linea, vivo per miracolo.
Stamattina niente Settimana Enigmistica, nel momento del bisogno. Ho le palpebre a mezz’asta. Dormito male. Incubi. Caldo-freddo-caldo-freddo ad libitum. E i gabbiani, prima del sorgere del sole, a cincischiare e gracchiare e svolazzare e sbecchettare, così forte da svegliare l’intero vicinato. Saranno riusciti ad aprire il solito sacco del pattume pieno di leccornie semi-ammuffite (i pennuti, non i dirimpettai).
Dicevo: caselle bianche, caselle nere, cornici concentriche e ghilardate? Nel cassetto. Sclere arrossate, pupille fuori fuoco, ciglia impastate dall’elisir di Morfeo, non potrei leggere, neppure a mo’ di tortura. L’occhio però, appannato e liquido, riesce comunque a cadere ad altezza pavimento. Anzi, un po’ più su, a dire il vero: un grosso, lucido scarafaggio meccanico giace immobile a terra. Un insetto rosso scuro, dalla lunga proboscide argentata che termina in una mono-narice gigante, nera, piena di vibrisse prensili. L’ho presa dell’Ariete, stavolta. Avevo un buono-sconto da spendere nel negozio in cui lavoro. Mi serviva proprio; ne è testimone la scopa scapigliata che, dall’ameno angolo di sua proprietà, mi guarda in tralice da anni.
Aspira-polvere. Ah, adorato assemblaggio di ventole e filtri e tubi e ruote e cavo avvolgibile e presa tedesca! 
Questa casa, palafitta meravigliosa con le zampe affondate nella laguna veneziana, trasuda sale e colleziona micro-particelle volatili più sottili del pm10, ma più numerose dell’intera popolazione mondiale. Senza aspira-polvere mi sentivo persa, sommersa da mute canine, pollini, pelucchi. 
Che poi, l’aspira-polvere è un lui o una lei? Inizia per “a” quindi l’articolo indeterminativo non aiuta, ché l’apostrofo se non c’è, non c’è; ma se c’è, s’infratta! «Per cortesia, mi saprebbe indicare un(’)aspira-polvere davvero potente?». È un elettro-domestico! Sarà maschio! D’accordo, ma se ci limitassimo al fatto che è una macchina, non scatterebbe l’attraversamento del valico di genere? 
Non se ne esce. In ogni caso, io l’ho sempre considerata femmina, forse perché raramente l’ho vista usare da un essere umano appartenente al sesso forte. La mia, di sicuro, ha l’apostrofo rosa.
Quando è accesa, fa il suo dovere a meraviglia: spazza, risucchia, fagocita, digerisce. Non è neppure schizzinosa! Briciole di mattoni, capelli, persino ragni o altri cosi non meglio identificati, dotati di troppe zampe per somigliare a noiosi bipedi o a scodinzolanti quadrupedi. Finito il lavoro, torna qui nel sottoscala, a fingersi morta.
La guardo. Qualcosa non torna. Osservo più intensamente, remando contro le cispe. Non è poi così lucida. Per carità, il colore vivace, là sotto, c’è ancora, ma appare velato, offeso. Sull’aspira-polvere si è formato uno spesso, soffice, grigissimo strato di sozzura. Di limpido è rimasto solo il manico o, per lo meno, la porzione di plastica definita dall’impronta delle mie dita.
Si possono fare ragionamenti pseudo-filosofici, al cesso e, per di più, di buona mattina? Il medium grazie al quale superfici orizzontali e verticali di questo posto sono linde è lurido. Fa fatica, s’ingolfa il mono-polmone, scalda le stanze - più di una stufa a gas - per liberare tutto da immondi depositi, e lei? Sporca da fare orrore. È così che va. Le aspirazioni costano, che vi credete?! Una logica da ossimoro, un destino infame; ma l’aspira-polvere è come uno Zero Negativo: dona a tutti, ma può ricevere solo da un suo simile. 
Due strappi di carta igienica. Sciacquone. Tavoletta giù. Spazzolino. Gargarismi. Sputo. Prelevo dal copri-capo del termo-sifone la spugna verde, quella morbida a nido d’ape. Apro il rubinetto. Lavo, strizzo e accarezzo. Lavo strizzo, accarezzo. Lavo, strizzo, accarezzo.
Torna come nuova.
Io sono uno Zero Positivo. Non mi sarei mai messa carponi a sniffarle la schiena. E non ho neppure la proboscide, lo dico per amor di precisione.
Ma è l’alba. L’inizio anomalo di un giorno nuovo. Il primo giorno in cui, all’improvviso, ho scoperto di essere una monda-aspira-polvere.